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Dalle politiche economiche internazionali al popolo: siamo tutti forti coi deboli e deboli coi forti


Siamo tutti contro l’Europa tecnocratica e le sue politiche di austerità, ma non sappiamo bene il perché. L’austerità è l’artificio con il quale i tecnocrati europei ed americani hanno imposto al popolo una grave riduzione dei Diritti Umani con conseguenti grandi sofferenze, per risanare i conti mandati in rovina dalla Finanza internazionale, dal Mercato, dal Liberismo (dottrina economica che sostiene la necessità di accrescere le libertà individuali dei cittadini in campo produttivo e commerciale e limitare l’intervento dello Stato). Il mercato opera in base al principio del profitto, ed è il fondamento del nostro attuale sistema economico. Un sistema spietato che opera per convenienza individuale a dispetto della collettività, perché ricordiamoci che lo Stato “è” la collettività, il popolo. Le cause della crisi economica che stiamo attraversando sono note, ma non consapevoli. Ciò significa che tutti, più o meno, sappiamo dell’esistenza di una regia che manipola le sorti dei popoli indirizzandole ai loro perversi voleri, ma non siamo consapevoli delle conseguenze che queste generano. La perversione la si può (o potrebbe) distinguere contrappesando il contesto sociale presente con quello passato. Sono evidenti i fallimenti delle politiche lasciate in mano ai businessmen, eppure questi non bastano ad orientare la rabbia dei popoli (in particolare di quello italiano) nei confronti dei giusti colpevoli (qui ho già spiegato quali sono i principali motivi di tanta fatica).

Il punto è, quindi, che pur di raggiungere indisturbati le loro perverse ambizioni, lorsignori passerebbero (e ci passano) sopra le carcasse determinate da esse.
Le conseguenze di tutto ciò sono povertà, discriminazioni, disuguaglianze, frustrazioni, esasperazione, violenze, aumento delinquenziale, limitazione culturale, esodi di massa, un sistema sociale caotico e schizofrenico che sembra non conoscere intralci. Che continua indisturbato per la sua strada, indicando all’opinione pubblica ora quel colpevole ora quell’altro, con un martellamento quotidiano degno delle peggiori torture cinesi, perché è vero che la goccia spacca la pietra.
Mi rendo conto di scrivere spesso di immigrazione, ma non posso farne a meno. Ogni giorno, ahimé, mi scontro con chi addita l’immigrato come il responsabile dei problemi esistenziali di questa società, e non posso fare quindi altrettanto a meno di provare una viscerale indignazione nei confronti di uno Stato che invece di fare il buon padre e la buona madre lascia che i propri figli si scannino fra di loro. E qui sorge un altro aspetto che purtroppo è sempre più difficile da fissare nelle menti da anni condizionate da chi dice che esistono esseri umani ai quali è concessa la supremazia esistenziale e ad altri no. Dei buoni genitori sanno amare anche i figli degli altri, perché sanno immedesimarsi con indulgenza e umiltà, sentimenti inariditi dal deserto che il profitto lascia dietro di sé.
Per tutti è più facile essere forti coi deboli e deboli coi forti. Esattamente come lo è la Legge del Mercato, e noi ci siamo perfettamente adeguati, prostrati ai suoi princìpi. Perché queste sono le conseguenze logiche di una società così indirizzata. Ecco, se riuscissimo ad uscire da questo groviglio di assurdità, e a puntare il dito verso il solo ed unico colpevole, il vero responsabile del degrado in cui versiamo, anziché su altre vittime come noi, a me potrebbe tranquillamente venire in mente di scrivere d’altro. Sono le politiche Liberiste a rendere schiavi noi e i popoli che emigrano in massa, e fino a quando non lo capiremo saremo i loro burattini e tutta la rabbia e le frustrazioni accumulate le scaricheremo su chi loro ci indicano. 

