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NO, NON STA ANDANDO TUTTO BENE


Conte e Fedez

A proposito di Fedez, Ferragni e Conte, quello che secondo me non si è capito bene è il fatto che se il governo di una nazione sente il bisogno di interpellare personaggi come loro per raccomandare l’utilizzo della mascherina ai giovani può solo significare che siamo messi veramente male.

Gesti come questo servono in realtà a dare autorevolezza sociale a questi personaggi che, onestamente, non servono assolutamente a niente: sono l’emblema dell’inutilità. Non ho niente contro di loro, ma oggettivamente sono un esempio suffragato dal nulla, e questo nulla sconfinato da quel preciso momento è stato formalmente legittimato (o consacrato) a radicarsi e diffondersi sostituendo di fatto la cultura tradizionale degli uomini. Adesso possiamo dire che, essendo stati questi signori chiamati a divulgare il rispetto di normative in piena pandemia mondiale, tutto il nulla assoluto che realizzeranno sembrerà ancora più colmo che in passato, data l’importanza conquistata.

Uno Stato che ufficialmente affida il compito di educare la popolazione al senso civico ad un influencer e ad un cantante significa che prende atto che la scuola e tutti gli strumenti di cui storicamente si serviva per diffondere informazioni ed educazione non servono più a nulla. Inutile cercare di rafforzarli investendo affinché ci sia maggiore auterovelozza ed efficacia comunicativa attraverso questi strumenti, no, si cavalca e anzi si ratifica questo modello culturale completamente inutile.

I nostri figli ambiscono a fare i cantanti, rincorrono i “mi piace” e desiderano followers per realizzare il sogno di diventare influencer. Mentre noi ci domandiamo che fine hanno fatto i valori, qualcuno al posto nostro orienta l’attenzione delle nuove generazioni verso un modello sociale che desidera se stesso così com’è, privo del senso di appartenenza ad un mondo che poteva avere le potenzialità per diventare migliore, non attraverso i followers ma attraverso la formazione, la cultura millenaria di un pensiero critico che ha creato capolavori che si stanno dissolvendo sulle note di un inno alla spettacolarizzazione del vuoto lasciato dalla mancanza di esperienza di un popolo ormai abbandonato a se stesso.

Fedez e Ferragni sono i nuovi divulgatori del senso civico, del senso di responsabilità, del senso si appartenenza. Prendiamo atto del fallimento non solo di uno Stato, ma di un intero modello sociale al quale non rimane altro che cercare ispirazione all’interno di un contesto degradato e degradante nel quale sta affogando.

Ed è esattamente quello che sta (stanno) facendo nell’affrontare una pandemia che sta mettendo in ginocchio il mondo intero. Anziché rafforzare il complesso di elementi indispensabili a mantenere in piedi l’organizzazione sociale, punta a disgregarla sempre più compiendo scelte completamente fuori da ogni logica. A più contagiati equivangono più morti, pertanto oltre alle misure precauzionali c’era solo da intervenire potenziando le uniche strutture indispensabili in casi come questo: sanità e istruzione. Nulla di tutto questo è stato rafforzato. Nemmeno in una piccola significatica parte. E neppure le misure precauzionali sono state accettate da buona parte della popolazione dal momento che ormai lo Stato ha perduto ogni forma di autorevolezza nei confronti di cittadini ormai esausti e abbandonati sul baratro. E l’unica domanda che riesce a porsi, in tutto questo delirante nulla, è “quali influencer potrei consultare per diffondere il senso civico?

No, non sta andando tutto bene.

Coronavirus: la regola del silenzio


Indosso la mascherina perché la struttura organizzativa dello Stato di cui faccio parte ritiene sia necessaria per limitare il diffondersi del Covid-19. Questo non implica necessariamente che si debba essere d’accordo con questa prescrizione, fermo restando che personalmente lo sono.
Non ho problemi a coprirmi mento, bocca e naso perché ritengo che le privazioni delle libertà individuali siano da identificare altrove.

Scaricare l’App Immuni è facoltativo, non un obbligo, pertanto tutte le discussioni in merito alla questione sono totalmente inutili.

Non mi sento controllato da nessuno, e sono abbastanza sereno ad ammettere che tra “essere comandati” ed “essere governati” c’è una profonda differenza: le società, in tutta la storia dell’uomo, non sono mai state, e mai lo saranno, esentate da organizzazioni atte alla formazione dei popoli. Possono essere giuste o sbagliate, certamente è irrazionale determinarlo sulla base di un obbligo come quello di indossare una mascherina.

