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Coronavirus: informare significa condizionare


La funzione dei Media tradizionali e moderni, è quella di informare. “Informare” non ha necessariamente l’accezione di buono, favorevole, utile, vantaggioso, ma anche i suoi contrari. E devo dire che oggettivamente siamo arrivati a livelli davvero angoscianti.

Tutto quello che sta accadendo attorno alla vicenda del Coronavirus conferma e rafforza ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che i social network hanno dato parola ad un esercito di ignoranti pronti a condividere la propria incapacità. Con le aggravanti, peculiari nell’ignoranza, della spontaneità e della istintività, che amplificano tutto in maniera smisurata.

Purtroppo l’unico virus letale in grado di uccidere milioni di persone nel più breve tempo possibile su questo pianeta si chiama proprio ignoranza.
Condividete, dicevano. La condivisione sarà la nostra salvezza, dicevano.

I Media hanno uno scopo… Non è certo mai stato quello di renderci migliori.

Fremiamo tutti quanti di conoscere, di sapere, di capire, però tutti condividiamo prima di conoscere, di sapere, di capire, e lo facciamo attraverso canali che per primi non conoscono, non sanno, non capiscono, e non hanno alun interesse a farlo, ma soprattutto noi non conosciamo.

Buona fortuna a tutti.

In fondo che ci frega? A Natale siamo tutti più buoni


L’amore, che è l’unico antidoto contro il narcisismo, il primo a lanciare allarmi quando c’è da demolire la falsità delle pretese alle quali cerchiamo di tenere aggrappata la nostra autostima, oggi impallidisce davanti all’esuberanza e all’eccitazione, ma anche all’ansia, spesso all’angoscia e alle frustrazioni che scaturiscono da un senso di inadeguatezza sempre più marcato, nei confronti di emozioni e impulsi primordiali sempre più indecifrabili, ma obbligati a manifestarsi a comando poiché fissati sul calendario. Ed è così che, in questo enorme vortice di partecipazioni prescritte, capita che si avverta il bisogno di raccogliere le idee per dar vita all’indignazione. E’ da quest’ultima che emerge la necessità di adoperarsi per dare (anzi ridare) “un senso al senso”.

L’amore appunto, declassato a sottoprodotto di quel che erano nostri più intimi e antichi sentimenti, è impiegato oggi come un’efficace espediente per commercializzare quella che somiglia sempre più a una fiera delle ostentazioni. Il boom elettronico, i favolosi profitti ammassati dalla vendita di strumenti capaci di obbedire a qualsivoglia volontà del padrone, offre un vasto assortimento dal quale attingere l’esperienza della meraviglia. E non ha rilevanza alcuna che sia essa artificiosa o autentica, simulata o sincera, purché sia in grado di accomunarci tutti, di regalarci quel senso di appartenenza cui tanto aspiriamo, più o meno dichiaratamente, più e meno consapevolmente. Perché è dalla solitudine prodotta dai nostri schermi portatili che nasce il nostro senso di aggregazione, non più, quindi, dalla solitudine esistenziale di natura amletica, o filosofica che dir si voglia. Non desideriamo avere dubbi: desideriamo e basta, e lo facciamo per decreto. Non ci interessa imparare ad amare, tanto meno porci domande: ci interessa l’esibizione dell’amore, affinché altri possano riconoscersi e riconoscerci, affinché noi ci riconosciamo in quella degli altri. Ma un senso di appartenenza filtrato, e in aggiunta provocato per decreto, potrà mai renderci consapevoli d’essere “qualcuno” e di far parte, di conseguenza, di “qualcun altro”? Se tutto muove e scivola sulla superficie ornamentale dell’esistenza, se rifiutiamo la comprensione, la consapevolezza e soprattutto l’esperienza, allora rifiutiamo l’amore.

Perché l’esibizione dell’amore, la costrizione a cui siamo implicitamente chiamati ad ubbidire per ragioni programmatiche e come già detto per supplire, o peggio ancora surrogare, a quel che è rimasto del nostro senso di appartenenza, è un’ostentazione fine a se stessa, che dietro al buonismo sentimentale di facciata nasconde in realtà inquietudini come agonismo, emulazione, insoddisfazioni, incomprensioni… che ci è permesso di lavar via in un determinato momento fissato sul calendario, compiendo determinati gesti fissati sugli schermi, dai quali sfilano infinite immagini che richiamano (si voglia o no, o lo si creda o meno) la nostra attenzione convincendoci ad entrare a far parte di “qualcuno filtrato”, e attraverso i quali facciamo gran parte delle esperienze della vita, e dunque dell’amore. Ora, è vero che il mondo è un mondo spietato, che sfrutta, inganna e mente, e che noi siamo la massima espressione di quest’inganno, di cui a volte ci adoperiamo per conoscere le cause, non per farvi fronte e ritrovare la verità dei nostri sogni, della nostra vita, del nostro senso di appartenenza… dell’amore; ma per adattarci e ingannare, e ingannarci, a nostra volta, perché in fondo che ci frega? A Natale siamo tutti più buoni.

Salvini e Renzi: leader carismatici a tempo determinato


Come ci insegna Max Weber, esistono tre tipi di autorità nella nostra società: tradizionale, carismatica e legale-razionale, che qui (per semplificare) indicativamente identificheremo rispettivamente nell’ex premier Letta, spodestato proprio da un’autorità carismatica, ovvero quella di Renzi (che in questo momento si contende la scena politico/mediatica con il carismatico Salvini), e l’altro ex premier Mario Monti.
Vediamo quali sono le differenze.
Innanzi tutto dobbiamo chiederci:

su quali basi quelli che detengono l’autorità hanno il diritto di impartire ordini alla popolazione che si trova sotto il loro dominio?

