In dubio abstine

Einaudi diceva che “prima bisogna conoscere e poi si può deliberare”. Oggi avviene invece – prepotentemente – l’esatto contrario: ovunque, su ogni argomento, e nei confronti di chiunque. C’è un grande conflitto interiore tra “è” e “potrebbe“, tra “giudizio” e “critica“, “apparenza” ed “essenza“; conflitto che favorisce l’esclusione dell’analisi, che è propria del pensiero valutativo. L’analisi “deve” portare a delle conseguenze logiche, che altrimenti in sua assenza mostrerebbero delle illogicità, delle incoerenze, delle irragionevolezze pregiudizievoli.

C’è una estrema tendenza a categorizzare, classificare, valorizzare, interpretare, giustificare e sbilanciarsi, senza aver prima verificato, controllato, ricercato, sperimentato, osservato, “analizzato” e compreso. Il pregiudizio è, paradossalmente, un atteggiamento coerente con la società dell’immagine nella quale viviamo, che legittima insistentemente giudizi di valore appunto privi di fondamento, di contenuto; e allora un pensiero espresso diventa inconsistente, infiammato di valore e contraddizioni fino a fondersi e liquefarsi. Tutto “è” il contrario di tutto, come “il diavolo e la croce” che alla fine si escludono a vicenda.

Non sappiamo più che pesci prendere.

Ogni questione viene meticolosamente adattata a ciò che “appare“, anziché a ciò che “potrebbe” essere in realtà. Se in passato il dubbio aveva la funzione di sollecitare domande ed esortare la ricerca di risposte seguendo le tracce del passato, ovvero di basi solide a cui fare riferimento, oggi siamo costantemente e forzatamente spronati a non avere dubbi, dal momento che li troviamo già confezionati e “pronti all’uso“, come le eventuali risposte. Perciò non abbiamo motivo di verificare: è tutto come appare e niente più, e quel che appare viene necessariamente associato al contenuto. La celebre locuzione “l’abito non fa il monaco“, oggi è quasi totalmente superflua, giacché il superfluo predomina sul contenuto; contenuto che è ormai pleonastico, improduttivo, infruttuoso, contraddittoriamente superfluo, un ossimoro; un accessorio anch’esso. Non andiamo più “coi piedi di piombo“, ma “a tutta birra“, pertanto “bruciamo le tappe“, “mettiamo il carro innanzi ai buoi“, “partiamo in quarta” e ci perdiamo in “questioni di lana caprina“.

I dubbi arricchiscono e non generano aspettative, mentre le certezze limitano le prospettive, ed esigono il pregiudizio. Or dunque, è vero che “in claris non fit interpretatio“, ciò che è chiaro non ha bisogno di interpretazioni, ma “in dubio abstine“, nel dubbio astieniti.

1 commento su “In dubio abstine”

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