Non mi spertico in congetture giuridiche o mediche perché nessuno in tutta la mia esperienza di vita mi ha mai fatto sentire migliore di altri, e soprattutto perché sono profondamente consapevole che se avessi voluto o potuto avventurarmi sulla strada verso uno dei due ambiti avrei dovuto necessariamente studiare. Non l’ho fatto. Taccio perlopiù. Questo non significa che mi senta inferiore, no, significa accettare le competenze e rispettarle.

Riesco a vivere senza paura, con apprensione sicuramente e molta prudenza, perché i pericoli durante il viaggio della vita sono ovunque, da sempre. Questo non debilita il mio stile di vita, anzi, lo fortifica e mi spinge a cercare soluzioni sempre più adatte a semplificare la mia vita e quella della mia famiglia: ciò che è necessario stimola la creatività, e la creatività è una risorsa. Sentirsi impotenti, abbattuti e frustrati è la conseguenza alla convinzione di poter battere tutti e tutto. Non siamo delle creature mitologiche. Non siamo indistruttibili. Abbiamo tutti delle debolezze, e soprattutto deficienze.

Se tutto questo pensi possa condizionare il giudizio che gli altri hanno di te allora dovresti seriamente iniziare a chiederti perché vivi la tua vita sprecando tempo concentrando la tua attenzione su questo, piuttosto che spostarla sul rispetto di semplici norme che, onestamente, non limitano il tuo comportamento ma lo modificano soltanto.

Se sei dell’idea che indossare la mascherina sia un’imposizione sbagliata nessuno ti impedisce di pensarlo, non è illegittimo avere idee diverse. Diverso è imporre concretamente il tuo pensiero sugli altri, che osservano banalmente regole e leggi. Ed il rispetto verso gli altri affonda le sue radici nel terreno delle regole del vivere in comune: non viviamo su un’isola deserta, e non facciamo parte di società anarchiche.

L’unica cosa che dannatamente mi preoccupa è questo delirante accanimento praticato sui social media da parte di tutti. Siamo tormentati dal pensiero di essere controllati, ma al tempo stesso non facciamo altro che esporre quanto di più intimo abbiamo: i nostri pensieri. Non esistono più vergogna, riserbo, modestia, e prevale sempre più la convinzione di poter fare e dire tutto quello che ci passa per la testa senza considerare minimamente che questo modo di essere è l’equivalente di quel che contestiamo attraverso le nostre ossessive esternazioni. È un paradosso talmente lampante che sfugge alla comprensione con la stessa velocità con la quale si presenta. Ci mettiamo in mostra, raccontiamo le nostre giornate nei minimi dettagli, mostriamo chi siamo, cosa pensiamo e cosa facciamo a chiunque, ma al tempo stesso ci dichiariamo succubi di un governo che ci spia, proiettando però sugli altri difetti che appartengono a noi. Non vogliamo seguire le regole però ci lamentiamo se gli altri non seguono le nostre. Tutto ciò è inquietante.

L’inutilità del superfluo, dell’effimero, era ciò cui tutti, chi più e chi meno, profondamente aspiravamo. Il desiderio di riscoprire abitudini e valori, abbandonati a causa del tempo che “preferivamo” impiegare consumando l’inessenziale, è svanito nel nulla, disperso come polvere nel vento, e siamo dunque tornati a consumare pensieri e vita, immersi nel vuoto che lascia questa perpetua perdita di intimità. E insieme alle nostre intimità la nostra dignità.

Ora, sei contro la mascherina, la dittatura mediatica, quella politica (o di una certa politica a tuo giudizio), il sistema giudiziario, quello sanitario, le Forze dell’Ordine, e chissà cos’altro? Bene, fonda un partito e fatti votare, ottieni la maggioranza in parlamento, governa e cambia la società a tua immagine e somiglianza. Perché questa è la democrazia. Sì, proprio quella che tu reclami a gran voce in ogni dove. Ed è l’unico strumento a tua disposizione in grado di realizzare la tua visione della vita. Nel frattempo però rispetta le regole in corso. E se ritieni che questo governo sia illegittimo ripeti il procedimento sopra, perché se insisti allora significa che ti è poco chiaro il concetto. Oppure, se reputi difficoltoso e dispendioso tutto ciò, ingegnati, magari cominciando a supporre di non essere al di sopra di tutti, e su quel principio iniziare il percorso per essere qualcuno. Non uno qualunque: un individuo. E un individuo non si misura sulla base della sua popolarità, bensì sulle sue profondità. Esattamente quelle che incessantemente, ossessivamente sbatti fuori da te stesso invece di curarle e custodirle.