L’autorità tradizionale (Letta) risponde a questa domanda sulla base di quanto è successo prima. In altre parole, la legittimità si basa semplicemente sul fatto che si è sempre fatto in quel modo.
L’autorità carismatica (la coppia Renzi-Salvini), al contrario, si basa sulle doti eccezionali attribuite a chi le esercita: in virtù di questa caratteristica di eccezionalità, i capi carismatici abrogano o modificano la tradizione. Ad esempio, la frase che Gesù ripete nel Nuovo Testamento, «Avete udito che fu detto, ma io vi dico…» è una pura affermazione di autorità carismatica.

Domanda: con quale diritto quest’uomo fa delle dichiarazioni così eccezionali?

Risposta: ne ha diritto perché Dio parla attraverso lui.

Come si nota nella risposta non appare alcun fondamento razionale, ma al contrario suscita un sentimento fideistico, peculiare nelle persone propense a seguire un leader carismatico.
L’autorità carismatica appare sempre contrapposta ad un’autorità tradizionale (ciò non implica che lo sia sempre nei fatti), che mette in discussione sia cercando di cambiarla, sia, nel caso estremo, tentando di abbatterla (abbiamo come esempio Renzi-Letta).

L’autorità carismatica è intrinsecamente rivoluzionaria: essa sconvolge le forze abitudinarie su cui riposa il potere tradizionale. Ma per questo stesso motivo l’autorità carismatica è estremamente precaria e non è in grado di mantenersi a lungo; essa può instaurarsi soltanto in un’atmosfera di intensa esaltazione. Forse per la stessa natura dell’uomo questo stato di esaltazione non può durare a lungo e, quando incomincia a spegnersi, l’autorità carismatica dev’essere modificata o sostituita da qualche altra forma di autorità.
L’autorità legale-razionale (Mario Monti) infine è basata sulla legge e su procedure razionalmente dimostrabili.

Domanda: con quale diritto l’esattore può esigere una tassa?

Risposta: ne ha il diritto grazie a una determinata legge approvata dal Parlamento.

A differenza dei primi due tipi, questa forma di autorità non si avvolge di mistero, e la fede in questo caso non trova collocazione e non ha alcun valore.

In ogni caso, l’esercizio del potere legale-razionale è, come si dice, confortato da specifici provvedimenti di legge che, almeno in linea di principio, possono essere spiegati razionalmente, assieme alle finalità sociali che ne stanno alla base.
Il tipo di autorità carismatica è il più comune nel mondo d’oggi, e la forma amministrativa che gli si addice e lo legittima è, come abbiamo visto, la fede. Ma una fede a tempo determinato: almeno fino a quando l’atmosfera di intensa esaltazione si manterrà alta, ovvero fino a quando la popolazione non si accorgerà che saranno tradite le aspettative promesse.

A questo punto, però, nasce un problema, ovvero la percezione che si ha della realtà. Viviamo in una società mass-mediatica: percepiamo la realtà che ci circonda attraverso la rappresentazione, la narrazione che i leader propagandano attraverso i media, piuttosto che come è nella realtà che viviamo. Questa, che si può definire “alienazione dalla realtà”, viene ben espressa da Eriksen:

“Invece di organizzare la conoscenza secondo schemi ordinati, la società dell’informazione offre un’enorme quantità di segni decontestualizzati, connessi tra loro in maniera più o meno casuale. […] Per riassumere: se si distribuisce una crescente quantità di informazioni a una velocità anch’essa crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive. C’è il rischio che i frammenti prendano il sopravvento, con conseguenze rilevanti sul modo di rapportarsi al sapere, al lavoro e allo stile di vita in senso lato”.

(Eriksen, “Tempo tiranno”, p. cit. 139, 144)
E una delle conseguenze è proprio quella che William Thomas sintetizza così:

“se la gente definisce una situazione come reale, essa produce delle conseguenze reali”.
Pertanto, l’autorità che risulterà più efficace e durevole nel tempo dipenderà da quel che la maggioranza della popolazione percepirà come “reale”, indipendentemente dalla “reale realtà”, ovvero dipenderà dall’abilità del leader carismatico di raccontare storie (quindi non necessariamente una, lineare, razionale, con un inizio e una fine), o, per usare termini più “attuali”, da un’efficace storytelling.
Pertanto le aspettative rispetto a ciò che ci riserverà il futuro fanno parte della percezione che abbiamo della realtà facendocela apparire più o meno piacevole. In quest’epoca storica (dominata dal consumo impulsivo) il senso del dovere e della responsabilità, interpretato in senso psicoanalitico dal Super-Io, cede il passo di fronte alle pretese dei desideri al punto che essi appaiono come se fossero realtà. In questi momenti arriviamo ad autoconvincerci che sia un diritto acquisito ciò che noi desideriamo (quindi non è detto sia sempre legittimo o conveniente). Può succedere allora che la percezione sia così collettiva da determinare nella classe politica la determinazione a fissare per legge queste nostre aspettative: il leader carismatico insegue i sondaggi degli umori da lui stesso suscitati nella popolazione attraverso lo storytelling ed agisce in conseguenza di questi, oppure facendole credere di aver agito in loro conseguenza. Insomma mentendole, che è generalmente la mossa più praticata, in particolare nel nostro Paese.
In altre fasi appare invece il timore di un futuro incerto per cui, mentre psicologicamente rientra in gioco il Super-Io, abbiamo timore di dover accettare una nuova formulazione mentale della realtà meno piacevole di come ce l’eravamo immaginata. Emerge una sorta di rabbia e il timore per cui ci si schiera dietro al baluardo di leggi che danno come acquisito quel diritto. Ed è a quel punto che calerà il sipario sul leader carismatico decretando la fine della sua popolarità. Ma niente paura, al suo posto ce ne sarà un altro già pronto a sostituirlo, perché viviamo in un momento storico nel quale a contare sono le autoritarie abilità comunicative, e non le autorevoli abilità di governo.

