Catastrofi di Stato


Se le catastrofi naturali non sono (dichiaratamente, per definizione) un prodotto dell’uomo, la successiva sciattezza degli uomini certamente lo è. La vera catastrofe, dopo una catastrofe naturale, è la trascuratezza dello Stato nel far fronte alle sue conseguenze. Negare il sostegno a chi è stato colpito dalla mano della natura, nel tempo a venire, è la vera tragedia che si abbatte sull’uomo, poiché di sua mano, irresponsabilmente, ne amplifica l’impatto distruttivo, morale, materiale, psicologico, esistenziale. Abbiamo imparato, a nostre spese, che una catastrofe non dura mai il tempo che passa ad abbattersi sull’uomo. Oggi abbiamo smesso di attribuire a Dio la colpa per lo stato del mondo, e la moderna comprensione delle responsabilità, grazie alla scienza, ci fa essere in grado di farle ricadere sull’uomo, ma paradossalmente possiamo constatare come l’essere umano invece neghi di volersele assumere. La moderna concezione dell’esistenza è stata sviluppata nel tentativo di razionalizzare eventi catastrofici che in precedenza ci erano incomprensibili, introducendoci in una società costruita e modellata a immagine e somiglianza dell’ingegno, e delle più profonde fantasie, estrosità, nonché paure, dell’uomo. Secondo questo principio di costituzione e costruzione della società – sulla base degli eventi passati – l’uomo moderno avrebbe dovuto essere preparato ad affrontare, quantomeno, molti dei cataclismi che sempre con maggior frequenza si abbattono sulla sua testa, invece, nel tentativo di ripararsi dietro alla “casualità” e alla “cecità” degli eventi climatici, nega la possibilità di ammettere che possa esserci un rimedio “preventivo“. Il mantra è sempre lo stesso: non esiste alternativa. È più che certo che nessuno è in grado di prevedere quando, dove, e con quale forza distruttiva un evento catastrofico possa abbattersi su di noi, ma è pur vero che gran parte della comunità scientifica concorda nel sentenziare che la causa della frequenza con la quale negli ultimi anni si sono verificate immani tragedie, sia da attribuirsi alla mano dell’uomo: l’eccessivo inquinamento con conseguente aumento delle temperature, la cementificazione di intere aree che avremmo dovuto invece proteggere e tenere lontane dalle mani dei costruttori omicida, sono solo alcune delle principali cause che scatenano la reazione chimica, sempre meno indulgente, della natura.
Ogni volta che veniamo a conoscenza di catastrofi abbattutesi in qualche parte del pianeta, accade che la macchina sociale, gli eserciti, le protezioni civili, la Croce Rossa, e quant’altro serva a tirar su assistenza, come su un campo di battaglia, si mettono in moto e lavorano incessantemente per dare aiuto e sostegno, materiale e morale, alle vittime; e si mettono in moto, come un ingranaggio di un orologio che ha appena ricevuta la carica, campagne mediatiche per inviare un contributo economico, e di seguito i quotidiani ci informano sulla situazione in “stile bollettino di guerra”: vittime, sopravvissuti, sciacallaggio, e una lunga lista del necessario, che non abbonda mai, anzi. Questo va avanti per giorni, anche settimane, persino mesi, quando poi, tutt’a un tratto, i titoli in prima pagina iniziano a cambiare, e ritroviamo quelli della tragedia in seconda, in terza, in un cammino inesorabile fino alla cronaca locale, per poi scomparire definitivamente del tutto. Quello che avviene nei mesi, negli anni successivi è una routine: documentari, speciali una tantum, frammenti di denunce per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo Stato assente… Eh già, perché anch’esso, puntuale come un’orologio scarico, come fossero sincronizzati, più o meno volutamente non spetta a me dirlo, ma ai fatti, nel momento in cui l’attenzione mediatica inizia come d’abitudine la sua omertà, i suoi silenzi, e torna a interessarsi di come tenere a bada l’opinione pubblica e il consenso verso le istituzioni additate come “assenti“, le vittime dei cataclismi iniziano la loro discesa implacabile verso l’emarginazione, passando attraverso una fitta nebbia, che è solo l’anticamera dell’oblio dove verranno – è il caso di dirlo – deportate definitivamente. Immersi nella nebbia, per densa o rada che sia, si può vedere solo fino a una certa distanza, ma quanto più l’attenzione diminuisce, tanto più questa s’infittisce attorno a chi ne è “Stato” circondato. Trovo inutile, oltre che riduttivo, citare qui le catastrofi naturali susseguitesi in questi ultimi decenni, e trovo difficile, non certo solo per motivi di spazio, documentare il numero di famiglie lasciate sole, nella nebbia, dove, alla fine, non si vede a un passo lo Stato, che non manca mai di dichiarare lo “stato di emergenza“, ma che manca sempre, con la spietata sfrontatezza dei suoi silenzi, di dichiarare, e ammettere, lo “stato di responsabilità“, o per meglio dire la “responsabilità di Stato“.
La domanda è nascosta, o piuttosto non scritta ma implicita, e alla fine retorica, ed è sempre la stessa (ma solo questa conosco e riconosco utile alla razionalizzazione): perché?