La povertà, tra indifferenza, diffidenza e superficialità


Ho, purtroppo, modo di interloquire sempre più spesso con persone che considerano la condizione di povertà l’effetto di un’incapacità esclusivamente personale, una caratteristica di quelle persone che non riescono, giacché non vogliono, a trovare una posizione sociale e quindi a realizzare una vita come quella di tutti gli altri che, invece, riescono a concretizzare perché ne hanno la volontà. Costoro pensano che il mondo sia costituito per una parte da predatori, sciacalli, imbroglioni, astuti, ingegnosi, volenterosi e interessati, di conseguenza immaginano che l’altra sia fatta di ingenui, sprovveduti, imbranati, sfaticati, oziosi, privi di interesse, lamentosi e parassiti. Plagiati quotidianamente da stereotipi, luoghi comuni, banalità e quant’altro capiti di ascoltare o leggere attraverso i media, come dargli torto. E dal momento che “la vita non è fatta solo di media, ma quasi”, il propagarsi di tali preconcetti è inesorabile. A dispetto quindi di quel che conseguentemente una crisi — che nessuno ha voluto — produce, ovvero povertà e degrado sociale, gli indigenti sono tuttavia elaborati come degli incapaci.

È, molto spesso, il povero stesso a ritenersi incapace, non all’altezza delle situazioni e dei problemi che è suo malgrado costretto a fronteggiare. Ed è anche il motivo principale che trascina un individuo alla depressione, e nei casi più estremi anche al suicidio, senza contare le umiliazioni con le quali si scontra ogni giorno e le frustrazioni che ne conseguono. E le umiliazioni sono proprio gli sguardi e i preconcetti di coloro che li considerano degli inetti, per questo ci dobbiamo sentire tutti responsabili nei confronti di chi versa in condizioni di miseria, facendo lo sforzo di comprendere che le difficoltà e gli insuccessi personali non possono (e non devono) essere addebitabili soltanto all’individuo e alle sue incapacità.

Dobbiamo fare lo sforzo di mettere in conto alcuni aspetti che una crisi come quella che stiamo vivendo genera: il terreno sul quale camminiamo che si fa sempre più fragile, i legami umani sempre più sfilacciati e inaffidabili, le difficoltà con le quali inevitabilmente ci scontriamo, che questa società malata ci sbatte in faccia senza alcuna remora e che non a tutti riesce facile governare, l’impraticabilità oggettiva e riconosciuta di alcuni percorsi, e dunque tutta una serie di psicopatie che ne derivano: frustrazione, malattie psicosomatiche che diventano sempre più difficili da curare a causa della mancanza di risorse economiche, depressione, ansie, angosce, disturbi della personalità, insicurezze, sensi di colpa, di inadeguatezza, rabbia, difficoltà esistenziali.

Non tutti disponiamo dei mezzi e delle capacità individuali per far fronte al degrado sociale. Non tutti disponiamo delle basi culturali in grado di razionalizzare i problemi con i quali ci scontriamo inevitabilmente, e che la vita non manca mai di ricordarci. Non esistono soluzioni individuali a problemi che sono di natura sociale. Addebitare la colpa al singolo individuo, ai suoi deficit personali, è un esercizio che distoglie la nostra attenzione dal vero problema: una società malata, che ha perso ogni senso di solidarietà, di comunità, nella quale siamo addestrati a rincorrere e incitati a raggiungere il successo personale, che possiamo conseguire solo se si ha l’attitudine di diventare predatori, sciacalli, egoisti, astuti a nostra volta. Una società, inevitabilmente varia, variegata e variabile come quella nella quale viviamo, non è (e non può essere) composta di soli “attrezzati”. Pensarlo equivale a essere convinti di vivere su una montagna, sulla quale dall’alto guardiamo altezzosamente il resto del mondo. Coprire gli occhi, tappare le orecchie e turare il naso, durante la nostra corsa sfrenata verso il “successo”, poiché vedere, ascoltare i lamenti e sentire l’odore di chi non ce l’ha fatta rischierebbe di rallentare il nostro passo, non serve a nessuno, se non ad alimentare un egoismo e un’inconsapevolezza sempre più diffusi.

Il problema è che non siamo disposti e disponibili a vedere, ascoltare e sentire; l’uomo non è un essere incline a misurarsi con il “brutto”, con la bassezza umana, ma solo con il bello. È ininterrottamente esortato, sollecitato a seguire modelli sempre più “belli”, “puliti”, “silenziosi”, e dunque sempre più irraggiungibili, convinto che ciò possa rendere bella, pulita e silenziosa anche la sua coscienza, tranquillo, sicuro di non aver colpe per le disgrazie altrui con il suo comportamento.