Il vero progresso dell’umanità? La manipolazione di masse sempre più ampie


Parafrasando Baudrillard (“Il delitto perfetto”): tutte le forme di discriminazione maschilistica, razzistica, etnica, religiosa o culturale derivano dalla stessa disaffezione profonda e da un lutto collettivo: quello di una defunta consapevolezza.
L’aiuto umanitario preferiamo praticarlo sotto forma di vittime da soccorrere attraverso comode donazioni fatte da casa, motivate da compassionevoli campagne mediatiche che solleticano il senso caritatevole proprio della natura umana, o di quel che ne resta. Quando ciò non basta e quelle vittime, che prima abbiamo aiutato comodamente da lontano, ce le ritroviamo sotto casa potendo concretamente dar loro l’aiuto umanitario di cui hanno bisogno, ecco che viene fuori tutta la reale inconsapevole disumanità nella quale stiamo affogando. Non parlo dell’Italia, né degli italiani, neppure dell’Unione Europea, ma del mondo intero. Parlo dell’essere umano, dell’uomo, della specie umana che mai si è evoluta veramente. Sulla carta: come uno dei tanti contratti che non si rispettano; nelle dichiarazioni: come il peggiore dei bugiardi; nelle intenzioni: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Siamo andati sulla Luna, stiamo andando su Marte, un giorno, forse, andremo a visitare nuove galassie… mentre sulla Terra guerre e carestie si espandono come un barile di petrolio riverso in mare che raggiunge le coste, e gli stomachi. Le vittime nere di quel petrolio nero sono il sacrificio necessario affinché la nostra ricchezza estetica possa prosperare, come a voler dimostrare alle generazioni future (se mai ci saranno) che l’essere umano in realtà è soltanto un controsenso, un paradosso, un essere (spregevole)–(che si crede) pensante in cerca di risposte alle ataviche domande sulla propria esistenza, ma che al tempo stesso non si preoccupa minimamente di salvaguardarla. Ecco cosa siamo in verità: dei miseri esseri autodistruttivi con una “falsa coscienza” che si autoconvincono ogni giorno di essere dei gran geni costruttivi, proprio per giustificare quel che ogni giorno distruggono. Un esercito di sonnambuli che difende il diritto incondizionato di calpestare se stesso.

Un paradosso che sta indubbiamente rendendo apatica l’umanità.
Ci piacciono i bei film e le belle canzoni, la bella arte e il mistero della scoperta, le storie commoventi e gli eroi, gli animali, le piante, i paesaggi da cartolina, i tramonti, contemplare un cielo stellato, ci affascinano i grandi della storia che hanno lasciato il segno e ripudiamo gli oppressori che hanno lasciato ferite ma, nonostante le esperienze esistenziali, non siamo riusciti a liberarci dalle contraddizioni che irragionevolmente oggi sono invece più accentuate. Cerchiamo l’altro sotto forma di male da combattere, senza renderci conto che stiamo combattendo contro noi stessi. Agitiamo slogan di libertà, uguaglianza e fratellanza mentre in realtà il Mondo è stracolmo di diseguaglianze.
Ma come si è arrivati a una frattura simile, a escludere l’altro, il debole, i discriminati della società, le minoranze, il diverso, e a tradire i valori della dignità umana? La risposta è molto semplice: in nome del diritto a un presunto progresso, di natura esclusivamente tecnologica. Non c’è progresso nel momento in cui la tecnologia è applicata per manipolare masse sempre ampie. Che senso ha prolungare le aspettative di vita, essere “connessi” l’uno con l’altro, avere accesso ad infinite informazioni, se quel che estendiamo è un’esistenza sottomessa e quel che condividiamo un sonno ipnotico?
È il fascino che l’uomo subisce nello scoprire il potere che ha di sottomettere i suoi simili a renderlo schiavo di se stesso.
Nevrosi e impulsi trasmessi attraverso i media mainstream hanno infettato la ragione, ovvero anziché trasmettere valori umani hanno di fatto mostrato (e stanno mostrando con sempre maggior efficacia) il lato peggiore dell’umanità, trascinandoci su una superficie dove scorrono copiosamente fiumi di parole e immagini che ci soffocano e che ci hanno resi incapaci (di prenderci il tempo) di pensare. Abbiamo creato una società ossessionata dal problema della sicurezza, chiusa, diffidente, privata della consapevolezza, nella quale l’altro, il diverso, è stato escluso proprio perché rappresenta la parte miserabile di noi stessi, quella che minaccia di bussare alle nostre porte, e che mai sceglieremmo di aprire per evitare il confronto con il nostro immenso vuoto interiore riempito con un immenso nulla.

Matteo Salvini: l’alibi per il delitto perfetto della ragione, e il vero mendicante di questa società


Perché il consenso nei confronti di Salvini cresce? Perché nel Paese dove il tasso d’ignoranza cresce vertiginosamente uno così o lo ami o lo odi. Quello che dice risulta una manna dal cielo per chi (grazie a campagne mediatiche ad hoc) crede che tutti i mali derivino da immigrazione e Rom, mentre è oltremisura odioso per chi sa o anche solo percepisce che sono solo una caterva di falsità e cattiverie.
Salvini è utile al sistema corrotto italiano, un sistema che per poter mantenere indisturbato i suoi benefici e privilegi ha bisogno di indicare all’opinione pubblica un colpevole che non è certo quello vero – ovvero chi notoriamente occupa posizioni dominanti – ma chi è collocato in una posizione più debole, quindi più facile da colpire e, è il caso di dirlo, affondare: l’immigrato. Ed è utile anche all’Europa per lo stesso motivo. Lo possiamo registrare con l’ascesa di tutti i movimenti fascistoidi.