E comunque ogni tanto taci, che male non fa in tutta questa confusione.

I guru del sorriso


Vorrei far notare a tutti gli pseudo guru del sorriso e della felicità, secondo i quali per vivere bene bisogna circondarsi di persone positive ed allontanare quelle negative, che le persone più manipolabili di questo mondo siete proprio voi, perciò non potreste avere al vostro seguito altri che persone con un carattere altrettanto debole e fragile.

Ve ne andate in giro tappandovi orecchie e occhi, facendo finta che il male nel mondo e quel che produce non esista, perché secondo voi affrontarlo faccia a faccia significherebbe condizionare e rallentare la vostra corsa verso il successo personale.

Insomma, per avere successo (ma poi che significa per voi avere successo?) avete bisogno di fingere che vada tutto bene, di stampare sorrisi da pubblicare ogni giorno sui vostri social, corredati da didascalie anatomiche tipo “ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio ma solo dodici per sorridere”. Che poi se andiamo a vedere tra le due quella più utile è la prima. Ma lasciamo perdere.

Ecco, fossi in voi invece smetterei di ridere. Smettetela di dare consigli su come vivere e iniziate a mostrarvi veramente per quello che siete: tristi, problematici, frustrati, in cerca di qualcosa e di qualcuno che vi faccia sentire vivi, diversi, che vi consideri, proprio come la vita non sta facendo nei vostri confronti. E non dite che non è vero, perché siete i primi a perdere la ragione e la calma appena qualcuno non vi asseconda, come si dovrebbe fare appunto con i pazzi. Non siete (e nemmeno lo diventate) automaticamente felici solo perché vi fate una foto mentre sorridete.

Se siete tristi, infelici e vi sentite irrealizzati non è colpa degli altri, e nemmeno vostra, e solo quando capirete il vero motivo scoprirete finalmente che la vita, nonostante tutto il male che produce, è bella perché è varia, e che nelle sue varietà purtroppo si cela anche il male, che non va nascosto sotto il tappeto, ma affrontato e compreso. E se avete paura che questo vi condizioni negativamente, beh, fatevi due domande.

Sorridete di meno, leggete di più. La cultura è l’unica vera strada in grado di condurvi verso la quiete interiore.

Il Fallimento


Il fallimento è quell’imposizione psicologica e materiale della società nella quale viviamo quando quest’ultima mette a disposizione modelli da seguire ma nessun mezzo e opportunità per raggiungerli. I “motivatori”, o “mental coach”, che spopolano in questi ultimi anni (e fanno un sacco di soldi) invece ti convincono che la colpa dei tuoi fallimenti è solo e sempre tua, che tutto dipende da te stesso, indipendentemente dalla società. Bene, provino a motivare chi ha una famiglia sulle spalle e che lavora 12 ore al giorno e non arriva comunque alla fine del mese perché sottopagato rispetto agli impegni economici che la società impone, magari riesce a trovare la forza per un secondo lavoro, magari a nero, magari da alcuni schiavisti come ce ne sono in ogni dove. Magari poi riesce ad arrivare alla fine del mese. Magari morto.

Homo “haud” Sapiens


In un mondo dove nessuno sa né leggere né scrivere ad andare avanti sono gli sciacalli con la convinzione che l’esistenza consista nel depredare le risorse del prossimo così da assicurarsi la propria sopravvivenza. Del resto come dar loro torto se in effetti le sole alternative che gli vengono presentate sono la disfatta, il fallimento, l’umiliazione, la distruzione, l’abbandono, e l’insuccesso inteso esclusivamente come sconfitta personale, individuale anziché collettiva, sociale, comunitaria. Una società che vive nella menzogna di poter riuscire a fare tutto solo grazie all’istinto e alle presunte capacità di sopravvivenza individuali, escludendo un fatto ineludibile, la “con-vivenza”, non può essere consapevole di star scavando la propria fossa. L’uomo non vive di sola caccia e conquista. È un essere sociale con anche il bisogno di crescere intellettualmente, culturalmente, eticamente; elementi grazie ai quali ha realizzato opere senza tempo che hanno determinato la sua evoluzione, ma che a causa della loro progressiva e inesorabile deriva vengono abbandonate al degrado generato dall’ignoranza in attesa che facciano il loro tempo.
Una società resa ignorante non potrà mai riuscire ad apprezzare quel che ha, poiché non è consapevole di averlo.