Eppure, per quanto si possa essere ciechi e sordi, e per quanto ci si possa spruzzare di profumo, i nostri sensi avvertono comunque la presenza dei meno fortunati che noi, come appunto ci hanno efficacemente insegnato a fare, classifichiamo e collochiamo nella categoria degli “incapaci”.

E poiché il loro numero non fa che aumentare di giorno in giorno, se a volte ci capita di provare una certa sensazione di pena nei “loro” confronti e, nei casi più estremi anche una certa empatia, ci vengono allora in aiuto espedienti in grado di soddisfare e placare momentaneamente il nostro senso di solidarietà. Primo fra tutti è il metodo più semplice da adottare e anche il più efficace (non in termini di solidarietà; efficace per placare egoisticamente la nostra coscienza): quello di ricorrere alle infinite associazioni di solidarietà, cresciute come funghi sul terreno reso fertile e accogliente dall’assenza e la noncuranza dello Stato sociale, cosicché quel misero residuo di solidarietà di cui ancora disponiamo possa trovare un canale di sfogo e soddisfazione attraverso di esse. Ma la solidarietà “su commissione” si può paragonare a una dose di aspirina somministrata a un malato di cancro, o a un’etto di prosciutto dato in pasto a un leone che non mangia da mesi: inutile. Inutile al malato, inutile al leone, ma perfetto come alibi per la nostra coscienza.

Si potrebbe quasi dire che, per far sì che una società malata come questa funzioni, se non ci fossero gli “incapaci”, bisognerebbe inventarli.
Dimentichiamo, però, che più il numero dei leoni affamati aumenta, più il numero delle vittime sbranate da essi sarà destinato a crescere (vedi violenze e reati diffusi); più il numero dei malati di cancro aumenta, più saremo costretti a non vedere, non ascoltare, e a non sentire l’odore. L’indifferenza, la diffidenza e la superficialità dilaganti con le quali affrontiamo certi argomenti, e con le quali mi scontro ogni giorno, lo attestano chiaramente. E quanto vorrei sbagliarmi…

E se lo Stato fosse un Pronto Soccorso?


Al Pronto Soccorso, come tutti sappiamo, anche se mi auguro di no, funziona così: in base alla gravità del caso vengono assegnati dei braccialettini oppure un foglio con indicato sopra il colore che indica l’urgenza del caso:

– Il rosso per i pazienti più gravi, in pericolo di vita, e che ovviamente hanno la precedenza assoluta;
– Il giallo, per i casi urgenti ma non in pericolo di vita;
– Il verde, per i problemi acuti ma non critici;
– L’azzurro, per i casi acuti ma di scarsa rilevanza;
– Il bianco, problemi di minima rilevanza;

Premesso ciò, visto che si fa un gran parlare di “cambiamento” e dei famigerati 80€ in busta paga ai 10 milioni di dipendenti, vediamo di chiarire, attraverso una “scala delle urgenze” chi, urgentemente, avrebbe realmente più bisogno d’essere aiutato:

– 1. I “senza tetto” (codice rosso);
– 2. Coloro che hanno perso il lavoro e che non usufruiscono degli ammortizzatori sociali (codice “arancione”): i “senza reddito“, che progressivamente aumentano degenerando in “senza tetto“;
– 3. I disoccupati (codice giallo), che hanno da poco perso il lavoro e sopravvivono con l’elemosina degli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, e che una volta finita, li fa aggiungere a quelli sopra;
– 4. Gli operai e gli impiegati (codice verde) che prendono uno stipendio da fame e sopravvivono con quello a stento (i famosi 10 milioni che riceveranno (?) i noti 80€);

Queste sono le “categorie” in “stato emergenziale“. I “senza tetto” (codice rosso) attualmente ammontano a 48mila persone (esseri umani, lo ricordo), mentre i disoccupati (codice giallo-“arancione”) a 3 milioni e 254mila. Mi sembra inutile dire che tutti i dati sono in crescita.

Mi chiedo, allora, per quale motivo il governo scelga di “aiutare” chi ha meno indigenza (codice verde) ignorando coloro che versano in condizioni ben più gravi (rossi e giallo-“arancioni”), sebbene il loro numero sia inferiore. Sarebbe più logico, e solidale, come uno Stato dovrebbe essere, intervenire istituendo un forma di sostentamento simil “reddito di cittadinanza“, evitando afflizioni, inconcepibili nel 2014, a persone che sembrano essere dimenticate da Dio; invisibili. Immaginatevi un Pronto Soccorso in cui i pazienti più gravi nemmeno vengono messi in corridoio su un lettino a rotelle, ma sbattuti letteralmente fuori a morire!