Salvini, lui stesso pedina del sistema, è necessario affinché il delitto della ragione sia perfetto. È l’alibi esemplare, ineccepibile.
Ma per essere sviluppato quest’alibi ha bisogno di mezzi potenti ed efficaci, quindi in soccorso alla sua concretizzazione ci deve essere un intermediario che incanali l’opinione pubblica su di esso. Rivolgere altrove le attenzioni della massa, anziché sul vero assassino, è la missione dei Media.
In Tv, com’è risaputo ai più, ci va chi incrementa i profitti alzando gli ascolti: quanto più alti sono gli ascolti, tanto più alto è il costo degli spazi pubblicitari. Il palinsesto televisivo italiano non mira a fare informazione di qualità (di spazzatura gronda), ma a fare profitto. Questo non va calcolato solamente per mezzo dei ricavi pubblicitari, ma soprattutto attraverso ciò che il sistema corruttivo ogni anno toglie alle casse dello Stato. Sappiamo come funziona il nostro Paese, delle mafie che lo occupano, e anche quanti sono i miliardi di euro che finiscono nelle loro casse. Ora, l’analisi da fare è molto semplice: s’invitano (negli infiniti e stantii Talk-Show) personaggi che risultano più telegenici, che bucano lo schermo, pertanto catturano l’attenzione dello spettatore; non ha importanza che si discuta dei contenuti, piuttosto incentrare tutto sulle abilità comunicative, che in un contesto dove il tasso d’ignoranza è l’unico ad avere il segno +, un Salvini qualunque pare dire delle verità assolute. Di contro, chi odia i Salvini resta comunque attaccato allo schermo un po’ per masochismo e un po’ per fare il tifo al suo antagonista (messo lì a tal proposito, non certo per la favola della par-condicio). Questo circuito, o recinto, o ring (o zoo), suscita non poche frustrazioni in entrambe le categorie di pubblico, che vedono darsi torto e ragione incessantemente. Accade allora che i più fragili intellettualmente si lascino convincere dalle presunte pressanti verosimiglianze, mendicate o estorte, oppure lascino stare convincendosi a non andare a votare. Ecco, a proposito di mendicanti nullafacenti, quelli veri sono i Salvini, non quelli che stanno per strada. Sono quelli come lui che mendicano da una vita occupando spazi, poltrone che eticamente non meritano. Sono quelli come lui i veri parassiti della società. Sono quelli come lui che lasciano la gente per strada. Sono quelli come lui che uccidono la ragione con una perfezione assoluta.

Integrazione: siamo all’Era glaciale dei sentimenti


Viaggiamo, con la mente aperta alla ricerca di qualcosa di diverso, di luoghi diversi, di culture diverse, di facce diverse, di suoni diversi, di colori e odori diversi, per scappare dalla frenetica quotidianità cui siamo costretti, ma quando è il diverso a raggiungere la nostra “terra privata”, non siamo pronti né disposti ad accettarlo, poiché istruiti a decidere noi dove e quando incontrarlo, anche se coviamo spesso in silenzio un’altra vita, un nuovo inizio in terre meno deliranti. E allora dal rifiuto all’emarginazione del diverso è un passo, e ne basta un altro affinché da quest’ultima si elaborino i nostri spazi come terreni di battaglia sui quali combattere per assicurarsi la supremazia esistenziale, in un mondo proclamato sempre più angusto.

Capita inoltre che chi non ha viaggiato mai non sia preparato ad accettare il diverso, perché sperimentato soltanto attraverso i filtri di un documentario (anche se viaggiare non implica di per sé sensibilità, disponibilità, espansività, dato che sempre più frequentemente ci releghiamo in spazi dedicati al turista – specie per motivi di sicurezza – che a sua volta richiede servizi standardizzati), e lo considera quindi come una minaccia imminente, che priva di risorse – paventate insufficienti – la “nostra terra”.
Le politiche d’integrazione multiculturale poco sono prese in considerazione dai governi occidentali, ed è principalmente a causa della loro carenza che il diverso fatica ad essere compreso e accettato. Al contrario, perfettamente integrata nel tessuto sociale, nell’immaginario collettivo dei popoli occidentali, è la dottrina del PIL.