L’autocelebrazione


L’autocelebrazione inganna l’autostima; è l’ammirazione verso il contenitore alienato dal contenuto. È il comportamento artificioso con cui il narcisismo esprime se stesso; è specchiarsi per guardarsi intorno agli occhi. È l’autoscatto degenerato in selfie. È la perversione del sé. È la convinzione di essere speciali emulando un mondo di replicanti. È pretendere il riconoscimento egemone della propria diversità escludendo l’uguaglianza; è rivendicare la propria diversità a svantaggio delle varietà. L’autocelebrazione non è analisi ma sintesi. È voler scrivere un capitolo di un libro che non si è letto. È ambire ad esser conosciuti, non a conoscere; è fare pubblicità a se stessi, è annuncio, propaganda, è la mercificazione dell’Io che diventa un articolo su uno scaffale: è il soggetto che diviene oggetto. L’autocelebrazione è in eterna competizione per aggiudicarsi il primo posto, perché arriva sempre al secondo.
“Nulla è più terribile dell’ignoranza attiva”.

Johann Wolfgang von Goethe

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Libri vs Facebook: 0 – 1


La prima cosa che un libro insegna è come stare in solitudine, poi ad apprezzarla, a conversarci, spesso per questo privilegiandola, in quale posizione la si gradisce di più, e a portarla a spasso a volte facendole fare i suoi bisogni come un cane. Ma quel che involontariamente insegna un libro, un buon libro, è a leggere e scrivere, sia concretamente che intellettualmente.

La prima cosa che Facebook insegna è come fare i selfie, poi è un crescendo di: guardare e condividere prevalentemente video, leggere le notizie a metà, cliccare sui titoli sensazionalistici e condividerli di volta in volta, non approfondire, non verificare, come dimenticarsi della grammatica, della sintassi, della coerenza, della logica, dei familiari, come far perdere di significato la parola “amicizia”, come dire senza un briciolo di vergogna che non si è razzisti e che non si fanno discriminazioni però prima vengono i nostri figli e poi tutto il resto del mondo se c’è tempo altrimenti può anche crepare, come far gli auguri a persone che non conosci ed augurare ad altrettante la morte. Alimenta l’ignoranza e la diffidenza poiché elementi presenti in chi, statisticamente, lo utilizza con più frequenza. Facebook, in ultima analisi, è il luogo in cui spesso la solitudine assume aspetti inquietanti, perciò insegna a diffidare di se stessi e ad evitare accuratamente di rimanerci da soli, e, non da ultimo, a leggere e scrivere male, concretamente e intellettualmente.

“Combattere per la pace è come fare l’amore per la verginità”


Nella quotidiana e perpetua discussione mediatica, ora su quel provvedimento ora sull’altro, quel che non manca mai sono quegli elementi che rendono la vita politica del Paese ignobile, stantia, ripugnante, oltre che socialmente molesta, irritante, frustrante. Ogni giorno la classe dirigente finge di chiedersi quali sono i motivi che hanno trascinato i cittadini verso una disaffezione cronica nei confronti della realtà sociale e politica senza mai, naturalmente, provare a darsi una risposta definitiva e con questa, da questa, conseguentemente ripartire daccapo rimuovendoli per far sì che le proteste, espresse più che chiaramente col non-voto, siano finalmente ascoltate. Invece, l’imbroglio delle riforme in atto volute da chi istruisce l’abile racconta-novelle premier italiano, degno successore di Berlusconi, viene spacciato ingegnosamente come la volontà della maggioranza assoluta del popolo italiano che, va ricordato, si tratta invece del 40,8% di elettori che rappresentano un esiguo 23,7% della popolazione elettorale con diritto di voto. Un 23,7% dal quale trarre prepotentemente legittimità per appropriarsi indebitamente dei bisogni e delle richieste angosciate di coloro che non ce la fanno più a sopportare questo ridicolo e deleterio gioco psicologico delle parti, dove a chi dice il bianco viene contrapposto chi afferma il nero, con un rimpallo di responsabilità infinito, senza mai arrivare a niente, senza mai risolvere niente, se non a garantire l’inattaccabilità e la prosecuzione indisturbata degli affari e delle ambizioni dei singoli attori che prendono parte alla commedia drammatica che è diventata la politica e la società tutta.