Giornata della Memoria


Jean-Jacques Rousseau:
“Se solo gli abitanti di quella grande città (in merito al terremoto, l’incendio e il maremoto abbattuti su Lisbona nel 1755 – da “Lettre à Monsieur de Voltaire”, nds.) si fossero distribuiti più uniformemente, e avessero costruito case più leggere, il danno sarebbe stato molto minore, forse inesistente”.

Susan Neiman riassume così le catastrofi a partire da Lisbona fino ad Auschwitz:
“Lisbona ha rivelato quanto il mondo sia distante dagli uomini; Auschwitz ha rivelato la distanza degli uomini da se stessi. Se districare il naturale dall’umano fa parte del progetto moderno, la distanza tra Lisbona e Auschwitz mostra quanto sia difficile tenerli distinti […]”.
(In Evil in Moder Thought, cit., p. 230)

La difesa di Eichmann durante il processo di Gerusalemme:

Con l’aiuto di avvocati agguerriti, Eichmann cercò di convincere il tribunale che, poiché il suo unico movente era stato un “lavoro ben fatto” (e cioè “fatto in modo da soddisfare i suoi superiori”), esso non aveva avuto alcuna relazione con la natura e la sorte di chi era stato oggetto delle sue azioni, che il fatto che Eichmann-come-persona serbasse o meno rancore contro gli ebrei era privo di qualsiasi rilevanza ( sia lui che i suoi avvocati giuravano che era privo di rancore, e certamente di odio, essendo ciò irrilevante in base ai loro criteri) e che Eichmann personalmente non poteva nemmeno sopportare la vista di un omicidio, e tanto meno di un omicidio di massa. In altri termini, Eichmann e i suoi avvocati sostenevano che la morte di circa sei milioni di esseri umani era stata semplicemente effetto secondario di una motivazione a servire fedelmente (di una virtù, cioè, scrupolosamente e amorevolmente coltivata in tutti i funzionari delle burocrazie moderne, e che pareva richiamarsi all’«istinto al lavoro ben fatto», qualità umana ancor più antica, apprezzabile e sacrosanta, virtù centrale nell’etica moderna del lavoro). L’«intenzione di fare del male» era dunque assente (questa la tesi di Eichmann e dei suoi difensori), poiché non poteva esserci niente di male nell’adempiere nel modo migliore possibile al proprio dovere rispettando le intenzioni di altri che rivestivano una posizione più elevata nella gerarchia. Al contrario «cattiva» sarebbe stata l’intenzione di disobbedire agli ordini.