I governi occidentali infatti si spendono corruttivamente affinché beni e servizi transitino liberamente da una terra all’altra e siano ben presenti nelle nostre case, e ha poca importanza se è lo sfruttamento utilizzato per produrli a generare l’esodo di massa cui noi tutti stiamo assistendo. Poco spendono invece per insegnare il degrado sociale e culturale creato per inseguire il profitto, indirizzando furbescamente il sentimento collettivo verso dispotismi, egoismi, diffidenze, invidia, così chi è costretto a scappare da quelle realtà si ritrova a sbattere ancora contro la stessa insensibilità.
Perché è grazie ai potenti mezzi oggi a disposizione se siamo capaci di credere, come ingenui fanciulli incantati dalle favole, nella reale esistenza di Babbo Natale (un Salvini qualunque) e dell’Uomo Nero (un immigrato qualsiasi). E allora ti capita sovente di ascoltare in giro ragazzini che per offendersi si scambiano epiteti come «sei un marocchino», e ti accorgi di quanti passi è retrocessa l’umanità, e di quanti invece è avanzata la spietatezza.
Viviamo così nell’Era glaciale dei sentimenti, nel pieno di una catastrofe, e questo mondo somiglia sempre più a un mondo privo di umanità, e di comprensione, pietà, accoglienza, sostituita da marionette senz’anima, né calore né ombra. E non è un caso che in numero sempre maggiore l’uomo venga sostituito nei suoi compiti dalle macchine, come non lo è il fatto che ad un aumento del degrado corrisponda una diminuzione della coscienza.
Nessuno ha più responsabilità in questo carosello di scaricabarili, dove il colpevole si è fatto invisibile, attore di questa tragicommedia che è la vita, in cui svolge le sue attività solo su comando, e dove non è concesso, poiché non ne ha facoltà, domandare, avere dubbi, per non destabilizzare il fragile equilibrio economico da cui dipende la sua esistenza. L’oppressione della libertà di pensiero, della consapevolezza di un mondo alienato, dà origine a tensioni fra popoli che nulla hanno di opposto, e che anzi hanno in comune tutti la stessa oppressione e la stessa incolpevolezza. L’inciviltà verso la quale siamo diretti reprimerà quel po’ di empatia che ancora sopravvive educandoci a considerare la “nostra razza” superiore, e come l’unica degna di occupare terre. Ebbene sarà sempre guerra, una guerra stabilita dalla favola del PIL. Nel frattempo, quanto più il mercato è libero, tanto meno ci sentiamo sicuri. Ma è solo un caso.

Libri vs Facebook: 0 – 1


La prima cosa che un libro insegna è come stare in solitudine, poi ad apprezzarla, a conversarci, spesso per questo privilegiandola, in quale posizione la si gradisce di più, e a portarla a spasso a volte facendole fare i suoi bisogni come un cane. Ma quel che involontariamente insegna un libro, un buon libro, è a leggere e scrivere, sia concretamente che intellettualmente.

La prima cosa che Facebook insegna è come fare i selfie, poi è un crescendo di: guardare e condividere prevalentemente video, leggere le notizie a metà, cliccare sui titoli sensazionalistici e condividerli di volta in volta, non approfondire, non verificare, come dimenticarsi della grammatica, della sintassi, della coerenza, della logica, dei familiari, come far perdere di significato la parola “amicizia”, come dire senza un briciolo di vergogna che non si è razzisti e che non si fanno discriminazioni però prima vengono i nostri figli e poi tutto il resto del mondo se c’è tempo altrimenti può anche crepare, come far gli auguri a persone che non conosci ed augurare ad altrettante la morte. Alimenta l’ignoranza e la diffidenza poiché elementi presenti in chi, statisticamente, lo utilizza con più frequenza. Facebook, in ultima analisi, è il luogo in cui spesso la solitudine assume aspetti inquietanti, perciò insegna a diffidare di se stessi e ad evitare accuratamente di rimanerci da soli, e, non da ultimo, a leggere e scrivere male, concretamente e intellettualmente.

Beneficenza: come farla nel modo giusto


“Aiutare gli altri” non lo si fa donando due euro in beneficenza, bensì andando alla ricerca delle ragioni per le quali gli altri hanno bisogno di aiuto. Donare due euro, dieci, cento, mille o diecimila non serve a risolvere il problema di alcuno, bensì a sollevarci dalle responsabilità, che tutti gli appartenenti alla società hanno, e cioè di operare affinché ognuno abbia pari diritti e pari dignità. Donare qualche euro serve quindi solo a lavare la coscienza di chi non vuol prendersi tali responsabilità, poiché troppo occupato a salvaguardare i confini del proprio giardino, diventato sempre più incapace di gettare lo sguardo oltre siepi e recinti innalzati attorno a sé: sempre più alti e incomprensibili. L’egoismo e l’ignoranza, introiettati e diffusi, sono i veri artefici dell’indigenza nella quale versa gran parte della società. Non serve donare, ma andare invece alla ricerca delle cause, e non alla ricerca di alibi per sollevarci da responsabilità cui nessuno può e deve sfuggire, dal momento che presto o tardi ciò non sarà più possibile. La donazione è un palliativo, un placebo somministrato al popolo per esularlo dall’andare alla ricerca delle vere cause del problema. La donazione è la forma con la quale si alimenta il degrado: quanto più una società ha bisogno di donazioni tanto più significa che lo Stato sociale è assente.


Mentre il fabbisogno dei servizi pubblici aumenta, gli interventi del governo tendono invece a ridurli, lasciando ai singoli individui, e alle famiglie, il compito di sopperire ad essi. I deficit strutturali dello Stato sociale accrescono poiché spalleggiati da forze finanziarie che non hanno alcun interesse economico nel far fronte ad essi. Le privatizzazioni di grossi pezzi dello Stato hanno questo come obiettivo: il profitto; non un’equa ridistribuzione dei guadagni e dei servizi; il bene di pochi (del privato che amministra per incrementare il ricavato), e il peggio per il resto (il popolo) – ovvero la “filosofia” del Neoliberismo –. Pertanto quanto più i governi legiferano a favore di quelle forze, tanto più aumentano i deficit di assistenza sociale. Ai deficit finanziari dello Stato non si interviene accrescendo il “deficit di assistenza”, e cioè tagliando i finanziamenti per scuole, disabili, malati, anziani e disoccupati. 


Va inoltre ricordato che i diritti per lo svolgimento della vita politica sono necessari a porre in essere i “diritti sociali”, e questi ultimi sono indispensabili per garantire il funzionamento dei “diritti politici”, che altrimenti, come dimostra il sempre più crescente disinteresse del popolo nei confronti della politica, non trovano ragione alcuna.