Riforme che vengono confezionate e presentate al popolo consumatore di slogan come la più passionale delle rivoluzioni in atto dal dopoguerra ad oggi.

Perché le riforme si fanno in Tv e, si badi bene, non solo negli ormai classici e sempre più avvalorati talk-show, ma anche nelle fiction, nel cinema, nei social, nei blog, nei giornaletti di gossip, nel calcio, nei romanzi, nelle manifestazioni di ogni tipo, e in tutto il possibile da spremere e sfruttare come palcoscenico utile a narrare una riforma, non in atto, ma narrata, appunto. Solo narrata. A benedire la fedeltà, nonostante tutto, dei restanti (pochi) milioni di elettori del partito (e non solo quelli) che pretende di essere l’unico erede delle speranze rivoluzionarie.

Assistiamo così inermi alla cannibalizzazione degli spazi mediatici, e conseguentemente pubblici, e a un protagonismo che purtroppo ha dei precedenti e avrà dei seguiti sempre più esaltati ed esaltanti. E come in ogni circostanza, fatta diventare volutamente di grande impatto mediatico affinché s’intrattengano le attenzioni del pubblico, si deve offrire a quest’ultimo — che subisce — un capro espiatorio, che nella narrazione corrente è incarnato nel “gufo”, nel “pessimista”, nel “disfattista”, che viene incastrato come fosse lui l’assassino, cosicché ci si possa prendere il merito d’aver ispirato ottimismo e fiducia; e condannare nello stesso tempo implicitamente tutti coloro che hanno pensato si potesse trovarlo “finalmente” in un regime politico esperto solo nel salvaguardare interessi che non appartengono certo alla collettività. Un colpevole, o presunto tale, dunque, che anche se non fosse lui lo sarà comunque a vita nell’immaginario collettivo.

Perché ormai è così, dai “piani alti”, di qualunque settore si tratti, basta dire insistentemente che si sta facendo qualcosa affinché questo diventi virale, quindi reale, effettivo, e se qualcuno provasse a dire che così non è, basterà semplicemente ribadire che così invece è, e il gioco del contraddittorio continua indefinitamente, sulla pelle di coloro che di questo genere di intrattenimento social-mediatico, sponsorizzato e pagato profumatamente dalle aziende che nel frattempo devono vendere i loro prodotti di consumo, ne hanno piene le scatole. E che ne hanno piene le scatole lo esprimono da anni non esercitando il diritto di voto, poiché sa quanto sia diventato inutile, infruttuoso, esercitarlo, forte dei reiterati scandali e corruzioni che ogni giorno la magistratura scoperchia in ogni settore e anfratto della società, ma soprattutto ai piani alti, quelli dai quali si “amministra” il Paese.

Nel frattempo, mentre gli animali da palcoscenico, negli interminabili dibattiti, discutono su come affrontare i problemi causati dalla crisi, ma non su quelli che hanno causato quest’ultima, la guerra bussa alle nostre porte.

E sembra essere proprio questo il futuro che ci attende: mentre fuori, la realtà, con tutti i suoi annessi e connessi, ovvero le socializzazioni, le relazioni, le esperienze, le comunità, eccetera, si va sfaldando sempre più, e a noi non resterà altro da fare che aggrapparsi alla costruzione virtuale di essa, le potenze mondiali si stanno organizzando per guerreggiare contro il terrorismo, per l’ennesima volta. Terrorismo che oggi si chiama Isis, o per “i più ammaestrati” Islam, ieri Bin Laden, l’altro ieri di Saddam, e che è figlio dell’egemonia occidentale, del nostro modello di sviluppo economico, che invade, sfrutta e distrugge, ma ignora quando c’è da soccorrere e ricostruire dopo aver raso al suolo ed essersi accaparrato le risorse. Conosciamo i moventi della guerra, così come conosciamo le giustificazioni utilizzate per promuoverla. Ne abbiamo esperienza. Già più di tremila anni fa, nei testi sanscriti del 1200 a.C., il termine utilizzato per indicare la guerra, युद्ध yuddha, significava “desiderio di possedere più mucche”, e più recentemente le due guerre mondiali dovrebbero essere un esempio tanto eclatante da non poter lasciare spazio all’immaginazione circa i disagi post-bellici che costituiscono il terreno fertile per le ideologie estreme dei regimi totalitari. Eppure regolarmente, metodicamente, a vincere è lo scenario vagheggiato dell’invasione dei nostri territori, della nostra libertà, della nostra sicurezza, che solletica la nostra paura, che a sua volta ci convince ad accettare l’attacco armato per difendere tutto ciò.