Se la giustificazione è quella di “stimolare i consumi“, è ovvio che se anziché dare 80 miseri euro a 10 milioni di persone, ovvero a chi un lavoro ce lo ha già, per «andarsi a mangiare una pizza», se ne danno 500 a quei 3 milioni che sono senza, la domanda dei consumi aumenti in egual misura. Non credo che quei 500 euro vadano a finire sotto i materassi o dentro le banche a far lievitare gli interessi, quindi è evidente che verranno comunque rimessi in circolo aumentando la domanda. Forse, mi sorge il dubbio, che sia un certo tipo di “domanda” che vuol essere incentivata, come i “beni di seconda necessità“, che alimentano il mercato “consumistico“, e non quello dei “consumi“, ovvero dei “beni di prima necessità“.

Le politiche di “sinistra” (d’altronde così si dichiarano), storicamente, idealmente, si sono sempre vantate d’esser vicine alle necessità degli ultimi della scala sociale, e allora la domanda appare per effetto delle riforme che propagandano di aver intrapreso: chi sono “gli ultimi” della società, oggi? Perché c’è questo silenzio assordante attorno a persone che non hanno nulla e che stanno perdendo spietatamente ogni protezione da parte dello Stato? Chi ha contratto un mutuo e non riesce più a pagarlo perde le sue proprietà, nessuno ha più un gioiello giacché per pagare debiti o cibo se lo è venduto; gli “ultimi” sono stati espropriati di ogni bene di valore, morale e materiale, ma chiaramente questo non basta al governo per convincerlo ad intervenire per cercare di stravolgere una situazione diventata assurda, paradossale, inaccettabile.

Se tutti i Pronto Soccorso funzionassero così…

Aspirazioni politiche


In un periodo in cui tutte le grandi idee hanno perso credibilità, un nemico fantasma è tutto ciò che è rimasto ai politici per conservare il potere. Lottano giorno dopo giorno contro minacce che rischiano di sconvolgere le “loro” politiche e i “loro” programmi, inciampando da una campagna ad hoc all’altra, da un pacchetto di emergenza all’altra, senza altre aspirazioni che restare al potere anche dopo la prossima elezione. Del resto, sono privi di programmi o ambizioni lungimiranti, e là dove sono presenti hanno la sola funzione di privilegiare interessi che legano loro al mondo corrotto; ancor più sono privi di soluzioni per risolvere radicalmente i problemi che devastano questo Paese.
È incontrovertibile: lo Stato, così com’è, aspira solo a difendere i “suoi” privilegi, i “suoi” interessi, e a nascondere le sue paure verso chi cerca di destabilizzare i suoi “equilibri antitetici“.

Stato individualista


Thomas Frank (citato da Neal Lowson in “Dare more democracy”, 2005):
Qui Lowson:
«Il governo si è ridotto ad ancella dell’economia globale».
Qui Frank:
«Liberando ulteriormente il mercato e consentendo a esso di estendersi e di inglobare sempre più il settore pubblico, il governo è costretto a pagare il conto del fallimento del mercato, delle esternalità che il mercato rifiuta di conoscere, e deve fungere da rete di sicurezza per gli inevitabili sconfitti dalle forze del mercato».
Bisogna aggiungere, però, che i “fallimenti” occasionali del mercato non sono i soli a stilare la classifica delle priorità di governo. La mancanza di regole alle forze del mercato e la resa dello Stato alla globalizzazione di queste (la globalizzazione degli affari, del crimine o del terrorismo, ma non quella delle istituzioni politiche e giuridiche in grado di controllarli. Ad esempio una legislazione mirata a combattere le mafie è presente in particolare in Italia, ma nel resto del mondo ancora si sta facendo poco o nulla per adeguarsi, quando invece sappiamo bene, come ha affermato in più occasioni il Procuratore aggiunto Nicola Grattieri, che le mafie operano a livello globale: sono laureati e vestono in giacca e cravatta, gestiscono in prima persona, alla luce del sole, i mercati finanziari, della droga, delle armi e del commercio globale), dev’essere pagata, “quotidianamente”, con il disordine e la distruzione sociale: con una fragilità senza precedenti dei legami umani, con la fugacità delle fedeltà collettive e con la deresponsabilizzazione degli impegni e della solidarietà.