Le due tipologie di diritto hanno appunto bisogno l’una dell’altra per sopravvivere; tale sopravvivenza può essere solo il loro comune successo. Allo stato attuale delle cose entrambi sono “non pervenuti”, e i dati che indicano la disaffezione alla cosa pubblica, alla vita politica, dimostrano che tale assenza non accenna a diminuire; tutt’altro. Andare alla ricerca delle cause è l’unica soluzione, l’unica speranza che noi tutti abbiamo per ridurre degrado, disuguaglianze e deficit culturali. Solo attraverso la ricerca è possibile incanalare le forze nel modo e nella direzione giusti. Altrimenti, degrado, disuguaglianze e deficit culturali saranno inesorabilmente destinati ad aumentare e ad attecchirsi sempre più radicalmente a un concetto di “solidarietà” distorto e incapace di convertire la “società” in un bene “comune”, condiviso, posseduto dalla comunità, che è l’unico rimedio contro “miseria” e “umiliazione”, ossia l’esclusione (il terrore di essere spinti fuori strada o di cadere fuori dalla vettura del progresso che accelera sempre più) e la condanna dell’“esubero” sociale (il terrore di essere privati del rispetto dovuto agli esseri umani e di essere designati come “rifiuti umani”).


Purtroppo versiamo in una società satura di informazioni e i titoli dei media servono soprattutto a cancellare (efficacemente) dalla memoria pubblica i titoli del giorno prima. I mass media non hanno nulla a che vedere con la giusta formazione culturale rispetto alle cause dei problemi sociali in cui versiamo. Credere di ricevere informazioni oneste da apparati costituiti o finanziati da forze economiche estranee al bene comune è un atteggiamento fideistico che non possiamo più permetterci e anzi, che non avremmo mai dovuto lasciare accadere. Delegare l’interesse comunitario a qualcun altro è un paradosso: un’assurdità. Se teniamo veramente all’Altro, anziché donare due euro a una delle tante associazioni spuntate come funghi, andiamo in cerca delle reali cause dei suoi problemi. È questa l’unica polizza di assicurazione che lo Stato (la Comunità) può emettere in suo favore. È questa l’unica donazione efficace a risolvere alla radice i suoi problemi. Se non comprendiamo ciò, disuguaglianza e miseria non arresteranno il loro cammino, e noi ci assicureremo la catastrofe.

“SCOPRIRSI” NELL’ERA DEI SOCIAL


Svestirsi, vale a dire ciò che di più facile viene da fare nella società delle immagini, è un gesto che non confina esclusivamente nella fisicità, ma anche nella mentalità, nel modo in cui ci abituiamo ad esibire i nostri pensieri, i più e i meno intimi. Nell’era dei social infatti tale comportamento è ampiamente dimostrabile, praticato, e più o meno implicitamente riconosciuto e accettato dalla maggior parte di noi.
Mettere in piazza i propri pensieri equivale a spogliarsi.

Si è molto parlato del video/esperimento (poi emulato, riprodotto in serie ovunque nel mondo) nel quale si vede una ragazza vestita con un jeans e una maglietta neri che passeggia per le strade di New York ricevendo un centinaio fra commenti e complimenti da parte di uomini. Il video, chiaramente di stampo razzista, è un girato di 10 ore riassunte in nemmeno 2 minuti, nei quali si vedono soltanto uomini di origini africane rivolgere le loro attenzioni nei confronti della ragazza, come a voler indirettamente documentare che di questi bisogna diffidare, dal momento che di tale evidenza non si fa alcun cenno alla fine del video, che i media non hanno perso tempo a titolare “molestie subìte da”, come non si fa cenno della fine che hanno fatto le altre 9 ore 58 minuti. L’autore lascia quindi al pubblico, velatamente già consigliato durante la visione del video, il compito di aggiungere e fare la somma, sollevandosi così di ogni responsabilità. E il risultato è un susseguirsi di altri commenti, prolificati in seguito alla sua condivisone – in Rete come in Tv –, che in poco o nulla differenziano da quelli ricevuti dalla protagonista del video, mescolando così altra confusione a quella già presente.

Prendiamo come esempio Facebook, spazio più che appropriato per osservare il diffondersi di pensieri contrastanti, data l’infinita mole di immagini, video e pensieri che gli iscritti offrono alla platea.

Cattiveria, ignoranza e depravazione si possono trovare nei commenti sotto una foto innocua pubblicata sul proprio profilo, ma anche in quelli sotto un “pensiero” dato in pasto al pubblico. L’errore più comune che facciamo in certi casi sta nel non considerare che spesso giudichiamo chi ci giudica, entrando così in un circolo vizioso dal quale non se ne esce. Ci è difficile accettare osservazioni o critiche contrastanti con il nostro modo di vedere, fondamentalmente perché disorientati, oltre che condizionati, dagli altri inesauribili modi di vedere. Il selfie, ad esempio, entrato prepotentemente a far parte del nostro linguaggio espressivo ormai sempre più scarno, riprodotto in serie in maniera esasperata ed esasperante tanto da sentirsi a volte circondati dal nulla, è l’emblema di quel che siamo diventati e stiamo vivendo. Un comportamento che nel giro di un anno ci ha contagiati come fa un virus, grazie a quella gran cassa di risonanza che sono i media e i loro fruitori, per primi i personaggi celebri (o celebrati, personaggi politici inclusi), sempre pronti in prima linea quando si tratta di lanciare prodotti o modi di fare o di pensare, e che può trovare ragioni solo nella totale dipendenza alla quale siamo asserviti, nella stessa misura in cui un tossicodipendente è asservito alla sua droga.

