C’è chi può, chi non può, e chi non è interessato

Ci vorrebbe un tetto alle ambizioni, per riportare tutti ai piedi della montagna. Non alle emozioni ma alle ambizioni; che sono due elementi che mai si sono conosciuti e mai s’incontreranno, se non per competere, sconfiggersi e annullarsi a vicenda.
Ci vorrebbe un sostegno concreto alle condizioni favorevoli; non per aspirare ad elevarsi materialmente e indefinitamente, ma per restituire consapevolezza all’uomo del fatto che tutto l’eccesso è effimero, destinato a non durare, e innanzitutto a togliere qualcosa a chi non è vicino e caro.

L’ambizione non è cosa da tutti, ma invece tutti ci ostiniamo follemente a credere che ogni cosa sia possibile. “Non tutti” si possono permettere l’ambizione, e “non a tutti” piace inseguirla. “Non tutti” hanno le capacità fisiche e spirituali adatte a scalare una montagna: “non tutti” sono alpinisti. L’umanità è così varia e variegata che anche solo supporlo dimostra quanto nella sua porzione malata ci sia il desiderio di controllare, dominare e soffocare la parte sana, come fa un qualsiasi virus influenzale, e come hanno fatto tragicamente in un recente passato fascisti e nazisti; che hanno lasciato indubbiamente sedimenti. Presupporre che tutti debbano essere uguali è espressione di una forma mentis che ritiene di “possedere” la superiorità assoluta per sancire che tutti possono farcela, e giudicare inadatto e inutile chi invece non riesce, o non è interessato, di fatto, a “farcela”. Il fatto che una persona riesca a raggiungere le proprie aspirazioni, non autorizza a ipotizzare che anche gli altri siano in grado di fare altrettanto. Questo comportamento si chiama “presunzione“. La supponenza non è altro che il risultato d’un processo involutivo che ci ha condotti verso l’inconsapevolezza delle infinite sfaccettature dell’essere umano.

I modelli imposti generano verso noi stessi, e nei confronti degli altri, un’aspettativa che sempre più spesso si rivela irrealizzabile. Aspiriamo a quei modelli, ma senza avere le condizioni sociali favorevoli, né le capacità individuali adatte ad inseguirli, giacché il progresso culturale interiore è stato accuratamente contenuto in uno spazio che non va oltre l’ambizione personale, egoistica e assetata di carriera. Oggi siamo inadatti a fare scelte sagge, e in esse non riusciamo a tener conto delle conseguenze che le nostre precarie ed effimere aspirazioni, e le azioni derivanti, hanno sull’insieme.

Ci dicono che possiamo scegliere, ma non abbiamo scelta quando ci è possibile optare soltanto di fronte a infinite cose inutili. E di fatto sono sempre scelte che impoveriscono, “inconsapevolizzano” culturalmente noi, ma che arricchiscono materialmente un capitalismo senza regole morali né legislative.

Come si fa ad arrogarsi del diritto di pensare che tutti ce la possano fare allo stesso modo, se non tutti hanno le capacità individuali e i mezzi per farlo? C’è chi può, chi non può, e chi “non è interessato” a rincorrere con ansia un mondo sempre più irraggiungibile, ansioso e bramoso. Non ci sono solo “quelli che possono”, e dall’altra parte quelli che “non hanno voglia”. La mente umana è infinitamente divisa in opposti; non si riduce banalmente nell’emettere giudizi pretestuosi, falsi, infondati, nei confronti degli altri. Per fortuna.
L’identità e la realizzazione personale di ognuno di noi non va ricercata nella carriera, ma nell’accettare le diversità sociali e individuali, nel rispettarle, e nel fare in modo che tutti abbiano la possibilità di esprimerle senza rischiare d’essere giudicati inadatti o falliti, e di ritenersi tali. Essere consapevoli delle diversità che “esistono nonostante noi”, sarebbe un grande passo verso il riconoscimento della dignità.

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