I mercati, com’è noto, operano per scopi diversi da quelli dello stato sociale: non hanno interesse affinché si operi a favore della riduzione delle disuguaglianze sociali, e agiscono esclusivamente su un principio di profitto economico “individuale”: ad essi non importa “chi” e “quanti” possono permettersi un posto nella società, ma “quanto” e “quante volte” quei pochi siano invece disposti a mettere le mani nel portafogli.

Woody Allen in “The complete prose of Woody Allen”, con la sua solita ironia pungente afferma che «Più che in ogni altra epoca della storia l’umanità è a un bivio. Una via porta alla disperazione e alla completa assenza di speranze. L’altra porta alla totale estinzione. Preghiamo affinché abbiamo la saggezza di scegliere correttamente […]».

Le politiche dei governi sono sempre più corrotte dai mercati globali.
Non esistono, e non possono esistere, soluzioni locali a problemi che sono di natura globale. Così come non possono esistere soluzioni individuali a problemi che sono di natura sociale. Le politiche locali agiscono invece per mascherare e compiacere quelle globali. I problemi di natura globale vanno (e devono e possono essere solo) affrontati globalmente. Ciò che invece avviene è l’esatto contrario. L’attenzione alle carenze dello Stato sociale, evidente e palese, si sposta verso quella individuale. Le frustrazioni e le incapacità individuali, che trovano il loro carburante nelle inefficienze dello Stato, sono state dichiarate ormai un problema solo ed esclusivamente di natura individuale. Il “destino”, ovvero il futuro, l’ignoto, che ci hanno esortati a coltivare con cura maniacale affinché possiamo spianarci la strada per una vita migliore, viene “quotidianamente” ridimensionato a dilemma personale, soggettivo, sradicando in noi l’idea che la collettività, la comunità, invece svolge un ruolo fondamentale affinché l’individuo possa trovare terreno fertile sul quale coltivare le proprie aspirazioni e costruire in base ad esse quel “futuro rigoglioso” che invece siamo sollecitati (dai mercati) a cercare scegliendo fra le infinità di prodotti e gadget offerti dal mercato. A noi solo l’imbarazzo della scelta (individuale).
Tanto più si ha la tendenza ad individualizzare problemi di natura sociale quanto più lo Stato sociale è assente.
Oggi infatti siamo convinti che gli altri siano guidati da simili motivazioni egoistiche, dunque non riusciamo ad attenderci da essi più compatimento disinteressato e solidarietà di quanto siamo indotti, allenati e disposti a offrire. In una società che poggia su queste fragili basi, la comunità tende ad essere percepita come un territorio disseminato di trappole e imboscate. A sua volta questa percezione, come in un circolo vizioso, accentua la fragilità cronica dei legami umani che così si autoalimenta.
Uno Stato non può definirsi tale quando opera, legifera, e sostiene pubblicamente teorie individualiste. Siamo davvero a un bivio; oggi più che mai.
Infine, quando la popolazione è frustrata, senza comprendere razionalmente le ragioni effettive della sua frustrazione, a causa dei messaggi contraddittori che assorbe attraverso i mass media (fonti principali di “cultura”, in particolare nel nostro Paese), è conseguenza inevitabile che si verifichino espressioni di violenza, che per loro natura trovano alimento in tali irrazionalità, vendute ovviamente dal mercato.