Alla ricerca della felicità


La legge del più forte, nel mondo animale come in quello umano, stabilisce per natura che va avanti chi ha più muscoli, più resistenza e, nel caso umano, chi ha meno disponibilità ad ascoltare. Chiaramente ciò che ci differenzia dal mondo animale è la ragione, la coscienza, ossia la consapevolezza che l’uomo ha di sé, per questo motivo ci è concessa dalla natura la possibilità di scegliere se essere più animali, o più esseri umani dotati appunto di una coscienza. Su questo terreno di battaglia, quello sul quale combatte l’umanità, i perdenti, però, sono ritrosi nel riconoscere la vittoria dell’altro e depongono le armi per poco, in attesa che l’equilibrio delle forze volga a loro favore. La lezione che il perdente ricava dalla sconfitta è che è vero il vecchio proverbio secondo cui il più forte ha sempre ragione, e che chi vince dimostra di avere più forza e meno scrupoli, non di essere più saggio e più giusto, mentre le sconfitte derivano dalle inopportune inibizioni e scrupoli morali degli sconfitti. La società moderna, spudoratamente autodefinitasi e autocelebratasi “società dei consumi“, si svolge, potremmo ammettere, sulla base del postulato secondo cui la ricerca della felicità – più felicità, sempre più felicità – è lo spirito con il quale bisogna vivere la nostra vita. Ogni membro della società dei consumi è istruito, addestrato e preparato a cercare la felicità individuale con mezzi e sforzi individuali.
Qualsiasi significato abbia il termine felicità, esso include comunque la libertà dai disagi, e tra i significati moderni del termine «disagevole» i dizionari elencano «discordante», «inadatto, inappropriato, fuori posto», «scomodo, imbarazzante, svantaggioso; poco maneggevole». Chi di noi non conosce qualcuno cui – per quanto lo riguarda – tutte queste qualificazioni calzino a pennello? Tali attributi calzano loro in quanto essi sono di ostacolo alla NOSTRA ricerca della NOSTRA felicità individuale. Si può indicare una sola ragione per cui non dovremmo eliminare tali individui, chiaramente “fuori posto”, dal posto che occupano? Non è forse vero che spesso pensiamo che la NOSTRA vita, la NOSTRA ricerca della felicità, sarebbe meno ostacolata senza di essi? Ammettiamolo: c’è un po’ di Hitler in ognuno di noi (ma se mi è permesso, non in me).
La vita moderna viene vissuta come su un campo di battaglia, e povera l’erba, se gli elefanti decidono di combattervi le loro battaglie: il terreno sarà ampiamente coperto di «vittime collaterali» (espressione utilizzata dai militari in guerra): dipendenti di aziende vittime di esuberi determinati dalle politiche economiche, classi sociali più deboli estromesse dal diritto al welfare a causa delle politiche di austerità, intere famiglie abbandonate a se stesse, nella loro sofferenza individuale, intima, obliosa, e come se non bastasse umiliata dallo sguardo di una società che le considera sempre più inadatte, inadeguate, e appunto “fuori posto”, d’intralcio sul cammino INDIVIDUALE verso la felicità INDIVIDUALE. Vittime collaterali. In guerra si lanciano missili sugli obiettivi, e poco importa se per uccidere un presunto terrorista ci lascino le penne decine e decine di bambini insieme con le loro madri. Sono vittime collaterali, e “non esiste alternativa“, come i sofisti della politica ci ripetono come un mantra ogni qualvolta un missile metaforico sta per essere lanciato sulla popolazione. E lo ripetono così efficacemente che ormai non credergli ci sembra perfino pericoloso, oltre che di ostacolo verso la ricerca della felicità.
Individualmente siamo addestrati a pensare che esiste sempre un’alternativa, una scelta, ma lo stesso principio non vale quando per sfortuna qualcuno ci attraversa la strada mentre dritti andiamo alla ricerca della NOSTRA felicità.
Sul campo di battaglia moderno basta abbassare la guardia per essere esclusi anziché escludere. Uno spettro si aggira su quel campo di battaglia: lo spettro dell’esclusione. E noi non vogliamo certo essere esclusi; non vogliamo certo essere vittime collaterali. Meglio la NOSTRA felicità, che la serenità e la pace di un’intera comunità.

Come razionalizzare l’irrazionalizzabile


In nome dell’avvenire dell’umanità si sacrifica l’umanità stessa. Per fini astratti giustifichiamo la privazione del presente in nome di un futuro incerto; fini che giustificano quei mezzi che oggi, ancor più che in passato, sono in mano a una ridotta élite di persone mosse dal solo interesse di difendere e ampliare i propri introiti economici e il proprio dominio sull’umanità.