Ed è così allora che i “mi piace” accrescono un’autostima fittizia, al contrario dei “mi piaccio”, che avvalorerebbero quella autentica. Quando infatti i “mi piace” non convalidano quella autentica, ecco che disimpariamo a conoscerci, ad ascoltare quel che di più intimo abbiamo nelle nostre profondità, a lasciarci soggiogare, poiché sempre più complessi da osteggiare, dai sempre più travolgenti condizionamenti provenienti dall’esterno. Se dalle contraddizioni siamo circondati, se viviamo in un mondo dove ogni elemento che lo compone trova il suo nemico pronto ad affermare una verità opposta altrettanto supportata, come uscirne? In mezzo al caos, di conseguenza, sempre più spesso preferiamo rinnegare, piuttosto che rivendicare con sensatezza; oppure l’esatto contrario: pretendiamo con un’esasperata irrazionalità d’aver ragioni. Vedi chi pubblica pensieri omofobi, razzisti, o foto nelle quali impugnano un’arma, e che solo dopo “si accorgono” d’esser stati vittima dell’impulso ritornando maldestramente sui loro passi. Ma c’è anche chi ovviamente reclama con vigore cadendo spesso nel ridicolo.

L’impulso a denudarsi, a render pubblica la nostra ricchezza intima, a confessarsi costantemente sul proprio profilo social o in quello altrui, rappresenta l’ostentazione frustrata del narcisismo. Preferiamo appunto i “mi piace” ai “mi piaccio”, e lasciamo che siano altri a dire “chi” e “come” dovremmo essere.
Non c’è dubbio: siamo tutti personaggi pubblici, nelle mani di un pubblico che ci conosce ancor meno di noi.
E’ vero, siamo liberi di tornare sui nostri passi quando sbagliamo. Ma qual è il metro di giudizio del quale ci serviamo per stabilirlo? E quanta libertà c’è in un comportamento che si avvicina sempre più a una catena di montaggio?

Manifestazioni di dissenso: ecco perché, “grazie ai media”, sono ininfluenti


Ruberie, soprusi, discriminazioni, disuguaglianze e povertà sono in costante crescita in Italia e nel mondo, eppure il popolo sembra aver perso la capacità di ribellarsi, o quantomeno di manifestare disgusto verso una
classe dirigente sempre più incapace, attenta solo a salvaguardare i propri interessi personali e quelli di chi finanzia le loro perenni campagne elettorali. Il dio denaro, sempre lui, abbatte tutto e tutti, comprese le manifestazioni di protesta che hanno da sempre evidenziato il carattere umano, solidale e comunitario delle società nei momenti di maggior sofferenza. Ma da solo il denaro non basta. Bisogna disporre anche dei giusti strumenti (che il denaro ovviamente compra) in grado di corrompere e compromettere la struttura psicologia e percettiva degli eventi cui il popolo viene a conoscenza ogni giorno. Ecco allora che i mezzi di comunicazione di massa, compresi i nuovi media, svolgono un ruolo fondamentale a tal fine.

Un tempo l’uomo si riuniva attorno a un fuoco e più tardi a una tavola imbandita dove assieme con altri consumava i pasti discutendo degli accadimenti passati, quotidiani e di quelli futuri; oggi il fuoco non ha più quell’utilità e i pasti, nell’era dei “fast food”, vengono consumati in tutta fretta e dove capita, magari chiusi ognuno nella propria stanza davanti al proprio televisore sintonizzati sul proprio programma preferito. Si è soli, teoricamente in compagnia di altri individui soli come noi, tuttavia ciò non ha la prerogativa di renderci meno soli. Anzi.

La Tv in particolare, oltre ad essere una fabbrica di stereotipi e di spettacolo, ha la funzione primaria di dare al pubblico spettatore ciò che la fantasia riesce a produrre, ovverosia offre una valvola di sfogo fittizia, priva di reale consistenza capace di placare sul nascere ogni forma di espressione costituita individualmente. Con l’avvento dei talent-show ad esempio — a sostegno di quella che non è certo una teoria — il numero di persone sedotte da essi che aspirano a diventare ballerini, cantanti, attori, scrittori, eccetera, è aumentato smisuratamente. I nuovi media a tal proposito, grazie al prezioso contributo dei social network, amplificano, esaltano e sviluppano ancor di più tutto il materiale che la Tv produce — anche se in alcuni casi può verificarsi l’inverso ottenendo comunque lo stesso risultato —, interagendo fra loro come una protesi fa con chi la indossa.

“Diventare famosi!”, di fatto, è il feticcio cui gran parte della società delle apparenze ambisce. «Essere famosi» non significa nulla di più (ma anche nulla di meno!) che essere i protagonisti delle prime pagine di migliaia di riviste ed essere presenti su milioni di schermi, essere visti e notati, essere oggetto di conversazione e dunque, presumibilmente, “di desiderio” da parte di tante persone.

La nostra fantasia produce empiricamente i suoi frutti, ovvero elabora desideri che gli giungono ai sensi attraverso l’esperienza dei fenomeni e degli accadimenti. E in un mondo, come afferma Germaine Greer, in cui “la vita non è fatta solo di media, ma quasi”, ciò che giunge ai sensi è accuratamente selezionato per essi dal mondo dei mass media.

L’aspirazione dell’umanità è sempre stata, utopisticamente, quella di raggiungere la “bellezza” della perfezione — o “la perfezione della bellezza” — e i modelli offerti dai media volgono dispoticamente verso quella che dal modello sociale dominante è spacciata per tale. Ma, come acutamente ci illumina Baudrillard, “la perfezione è sempre stata punita: la punizione della perfezione è la riproduzione”. Perfezione, pertanto, alla quale noi tutti siamo sottomessi indefessamente, cui noi tutti dobbiamo obbedire, sopportare e ambire di riprodurre, imitare per tentare di realizzare le nostre fantasie istigate dalla perfezione stessa dalla quale sono accerchiati.

