Archivi tag: GIUDIZIO

Siamo sempre meno bravi nel darci la possibilità di tacere


A tutti coloro che non perdono mai occasione di schierarsi con le unghie e con i denti, e nemmeno quella di tacere.

Non è mai stato facile per nussuno fare l’educatore. Bisognerebbe andare a scavare fino alla settima generazione di ognuno per capire di chi è la colpa. Un ragazzo fa una rapina, e allora la colpa è dei genitori che non sono stati in grado di educarlo, e per lo stesso principio a loro volta hanno avuto padri e madri che li trascuravano, che di conseguenza hanno avuto la stessa sfortuna, perché altrimenti i loro figli non avrebbero trasmesso ai discendenti le loro lacune. E così via, fino alla preistoria.

Comprendere che i mali della nostra società arrivano da lontano è fondamentale, ma circoscrivere alle singole famiglie le colpe di un degrado diffuso è profondamente insufficiente come riflessione. E allora mi chiedo perché dovrebbero esistere uno Stato, una Costituzione, delle Leggi, un Sistema Formativo? A cosa dovrebbe servire una Istituzione del genere se poi, alla fine, la colpa del degrado è da imputarsi sempre agli individui e mai alla debolezza del Sistema nella sua complessità?

Allora se uno Stato schiacciasse dalle tasse il proprio popolo verrebbe facile pensare che quel popolo, pur di non farsi schiacciare, evaderà le tasse creando le basi per la corruzione. Il concetto è che se i reati e il degrado aumentano può solo significare che lo Stato non è in grado di funzionare come dovrebbe. Non è in grado di educare il proprio popolo.

Scaricare la colpa sul singolo individuo (che pure ha colpe, ma non lui soltanto), e concentrare l’attenzione giudicando la singola azione significa sollevare di ogni responsabilità un Sistema che avrebbe dovuto per primo evitare l’evolversi del degrado, che si manifesta soprattutto attraverso episodi come quelli che la cronaca racconta ogni giorno.

Siamo tutti bravi dare giudizi, ma siamo meno bravi in un’infinita di altra roba. Soprattutto siamo sempre meno bravi nel darci la possibilità di tacere.

“SCOPRIRSI” NELL’ERA DEI SOCIAL


Svestirsi, vale a dire ciò che di più facile viene da fare nella società delle immagini, è un gesto che non confina esclusivamente nella fisicità, ma anche nella mentalità, nel modo in cui ci abituiamo ad esibire i nostri pensieri, i più e i meno intimi. Nell’era dei social infatti tale comportamento è ampiamente dimostrabile, praticato, e più o meno implicitamente riconosciuto e accettato dalla maggior parte di noi.
Mettere in piazza i propri pensieri equivale a spogliarsi.

Si è molto parlato del video/esperimento (poi emulato, riprodotto in serie ovunque nel mondo) nel quale si vede una ragazza vestita con un jeans e una maglietta neri che passeggia per le strade di New York ricevendo un centinaio fra commenti e complimenti da parte di uomini. Il video, chiaramente di stampo razzista, è un girato di 10 ore riassunte in nemmeno 2 minuti, nei quali si vedono soltanto uomini di origini africane rivolgere le loro attenzioni nei confronti della ragazza, come a voler indirettamente documentare che di questi bisogna diffidare, dal momento che di tale evidenza non si fa alcun cenno alla fine del video, che i media non hanno perso tempo a titolare “molestie subìte da”, come non si fa cenno della fine che hanno fatto le altre 9 ore 58 minuti. L’autore lascia quindi al pubblico, velatamente già consigliato durante la visione del video, il compito di aggiungere e fare la somma, sollevandosi così di ogni responsabilità. E il risultato è un susseguirsi di altri commenti, prolificati in seguito alla sua condivisone – in Rete come in Tv –, che in poco o nulla differenziano da quelli ricevuti dalla protagonista del video, mescolando così altra confusione a quella già presente.

Prendiamo come esempio Facebook, spazio più che appropriato per osservare il diffondersi di pensieri contrastanti, data l’infinita mole di immagini, video e pensieri che gli iscritti offrono alla platea.

Cattiveria, ignoranza e depravazione si possono trovare nei commenti sotto una foto innocua pubblicata sul proprio profilo, ma anche in quelli sotto un “pensiero” dato in pasto al pubblico. L’errore più comune che facciamo in certi casi sta nel non considerare che spesso giudichiamo chi ci giudica, entrando così in un circolo vizioso dal quale non se ne esce. Ci è difficile accettare osservazioni o critiche contrastanti con il nostro modo di vedere, fondamentalmente perché disorientati, oltre che condizionati, dagli altri inesauribili modi di vedere. Il selfie, ad esempio, entrato prepotentemente a far parte del nostro linguaggio espressivo ormai sempre più scarno, riprodotto in serie in maniera esasperata ed esasperante tanto da sentirsi a volte circondati dal nulla, è l’emblema di quel che siamo diventati e stiamo vivendo. Un comportamento che nel giro di un anno ci ha contagiati come fa un virus, grazie a quella gran cassa di risonanza che sono i media e i loro fruitori, per primi i personaggi celebri (o celebrati, personaggi politici inclusi), sempre pronti in prima linea quando si tratta di lanciare prodotti o modi di fare o di pensare, e che può trovare ragioni solo nella totale dipendenza alla quale siamo asserviti, nella stessa misura in cui un tossicodipendente è asservito alla sua droga.

Ed è così allora che i “mi piace” accrescono un’autostima fittizia, al contrario dei “mi piaccio”, che avvalorerebbero quella autentica. Quando infatti i “mi piace” non convalidano quella autentica, ecco che disimpariamo a conoscerci, ad ascoltare quel che di più intimo abbiamo nelle nostre profondità, a lasciarci soggiogare, poiché sempre più complessi da osteggiare, dai sempre più travolgenti condizionamenti provenienti dall’esterno. Se dalle contraddizioni siamo circondati, se viviamo in un mondo dove ogni elemento che lo compone trova il suo nemico pronto ad affermare una verità opposta altrettanto supportata, come uscirne? In mezzo al caos, di conseguenza, sempre più spesso preferiamo rinnegare, piuttosto che rivendicare con sensatezza; oppure l’esatto contrario: pretendiamo con un’esasperata irrazionalità d’aver ragioni. Vedi chi pubblica pensieri omofobi, razzisti, o foto nelle quali impugnano un’arma, e che solo dopo “si accorgono” d’esser stati vittima dell’impulso ritornando maldestramente sui loro passi. Ma c’è anche chi ovviamente reclama con vigore cadendo spesso nel ridicolo.

L’impulso a denudarsi, a render pubblica la nostra ricchezza intima, a confessarsi costantemente sul proprio profilo social o in quello altrui, rappresenta l’ostentazione frustrata del narcisismo. Preferiamo appunto i “mi piace” ai “mi piaccio”, e lasciamo che siano altri a dire “chi” e “come” dovremmo essere.
Non c’è dubbio: siamo tutti personaggi pubblici, nelle mani di un pubblico che ci conosce ancor meno di noi.
E’ vero, siamo liberi di tornare sui nostri passi quando sbagliamo. Ma qual è il metro di giudizio del quale ci serviamo per stabilirlo? E quanta libertà c’è in un comportamento che si avvicina sempre più a una catena di montaggio?