Catastrofi di Stato


Se le catastrofi naturali non sono (dichiaratamente, per definizione) un prodotto dell’uomo, la successiva sciattezza degli uomini certamente lo è. La vera catastrofe, dopo una catastrofe naturale, è la trascuratezza dello Stato nel far fronte alle sue conseguenze. Negare il sostegno a chi è stato colpito dalla mano della natura, nel tempo a venire, è la vera tragedia che si abbatte sull’uomo, poiché di sua mano, irresponsabilmente, ne amplifica l’impatto distruttivo, morale, materiale, psicologico, esistenziale. Abbiamo imparato, a nostre spese, che una catastrofe non dura mai il tempo che passa ad abbattersi sull’uomo. Oggi abbiamo smesso di attribuire a Dio la colpa per lo stato del mondo, e la moderna comprensione delle responsabilità, grazie alla scienza, ci fa essere in grado di farle ricadere sull’uomo, ma paradossalmente possiamo constatare come l’essere umano invece neghi di volersele assumere. La moderna concezione dell’esistenza è stata sviluppata nel tentativo di razionalizzare eventi catastrofici che in precedenza ci erano incomprensibili, introducendoci in una società costruita e modellata a immagine e somiglianza dell’ingegno, e delle più profonde fantasie, estrosità, nonché paure, dell’uomo. Secondo questo principio di costituzione e costruzione della società – sulla base degli eventi passati – l’uomo moderno avrebbe dovuto essere preparato ad affrontare, quantomeno, molti dei cataclismi che sempre con maggior frequenza si abbattono sulla sua testa, invece, nel tentativo di ripararsi dietro alla “casualità” e alla “cecità” degli eventi climatici, nega la possibilità di ammettere che possa esserci un rimedio “preventivo“. Il mantra è sempre lo stesso: non esiste alternativa. È più che certo che nessuno è in grado di prevedere quando, dove, e con quale forza distruttiva un evento catastrofico possa abbattersi su di noi, ma è pur vero che gran parte della comunità scientifica concorda nel sentenziare che la causa della frequenza con la quale negli ultimi anni si sono verificate immani tragedie, sia da attribuirsi alla mano dell’uomo: l’eccessivo inquinamento con conseguente aumento delle temperature, la cementificazione di intere aree che avremmo dovuto invece proteggere e tenere lontane dalle mani dei costruttori omicida, sono solo alcune delle principali cause che scatenano la reazione chimica, sempre meno indulgente, della natura.
Ogni volta che veniamo a conoscenza di catastrofi abbattutesi in qualche parte del pianeta, accade che la macchina sociale, gli eserciti, le protezioni civili, la Croce Rossa, e quant’altro serva a tirar su assistenza, come su un campo di battaglia, si mettono in moto e lavorano incessantemente per dare aiuto e sostegno, materiale e morale, alle vittime; e si mettono in moto, come un ingranaggio di un orologio che ha appena ricevuta la carica, campagne mediatiche per inviare un contributo economico, e di seguito i quotidiani ci informano sulla situazione in “stile bollettino di guerra”: vittime, sopravvissuti, sciacallaggio, e una lunga lista del necessario, che non abbonda mai, anzi. Questo va avanti per giorni, anche settimane, persino mesi, quando poi, tutt’a un tratto, i titoli in prima pagina iniziano a cambiare, e ritroviamo quelli della tragedia in seconda, in terza, in un cammino inesorabile fino alla cronaca locale, per poi scomparire definitivamente del tutto. Quello che avviene nei mesi, negli anni successivi è una routine: documentari, speciali una tantum, frammenti di denunce per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo Stato assente… Eh già, perché anch’esso, puntuale come un’orologio scarico, come fossero sincronizzati, più o meno volutamente non spetta a me dirlo, ma ai fatti, nel momento in cui l’attenzione mediatica inizia come d’abitudine la sua omertà, i suoi silenzi, e torna a interessarsi di come tenere a bada l’opinione pubblica e il consenso verso le istituzioni additate come “assenti“, le vittime dei cataclismi iniziano la loro discesa implacabile verso l’emarginazione, passando attraverso una fitta nebbia, che è solo l’anticamera dell’oblio dove verranno – è il caso di dirlo – deportate definitivamente. Immersi nella nebbia, per densa o rada che sia, si può vedere solo fino a una certa distanza, ma quanto più l’attenzione diminuisce, tanto più questa s’infittisce attorno a chi ne è “Stato” circondato. Trovo inutile, oltre che riduttivo, citare qui le catastrofi naturali susseguitesi in questi ultimi decenni, e trovo difficile, non certo solo per motivi di spazio, documentare il numero di famiglie lasciate sole, nella nebbia, dove, alla fine, non si vede a un passo lo Stato, che non manca mai di dichiarare lo “stato di emergenza“, ma che manca sempre, con la spietata sfrontatezza dei suoi silenzi, di dichiarare, e ammettere, lo “stato di responsabilità“, o per meglio dire la “responsabilità di Stato“.
La domanda è nascosta, o piuttosto non scritta ma implicita, e alla fine retorica, ed è sempre la stessa (ma solo questa conosco e riconosco utile alla razionalizzazione): perché?