Oggi nessuno più crede di valere qualcosa ammettendo di non valere nulla. Al contrario, crediamo di valere quanto più quello che possediamo, e che crediamo di saper fare con quello che abbiamo, vale, e con lo stesso metro di misura sentenziamo su tutti gli altri, quelli meno capaci, che non meritano di valere qualcosa, o di trovare una collocazione nella società. L’emarginazione sociale parte dal presupposto, più o meno consapevole, che per meritarsi di vivere si debba necessariamente sottostare a Leggi e imposizioni, esplicite o implicite, anche se immorali, irrazionali, inique, insensate, che vanno a ledere il diritto a una vita dignitosa. L’aspetto esplicito è, ad esempio, uno Stato che impone con la Legge che chiunque non riesca a pagare una tassa o una rata, in particolare in un periodo di crisi causato dallo stesso che ha legittimato il comportamento immorale delle parti finanziarie, permetta che venga confiscato l’unico bene immobile di cui si dispone, lasciando per strada e distruggendo intere famiglie con prole al seguito; poco importa: è Legge, e ad essa bisogna sottostare. È il prezzo da pagare per affermare una presunta legalità. L’emarginazione in questo caso è imposta esplicitamente. L’aspetto implicito è invece una Legge non scritta, ma comunque efficace ed effettiva poiché attuata attraverso le abitudini e le convinzioni della società alla quale apparteniamo, o al gruppo di cui facciamo parte. Ad esempio credere che ogni individuo che fa parte della società debba essere produttivo in qualche modo, e per “produttivo” intendiamo che produca reddito, e che con questo consumi e insieme sia in grado di dimostrarlo visibilmente. Per avere un reddito c’è bisogno di un lavoro, e per avere un lavoro c’è bisogno di posti di lavoro; per avere posti di lavoro disponibili c’è bisogno di domanda di consumo, e dal momento in cui la produttività si sposta inarrestabilmente nei paesi dove i costi di produzione sono più bassi, ne consegue che i posti di lavoro invece di aumentare sono destinati inevitabilmente a diminuire (e non esiste alcuna Legge dello Stato che vieti alle imprese di andare a produrre dove si spende meno). Se i posti di lavoro diminuiscono, aumentano i disoccupati, e insieme ai disoccupati aumentano le insolvenze nei confronti dello Stato, che come abbiamo visto prima, ad esempio, permette la confisca dei beni immobili senza alcuna remora. Insieme alla disoccupazione, ovviamente, aumenta la povertà, che, stando al metro di misura di cui all’inizio, sarebbe invece da addebitarsi alla incapacità individuale nel trovare una collocazione nella società, per cui si viene considerati, quindi si diventa, inutili/improduttivi alle funzioni di essa. Questo l’aspetto implicito cui la gran parte di noi, come già detto più o meno consapevolmente, sottostà senza bisogno di emanare alcuna Legge. Anche questo è il prezzo da pagare per difendere la stabilità emotiva di chi non vuol vedere e sentir parlare di crisi o delle ragioni che l’hanno causata, nonché degli emarginati che questa genera.
La percezione che abbiamo dei poveri deriva dalla cultura soggettiva che ognuno di noi ha, e dalle informazioni che ogni giorno ci arrivano attraverso i mezzi di comunicazione di massa, che per istituzione sono controllati dagli stessi che controllano le politiche economiche.
Se durante il periodo nazista si conducevano gli esseri umani nelle camere a gas perché considerati inferiori, ovvero un problema per la società, oggi non c’è più bisogno di utilizzare queste pratiche “visibilmente” atroci: ci pensa da sola l’emarginazione sociale, l’oblio nel quale si conducono gli ultimi attraverso un’involuzione culturale alimentata dai mass media (camere a gas per la ragione umana) e appunto attraverso un’insana e considerevole ignoranza condita da una consistente dose di egoismo. Insomma arrangiatevi, e se non ne siete capaci, arrangiatevi comunque. Poi, però, non sorprendiamoci se aumentano corruzione, violenza e illegalità in generale; d’altra parte in qualche modo ci si deve arrangiare.

La capacità delle persone di razionalizzare l’irrazionalizzabile per giustificare le proprie passioni o le attività che compie all’interno del gruppo a cui appartiene mostra quanta strada gli resti ancora da fare prima di diventare Homo Sapiens.