Ci troviamo così di fronte a un’esibizione criminogena della perfezione, a una produzione di fantasie e aspirazioni bramose, ma l’elemento ancor più preoccupante è la convinzione che si insinua fraudolentemente negli individui, che è quella di fargli credere di star facendo qualcosa che in realtà non fanno; di essere qualcuno che in realtà non sono, e di possedere delle qualità che in realtà non hanno. Possiamo rilevare ciò registrando il tempo che trascorrono sui palcoscenici le miriadi di presunti nuovi talenti smerciati per tali al grande pubblico dalle case discografiche o dagli improbabili talent-scout, che appunto vendono persone come pane fresco, le loro facce, le loro voci, i loro corpi, il loro modo di (farsi) vestire, come fossero ognuno migliore dell’altro, proprio come un prodotto sullo scaffale di un supermercato sulla cui confezione campeggiano frasi come “il migliore in assoluto”, oppure “eletto prodotto dell’anno”. Di facile seduzione per il pubblico, ma anche di seria frustrazione quando chi apre la confezione si rende conto (ma senza prenderne realmente coscienza) che poco differisce dagli altri prodotti, o quando “il talento” stesso si accorge di essere stato rimpiazzato da quello successivo.

Naturalmente il pubblico fatica ad accorgersi di siffatti rimpiazzi poiché tenuto in perenne suspense ed eccitazione dall’annunciato prossimo fenomeno, e quand’anche se ne accorgesse non sarebbe rilevante dacché gli individui cui si rivolge il mercato non sono interessati, anzi, non percepiscono nemmeno certe strategie di marketing. Ma le subiscono; motivo per il quale ambiscono a diventare prodotti loro stessi, convinti di dare alla “perfezione” il proprio contributo, giacché persuasi di esserne portatori.

Ed è in questa riproduzione indefinita di prodotti da consumare che ci smarriamo, che ci consumiamo, e dalla quale usciamo vinti combattendo una battaglia che non siamo noi a chiedere di combattere, ma che ci depreda delle forze e della concentrazione necessarie per affrontare quelle di una vita sempre più avversa, che andrebbero invece osteggiate con impegno e costanza.

Generare un’aspettativa è il vero nocciolo di tutta la questione fin qui trattata. Una società che regge la propria economia grazie ai consumatori, infatti, cresce rigogliosa (gonfiando le sole tasche di chi produce selvaggiamente) finché riesce a rendere perpetua l’insoddisfazione dei suoi membri. In ogni aspetto della vita sociale. Per sostenerla, l’impulso a cercare le soluzioni ai nostri problemi, alle nostre ansie e dolori nei prodotti (o persone) pubblicizzati, non solo è incoraggiato esplicitamente, ma è un comportamento che provoca assuefazione verso l’insoddisfazione e la delusione, diventando abitudine priva di alternativa. Se la soddisfazione fosse definitiva nessuno venderebbe più soluzioni.

Mantenere il consumatore in persistente tensione è la strategia madre di tutte le strategie di vendita adottate dal mercato. Per vendere un prodotto, una persona, un’idea, una riforma, non c’è necessità che questi siano ciò che per cui sono spacciati. Devono rispondere semplicemente all’esigenza di un pubblico che chiede e desidera quanto gli è stato imbeccato di desiderare, di conseguenza, se chiede una rivoluzione basterà piazzare sugli scaffali qualcuno con su scritto sulla maglietta “rivoluzione in corso” per dargli l’impressione di trovarcisi nel bel mezzo; se chiede un talento basterà mandare in scena qualcuno spacciato per tale; se chiede che i suoi sogni possano essere realizzati basterà presentargli qualcuno cui (a tale scopo) sono stati realizzati; se chiede una riforma basterà annunciare qualcosa come tale; se chiede giustizia basterà fare la telecronaca degli arresti eseguiti; se chiede un colpevole basterà indicarglielo; se chiede la fine della fame nel mondo basterà allestire un’Expo; se chiede salari più alti sarà sufficiente fargli credere di avere 80€ in più in busta paga; e via di seguito. Allora è una delusione continua, che genera frustrazione continua, che reprime la rabbia e che ci convince di essere sempre più impotenti di fronte alle infinite complessità che ci vengono rappresentate quotidianamente, ininterrottamente, e alle quali, nonostante tutti i nostri sforzi, non troviamo soluzioni definitive. Del resto ansia da prestazione, eiaculazione precoce e orgasmi simulati sono peculiarità di una società esigente e “fast” come la nostra, insieme ad un consumo sempre più massiccio di antidepressivi.

Thomas Hylland Eriksen spiega perfettamente la società confusa nella quale viviamo:
“Invece di organizzare la conoscenza secondo schemi ordinati, la società dell’informazione offre un’enorme quantità di segni decontestualizzati, connessi tra loro in maniera più o meno casuale. […] Per riassumere: se si distribuisce una crescente quantità di informazioni a una velocità anch’essa crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive. C’è il rischio che i frammenti prendano il sopravvento, con conseguenze rilevanti sul modo di rapportarsi al sapere, al lavoro e allo stile di vita in senso lato”.
(“Tempo tiranno”, p. 139 – 144)

Non essendoci narrazione logica, tantomeno percezione di quel che accade attorno a noi, ne consegue che preferiamo astenerci e lasciar fare agli altri, convinti, in senso lato, di dare lo stesso il nostro contributo poiché apparentemente ci sentiamo al centro del dibattito, quale che sia. In fondo, crediamo tutti di essere dei talenti e di poter cambiare il nostro microcosmo, nonostante il sempre più degradato macrocosmo che ci avvolge, e non viceversa, come invece dovrebbe essere.