La politica, la democrazia, che un tempo credevamo essere soluzioni, oggi si rivelano inefficaci, trappole, sabbie mobili nelle quali l’umanità organizzata sta sprofondando. E così guerre, barbarie, razzismo e follia sono il risultato dei fallimenti delle operazioni pseudo-democratiche che perseveriamo, il vero avanzo di questo inestricabile groviglio. Troppi si ostinano a pensare che la fuga da paesi in guerra sia un segno di rinuncia e di codardia; al contrario, dovrebbe suggerire l’esperienza, essa è l’impossibilità di reazione nei confronti d’un sistema troppo grande e troppo forte da poter essere combattuto, contrastato, controllato. E a tutto questo cumulo di menzogne, oggi si aggiunge l’incubo di un’imminente invasione dei terroristi a bordo dei barconi carichi di profughi. E allora facciamo l’ennesima guerra, che darà i natali all’ennesimo nemico che dovrà essere combattuto per l’ennesima volta, non prima, s’intende, d’aver guadagnato l’ennesimo bel gruzzoletto vendendogli l’ennesimo consistente arsenale bellico.

Il nostro modello di sviluppo economico-sociale, il nostro modello democratico, non garantisce a noi, che facciamo parte di questa porzione di mondo, il giusto progresso verso una vita dignitosa, ma anzi sfrutta e alimenta l’ignoranza attraverso tagli alla Cultura, all’Istruzione, e mettendo altresì in atto campagne mediatiche mascherate sotto il nome di “informazione”, ma che nei fatti fornisce un surplus di notizie contrastanti, contraddittorie fra loro, celando in questo modo, dietro la facciata apparentemente democratica, una squallida, totale e assoluta disinformazione. La trasmissione di notizie di oggi assomiglia sempre più a un perpetuo funerale che celebra la morte dell’individualità, della razionalità, e che sembra avere il solo fine di alimentare ignoranze e inconsapevolezza. È l’eccesso delle ragioni, infatti, ad uccidere la ragione stessa. Andiamo a combattere una guerra fuori, quando l’unica a dover esser combattuta è qui e si chiama “ignoranza”. Non siamo in grado noi di conquistare dignità, come possiamo pensare di esportarla altrove, e di farlo per giunta con dignità?

San valentino: amare per decreto


“In tutto il mondo la gente arriva ai limiti dell’assurdo
per evitare di confrontarsi con la propria anima.
Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce,
ma portando alla coscienza l’oscurità interiore.
Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”.
Carl Gustav Jung

Lasciataci alle spalle la festa di San Valentino, una fra le più incoerenti sul piano interazionale fra esseri umani messe a disposizione dei consumatori, riprendiamo la nostra routine quotidiana da dove l’avevamo “abbandonata” per un momento. Una routine già falsificata di per sé, ma sempre più snaturata dai continui attacchi che ci obbligano a vivere frangenti e provare sentimenti solo in determinate occasioni, e per un circoscritto lasso di tempo. In parole povere: le feste ormai sono un intervallo pubblicitario fra una pubblicità e l’altra.

E stendiamo allora una breve considerazione sull’amore, poiché questa la “sostanza” della festa appena trascorsa.

L’amore, che è l’unico antidoto contro il narcisismo, il primo a lanciare allarmi quando c’è da demolire la falsità delle pretese alle quali cerchiamo di tenere aggrappata la nostra autostima, oggi impallidisce davanti all’esuberanza e all’eccitazione, ma anche all’ansia, spesso all’angoscia e alle frustrazioni che scaturiscono da un senso di inadeguatezza sempre più marcato, nei confronti di emozioni e impulsi primordiali sempre più indecifrabili, ma obbligati a manifestarsi a comando poiché fissati sul calendario. Ed è così che, in questo enorme vortice di partecipazioni prescritte, capita che si avverta il bisogno di raccogliere le idee per dar vita all’indignazione. E’ da quest’ultima che emerge la necessità di adoperarsi per dare (anzi ridare) “un senso al senso”.