Cambiare


Il mondo cambia, si trasforma, corre… Ma in che modo? E corre verso quale direzione? Badiamo bene che l’Italia è un paese tecnologicamente arretrato, oltre che culturalmente involuto, ma il cambiamento che ci propinano i “nuovi” sceneggiatori della politica siamo sicuri sia riferito a un cambiamento culturale, sociale e tecnologicamente evoluto, senza discriminazioni di alcun tipo, o è piuttosto a quel cambiamento che tutti gli Stati occidentalizzati e “occidentalizzandi” vanno rincorrendo, ossia la globalizzazione dei mercati finanziari, mediatici, il consumismo sfrenato, quindi culturalmente degradanti, a cui si fa riferimento? “Cambiamento” è un concetto-contenitore del tutto aperto, e ognuno è libero di riempirlo con quello che più desidera trovarci; racchiude in sé un’infinità di aspettative, che se dato in pasto all’elettorato addestrato efficacemente attraverso i mezzi di comunicazione a pensare che per cambiare sia necessario correre, inseguire, stare al passo, nel momento in cui arriva qualcuno che sembra avere tutte queste caratteristiche (che non sono necessariamente qualità), ecco che pensiamo di aver trovato il salvatore della patria. Il mondo corre, si trasforma, e non accenna rallentamenti o soste, perciò inseguirlo significherebbe non raggiungerlo mai. Un cambiamento richiede sopra ogni cosa “consapevolezza“, e noi siamo davvero certi di essere consapevoli del cambiamento del quale siamo sempre più spettatori passivi? Di che genere di cambiamento parliamo? Quando sentiamo dire che il mondo corre mentre noi rimaniamo indietro, che si vuol far intendere con ciò? Che anche noi dovremmo tenere il passo adattandoci alle regole dei mercati globali? Che anche noi dovremmo investire sfruttando al massimo il nostro territorio depredandolo di tutte le risorse di cui dispone per trarne il maggior profitto economico possibile? Che dovremmo deturpare anche noi il paesaggio poiché è questo il (giusto?) prezzo da pagare per il cambiamento e per rincorrere la globalizzazione? È una contraddizione in termini pedonalizzare un centro cittadino e allo stesso tempo agevolare le politiche dettate dal mondo finanziario, quello stesso mondo che ci ha immersi nella crisi economico/culturale che stiamo subendo. Questo andrebbe compreso.
Che genere di cambiamento abbiamo in mente quando pensiamo al cambiamento? Non si conosce il modo in cui le persone immaginano il “mondo-dopo il cambiamento“, né sappiamo se ne abbiano una visione chiara. Votare per il cambiamento significa scappare da qualcosa, ma questa fuga non ci dice molto sul dove vogliono andare, e ancora di meno sul dove correranno una volta che la febbre per il cambiamento si sarà abbassata e la realtà, vecchia e nuova, dovrà essere affrontata da zero. Ed è da qui che il compito degli amministratori si farà difficile, poiché impedire che le speranze degli elettori si trasformino in frustrazione sarà davvero un compito arduo. Forse mai come prima nella storia dell’umanità.
Per me il cambiamento è restare immobili in mezzo a un mondo che si deforma, degrada e consuma; per me il cambiamento è combattere contro chi, in nome della globalizzazione, priva gli esseri umani dei diritti fondamentali, di una vita dignitosa; per me il cambiamento è ritrovare nei valori del passato quei pregi e quel senso di comunità che abbiamo completamente dimenticato; per me il cambiamento è fare tesoro del passato per migliorare il presente e costruire un futuro per tutti senza discriminazioni; per me il cambiamento è riuscire a comprendere che questo mondo va a rotoli perché c’è chi vuol cambiare solo il suo conto in banca.
Dobbiamo prima cambiare il nostro stile di vita, il nostro approccio verso le informazioni e le pubblicità che ci investono, e recepire il mondo non come un pianeta sul quale correre e consumare terreno, ma come un paesaggio da ponderare e proteggere. Ricordandoci anche che non a tutti gli esseri umani piace correre, perciò lasciarli indietro, come del resto sta accadendo, è una enorme, profonda discriminazione. “Il mondo è bello perché è vario”, ma dobbiamo anche difenderle e rispettarle queste varietà.

A questo proposito rimando la riflessione a questo articolo.

Sei eroe, o pecora?


In noi c’è anche un po’ della pecora: non c’è pericolo maggiore che quello di perdere contatto col resto del branco e trovarsi isolati.
È una mentalità che ci portiamo dentro e dietro dalle origini, da quando vivevamo in branchi. È vivo in noi l’impulso istintivo a seguire il capo del gruppo e a tenerci in contatto con i nostri simili. Perciò l’idea di giusto e sbagliato, di vero e di falso, è condizionata dal gruppo al quale apparteniamo.
Ma non siamo soltanto pecore; abbiamo anche tratti umani (seppur a volte – con ragione – si stenti a crederlo) come la coscienza di sé, e la ragione, che per loro natura sono indipendenti dalle ragioni del branco; e siamo anche capaci di agire in base ai pensieri che riusciamo a razionalizzare individualmente, anche se non condivisi dal gruppo di cui facciamo parte. Questa ambiguità riflette l’altra più radicale dicotomia presente nell’uomo: il bisogno parallelo di asservimento e di libertà.
In tale conflitto la ragione potrà emergere e dispiegarsi appieno soltanto quando l’uomo avrà pienamente raggiunto la libertà e l’indipendenza. Fino a quel momento si tenderà ad accettare per vere le cose che la maggioranza del proprio gruppo vorrà che siano vere, poiché il giudizio individuale sarà sempre influenzato, più o meno consciamente, dalla paura di perdere contatto col branco, e di trovarsi soli. Ci sono alcuni individui che hanno il coraggio di affrontare questo isolamento, e non smettono di dire il vero anche a costo di trovarsi soli: sono questi i veri eroi dell’umanità, e in fondo possiamo ringraziare loro se oggi non viviamo più nelle caverne. Ma la gran maggioranza degli uomini non sono eroi; e in essi il trionfo della ragione sarà possibile solo se si avrà una condizione sociale in cui l’individuo sia veramente rispettato, e non declassato, o degradato a strumento dello Stato o di altri gruppi, e in cui risulti possibile esercitare il diritto di critica senza timore, e amare la verità senza pericolo di isolarsi dai propri simili. L’obiettività e la ragione potranno prevalere definitivamente soltanto quando si sarà arrivati, al di sopra delle differenze della varietà umana, a concepire l’umanità come un’unica grande comunità; e quando comprenderemo che il primo dovere di tutti sarà quello di rispettare le differenze, e gli ideali che ne derivano. Non dobbiamo cambiare il mondo; dobbiamo cambiare l’idea che abbiamo di esso. Gli individui riescono a stare insieme soltanto quando riconoscono e rispettano le differenze dell’Altro-nell’Altro; senza pretendere in alcun modo di convertirlo in ciò che vorremmo fosse. Questo è un principio che non può e non deve limitarsi al solo rapporto di coppia.
La libertà è l’indipendenza che riconosciamo in tutti, così come in noi stessi. La libertà è riconoscere l’esistenza della varietà umana, e rispettarla. A noi la “scelta” di essere eroi, o pecore.

Opera in foto: Ercole e l’idra

Sulla felicità


-La felicità è una prospettiva valutata dall’esperienza soggettiva.

-La felicità è una posizione condizionata dalle abitudini apprese in base al contesto sociale in cui siamo cresciuti.

-La felicità deve essere vissuta, non immaginata, non giudicata o valutata; non senza esperienza.

Sigmund Freud

Sull’amore


“L’amore si può paragonare alla creazione di un’opera d’arte. […] Anch’essa richiede da parte dell’artista grande immaginazione, grande concentrazione, la combinazione di tutti gli aspetti della personalità umana, spirito di sacrificio e libertà assoluta. Ma soprattutto, come per la creazione artistica, l’amore richiede azione, ossia attività e condotta non routinarie, e costante attenzione alla natura intrinseca del proprio partner, uno sforzo di comprendere la sua individualità, e rispetto. Inoltre richiede tolleranza, la consapevolezza che non si possono imporre i propri punti di vista e ideali al compagno o alla compagna, né ostacolare la felicità”.

L’amore non promette di raggiungere facilmente la felicità.

Ivan Klíma
(“Between Security and Insecurity”, Londra 1999, pp. 60-62)

Diventare famosi


«La mia mamma insegna in una scuola elementare», ha dichiarato Corinne Bailey Rae in una intervista, «e quando chiede a un bambino cosa vuole fare da grande, le risponde: “Diventare famoso!”. Allora lei chiede perché, e lui risponde “Boh, voglio solo diventare famoso”». In quei sogni «essere famosi» non significa nulla di più (ma anche nulla di meno!) che essere sbandierati sulla prima pagina di migliaia di riviste e su milioni schermi, essere visti e notati, essere oggetto di conversazione e dunque, presumibilmente, “di desiderio” da parte di tante persone…

Germaine Greer:
“La vita non è fatta solo di media, ma quasi”.