L’amore appunto, declassato a sottoprodotto di quel che erano nostri più intimi e antichi sentimenti, è impiegato oggi come un’efficace espediente per commercializzare quella che somiglia sempre più a una fiera delle ostentazioni. Il boom elettronico, i favolosi profitti ammassati dalla vendita di strumenti capaci di obbedire a qualsivoglia volontà del padrone, offre un vasto assortimento dal quale attingere l’esperienza della meraviglia. E non ha rilevanza alcuna che sia essa artificiosa o autentica, simulata o sincera, purché sia in grado di accomunarci tutti, di regalarci quel senso di appartenenza cui tanto aspiriamo, più o meno dichiaratamente, più e meno consapevolmente. Perché è dalla solitudine prodotta dai nostri schermi portatili che nasce il nostro senso di aggregazione, non più, quindi, dalla solitudine esistenziale di natura amletica, o filosofica che dir si voglia. Non desideriamo avere dubbi: desideriamo e basta, e lo facciamo per decreto. Non ci interessa imparare ad amare, tanto meno porci domande: ci interessa l’esibizione dell’amore, affinché altri possano riconoscersi e riconoscerci, affinché noi ci riconosciamo in quella degli altri. Ma un senso di appartenenza filtrato, e in aggiunta provocato per decreto, potrà mai renderci consapevoli d’essere “qualcuno” e di far parte, di conseguenza, di “qualcun altro”? Se tutto muove e scivola sulla superficie ornamentale dell’esistenza, se rifiutiamo la comprensione, la consapevolezza e soprattutto l’esperienza, allora rifiutiamo l’amore.

Perché l’esibizione dell’amore, la costrizione a cui siamo implicitamente chiamati ad ubbidire per ragioni programmatiche e come già detto per supplire, o peggio ancora surrogare, a quel che è rimasto del nostro senso di appartenenza, è un’ostentazione fine a se stessa, che dietro al buonismo sentimentale di facciata nasconde in realtà inquietudini come agonismo, emulazione, insoddisfazioni, incomprensioni… che ci è permesso di lavar via in un determinato momento fissato sul calendario, compiendo determinati gesti fissati sugli schermi, dai quali sfilano infinite immagini che richiamano (si voglia o no, o lo si creda o meno) la nostra attenzione convincendoci ad entrare a far parte di “qualcuno filtrato”, e attraverso i quali facciamo gran parte delle esperienze della vita, e dunque dell’amore.

Ora, è vero che il mondo è un mondo spietato, che sfrutta, inganna e mente, e che noi siamo la massima espressione di quest’inganno, di cui a volte ci adoperiamo per conoscere le cause, non per farvi fronte e ritrovare la verità dei nostri sogni, della nostra vita, del nostro senso di appartenenza… dell’amore, ma per adattarci e ingannare, e ingannarci, a nostra volta, perché in fondo che ci frega? A Natale siamo tutti più buoni, e a San Valentino tutti più innamorati.

Bene allora, San Valentino è trascorso, i regali sono stati consumati; possiamo tornare a ingannarci nell’attesa che arrivi il Natale.

“SCOPRIRSI” NELL’ERA DEI SOCIAL


Svestirsi, vale a dire ciò che di più facile viene da fare nella società delle immagini, è un gesto che non confina esclusivamente nella fisicità, ma anche nella mentalità, nel modo in cui ci abituiamo ad esibire i nostri pensieri, i più e i meno intimi. Nell’era dei social infatti tale comportamento è ampiamente dimostrabile, praticato, e più o meno implicitamente riconosciuto e accettato dalla maggior parte di noi.
Mettere in piazza i propri pensieri equivale a spogliarsi.