Beneficenza e comunità


Aiutare gli altri” non significa donare due euro in beneficenza, bensì andare alla ricerca delle ragioni per le quali gli altri hanno bisogno di aiuto. Donare due euro, dieci, cento, mille o diecimila non serve a risolvere il problema di alcuno, bensì a sollevarci dalle responsabilità, che tutti gli appartenenti alla società hanno, e cioè di operare affinché ognuno abbia pari diritti e pari dignità. Donare qualche euro serve solo a lavare la coscienza di chi non vuol prendersi tali responsabilità, poiché troppo occupato a salvaguardare i confini del proprio giardino, e sempre più incapace di gettare lo sguardo oltre siepi e recinti innalzati attorno a sé, sempre più alti e incomprensibili. L’egoismo e l’ignoranza diffusi sono i veri artefici dell’indigenza nella quale versa gran parte della società. Lo ripeterò fino alla fine dei miei giorni: non donate; andiamo alla ricerca delle cause, e non alla ricerca di alibi per sollevarci da responsabilità cui nessuno può e deve sfuggire. La donazione è un palliativo, un placebo somministrato alla società per esularla dall’andare alla ricerca delle vere cause del problema. La donazione è la forma con la quale si alimenta il degrado: quanto più una società ha bisogno di donazioni tanto più significa che lo Stato sociale è assente.
Mentre il fabbisogno dei servizi pubblici aumenta, gli interventi del governo tendono invece a ridurli, lasciando ai singoli individui, e alle famiglie, il compito di sopperire a tali negligenze. I deficit strutturali dello Stato sociale accrescono poiché spalleggiati da forze finanziarie che non hanno alcun interesse economico nel far fronte ad essi. Quanto più i governi legiferano a favore di quelle forze, tanto più aumentano i deficit di assistenza sociale. Ai deficit finanziari dello Stato non si interviene accrescendo il “deficit di assistenza“, e cioè tagliando i finanziamenti per scuole, disabili, malati, anziani e disoccupati. Ricordando anche che i diritti per lo svolgimento della vita politica sono necessari a porre in essere i “diritti sociali“, e questi ultimi sono indispensabili per garantire il funzionamento dei “diritti politici“. I due tipi di diritti hanno bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere; tale sopravvivenza può essere solo il loro comune successo. Allo stato attuale delle cose entrambi sono “non pervenuti“, e i dati che indicano la disaffezione alla cosa pubblica, alla vita politica, dimostrano che tale assenza non accenna a diminuire; tutt’altro.
Andare alla ricerca delle cause è l’unica soluzione, l’unica speranza che noi tutti abbiamo per ridurre degrado, disuguaglianze e deficit culturali. Solo attraverso la ricerca è possibile incanalare le forze nel modo e nella direzione giusti. Altrimenti, degrado, disuguaglianze e deficit culturali saranno inesorabilmente destinati ad aumentare e ad attecchirsi sempre più radicalmente a un concetto di “solidarietà” distorto e incapace di convertire la “società” in un bene “comune“, condiviso, posseduto dalla comunità, che è l’unico rimedio contro “miseria” e “umiliazione”, ossia l’esclusione (il terrore di essere spinti fuori strada o di cadere fuori dalla vettura del progresso che accelera sempre più) e la condanna dell'”esubero” sociale (il terrore di essere privati del rispetto dovuto agli esseri umani e di essere designati come “rifiuti umani”).
Purtroppo versiamo in una società satura di informazioni e i titoli dei media servono soprattutto a cancellare (efficacemente) dalla memoria pubblica i titoli del giorno prima. I mass media non hanno nulla a che vedere con la giusta formazione culturale rispetto alle cause dei problemi sociali in cui versiamo. Credere di ricevere informazioni oneste da apparati costituiti o finanziati da forze economiche estranee al bene comune è un atteggiamento fideistico che non possiamo più permetterci e anzi, che non avremmo mai dovuto lasciare accadesse. Delegare l’interesse comunitario a qualcun altro è un paradosso: un’assurdità. Se teniamo veramente all’Altro, anziché donare due euro a una delle tante associazioni spuntate come funghi, andiamo in cerca delle reali cause dei suoi problemi. È questa l’unica polizza di assicurazione che lo Stato (la Comunità) può emettere in suo favore. È questa l’unica donazione efficace a risolvere alla radice i suoi problemi. Se non comprendiamo ciò, disuguaglianza e miseria non arresteranno il loro cammino, e noi ci assicureremo la catastrofe.