Si è molto parlato del video/esperimento (poi emulato, riprodotto in serie ovunque nel mondo) nel quale si vede una ragazza vestita con un jeans e una maglietta neri che passeggia per le strade di New York ricevendo un centinaio fra commenti e complimenti da parte di uomini. Il video, chiaramente di stampo razzista, è un girato di 10 ore riassunte in nemmeno 2 minuti, nei quali si vedono soltanto uomini di origini africane rivolgere le loro attenzioni nei confronti della ragazza, come a voler indirettamente documentare che di questi bisogna diffidare, dal momento che di tale evidenza non si fa alcun cenno alla fine del video, che i media non hanno perso tempo a titolare “molestie subìte da”, come non si fa cenno della fine che hanno fatto le altre 9 ore 58 minuti. L’autore lascia quindi al pubblico, velatamente già consigliato durante la visione del video, il compito di aggiungere e fare la somma, sollevandosi così di ogni responsabilità. E il risultato è un susseguirsi di altri commenti, prolificati in seguito alla sua condivisone – in Rete come in Tv –, che in poco o nulla differenziano da quelli ricevuti dalla protagonista del video, mescolando così altra confusione a quella già presente.

Prendiamo come esempio Facebook, spazio più che appropriato per osservare il diffondersi di pensieri contrastanti, data l’infinita mole di immagini, video e pensieri che gli iscritti offrono alla platea.

Cattiveria, ignoranza e depravazione si possono trovare nei commenti sotto una foto innocua pubblicata sul proprio profilo, ma anche in quelli sotto un “pensiero” dato in pasto al pubblico. L’errore più comune che facciamo in certi casi sta nel non considerare che spesso giudichiamo chi ci giudica, entrando così in un circolo vizioso dal quale non se ne esce. Ci è difficile accettare osservazioni o critiche contrastanti con il nostro modo di vedere, fondamentalmente perché disorientati, oltre che condizionati, dagli altri inesauribili modi di vedere. Il selfie, ad esempio, entrato prepotentemente a far parte del nostro linguaggio espressivo ormai sempre più scarno, riprodotto in serie in maniera esasperata ed esasperante tanto da sentirsi a volte circondati dal nulla, è l’emblema di quel che siamo diventati e stiamo vivendo. Un comportamento che nel giro di un anno ci ha contagiati come fa un virus, grazie a quella gran cassa di risonanza che sono i media e i loro fruitori, per primi i personaggi celebri (o celebrati, personaggi politici inclusi), sempre pronti in prima linea quando si tratta di lanciare prodotti o modi di fare o di pensare, e che può trovare ragioni solo nella totale dipendenza alla quale siamo asserviti, nella stessa misura in cui un tossicodipendente è asservito alla sua droga.

Ed è così allora che i “mi piace” accrescono un’autostima fittizia, al contrario dei “mi piaccio”, che avvalorerebbero quella autentica. Quando infatti i “mi piace” non convalidano quella autentica, ecco che disimpariamo a conoscerci, ad ascoltare quel che di più intimo abbiamo nelle nostre profondità, a lasciarci soggiogare, poiché sempre più complessi da osteggiare, dai sempre più travolgenti condizionamenti provenienti dall’esterno. Se dalle contraddizioni siamo circondati, se viviamo in un mondo dove ogni elemento che lo compone trova il suo nemico pronto ad affermare una verità opposta altrettanto supportata, come uscirne? In mezzo al caos, di conseguenza, sempre più spesso preferiamo rinnegare, piuttosto che rivendicare con sensatezza; oppure l’esatto contrario: pretendiamo con un’esasperata irrazionalità d’aver ragioni. Vedi chi pubblica pensieri omofobi, razzisti, o foto nelle quali impugnano un’arma, e che solo dopo “si accorgono” d’esser stati vittima dell’impulso ritornando maldestramente sui loro passi. Ma c’è anche chi ovviamente reclama con vigore cadendo spesso nel ridicolo.

L’impulso a denudarsi, a render pubblica la nostra ricchezza intima, a confessarsi costantemente sul proprio profilo social o in quello altrui, rappresenta l’ostentazione frustrata del narcisismo. Preferiamo appunto i “mi piace” ai “mi piaccio”, e lasciamo che siano altri a dire “chi” e “come” dovremmo essere.
Non c’è dubbio: siamo tutti personaggi pubblici, nelle mani di un pubblico che ci conosce ancor meno di noi.
E’ vero, siamo liberi di tornare sui nostri passi quando sbagliamo. Ma qual è il metro di giudizio del quale ci serviamo per stabilirlo? E quanta libertà c’è in un comportamento che si avvicina sempre più a una catena di montaggio?