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Coronavirus: la regola del silenzio


Indosso la mascherina perché la struttura organizzativa dello Stato di cui faccio parte ritiene sia necessaria per limitare il diffondersi del Covid-19. Questo non implica necessariamente che si debba essere d’accordo con questa prescrizione, fermo restando che personalmente lo sono.
Non ho problemi a coprirmi mento, bocca e naso perché ritengo che le privazioni delle libertà individuali siano da identificare altrove.

Scaricare l’App Immuni è facoltativo, non un obbligo, pertanto tutte le discussioni in merito alla questione sono totalmente inutili.

Non mi sento controllato da nessuno, e sono abbastanza sereno ad ammettere che tra “essere comandati” ed “essere governati” c’è una profonda differenza: le società, in tutta la storia dell’uomo, non sono mai state, e mai lo saranno, esentate da organizzazioni atte alla formazione dei popoli. Possono essere giuste o sbagliate, certamente è irrazionale determinarlo sulla base di un obbligo come quello di indossare una mascherina.

Non mi spertico in congetture giuridiche o mediche perché nessuno in tutta la mia esperienza di vita mi ha mai fatto sentire migliore di altri, e soprattutto perché sono profondamente consapevole che se avessi voluto o potuto avventurarmi sulla strada verso uno dei due ambiti avrei dovuto necessariamente studiare. Non l’ho fatto. Taccio perlopiù. Questo non significa che mi senta inferiore, no, significa accettare le competenze e rispettarle.

Riesco a vivere senza paura, con apprensione sicuramente e molta prudenza, perché i pericoli durante il viaggio della vita sono ovunque, da sempre. Questo non debilita il mio stile di vita, anzi, lo fortifica e mi spinge a cercare soluzioni sempre più adatte a semplificare la mia vita e quella della mia famiglia: ciò che è necessario stimola la creatività, e la creatività è una risorsa. Sentirsi impotenti, abbattuti e frustrati è la conseguenza alla convinzione di poter battere tutti e tutto. Non siamo delle creature mitologiche. Non siamo indistruttibili. Abbiamo tutti delle debolezze, e soprattutto deficienze.

Se tutto questo pensi possa condizionare il giudizio che gli altri hanno di te allora dovresti seriamente iniziare a chiederti perché vivi la tua vita sprecando tempo concentrando la tua attenzione su questo, piuttosto che spostarla sul rispetto di semplici norme che, onestamente, non limitano il tuo comportamento ma lo modificano soltanto.

Se sei dell’idea che indossare la mascherina sia un’imposizione sbagliata nessuno ti impedisce di pensarlo, non è illegittimo avere idee diverse. Diverso è imporre concretamente il tuo pensiero sugli altri, che osservano banalmente regole e leggi. Ed il rispetto verso gli altri affonda le sue radici nel terreno delle regole del vivere in comune: non viviamo su un’isola deserta, e non facciamo parte di società anarchiche.

L’unica cosa che dannatamente mi preoccupa è questo delirante accanimento praticato sui social media da parte di tutti. Siamo tormentati dal pensiero di essere controllati, ma al tempo stesso non facciamo altro che esporre quanto di più intimo abbiamo: i nostri pensieri. Non esistono più vergogna, riserbo, modestia, e prevale sempre più la convinzione di poter fare e dire tutto quello che ci passa per la testa senza considerare minimamente che questo modo di essere è l’equivalente di quel che contestiamo attraverso le nostre ossessive esternazioni. È un paradosso talmente lampante che sfugge alla comprensione con la stessa velocità con la quale si presenta. Ci mettiamo in mostra, raccontiamo le nostre giornate nei minimi dettagli, mostriamo chi siamo, cosa pensiamo e cosa facciamo a chiunque, ma al tempo stesso ci dichiariamo succubi di un governo che ci spia, proiettando però sugli altri difetti che appartengono a noi. Non vogliamo seguire le regole però ci lamentiamo se gli altri non seguono le nostre. Tutto ciò è inquietante.

L’inutilità del superfluo, dell’effimero, era ciò cui tutti, chi più e chi meno, profondamente aspiravamo. Il desiderio di riscoprire abitudini e valori, abbandonati a causa del tempo che “preferivamo” impiegare consumando l’inessenziale, è svanito nel nulla, disperso come polvere nel vento, e siamo dunque tornati a consumare pensieri e vita, immersi nel vuoto che lascia questa perpetua perdita di intimità. E insieme alle nostre intimità la nostra dignità.

Ora, sei contro la mascherina, la dittatura mediatica, quella politica (o di una certa politica a tuo giudizio), il sistema giudiziario, quello sanitario, le Forze dell’Ordine, e chissà cos’altro? Bene, fonda un partito e fatti votare, ottieni la maggioranza in parlamento, governa e cambia la società a tua immagine e somiglianza. Perché questa è la democrazia. Sì, proprio quella che tu reclami a gran voce in ogni dove. Ed è l’unico strumento a tua disposizione in grado di realizzare la tua visione della vita. Nel frattempo però rispetta le regole in corso. E se ritieni che questo governo sia illegittimo ripeti il procedimento sopra, perché se insisti allora significa che ti è poco chiaro il concetto. Oppure, se reputi difficoltoso e dispendioso tutto ciò, ingegnati, magari cominciando a supporre di non essere al di sopra di tutti, e su quel principio iniziare il percorso per essere qualcuno. Non uno qualunque: un individuo. E un individuo non si misura sulla base della sua popolarità, bensì sulle sue profondità. Esattamente quelle che incessantemente, ossessivamente sbatti fuori da te stesso invece di curarle e custodirle.

E comunque ogni tanto taci, che male non fa in tutta questa confusione.

Siamo sempre meno bravi nel darci la possibilità di tacere


A tutti coloro che non perdono mai occasione di schierarsi con le unghie e con i denti, e nemmeno quella di tacere.

Non è mai stato facile per nussuno fare l’educatore. Bisognerebbe andare a scavare fino alla settima generazione di ognuno per capire di chi è la colpa. Un ragazzo fa una rapina, e allora la colpa è dei genitori che non sono stati in grado di educarlo, e per lo stesso principio a loro volta hanno avuto padri e madri che li trascuravano, che di conseguenza hanno avuto la stessa sfortuna, perché altrimenti i loro figli non avrebbero trasmesso ai discendenti le loro lacune. E così via, fino alla preistoria.

Comprendere che i mali della nostra società arrivano da lontano è fondamentale, ma circoscrivere alle singole famiglie le colpe di un degrado diffuso è profondamente insufficiente come riflessione. E allora mi chiedo perché dovrebbero esistere uno Stato, una Costituzione, delle Leggi, un Sistema Formativo? A cosa dovrebbe servire una Istituzione del genere se poi, alla fine, la colpa del degrado è da imputarsi sempre agli individui e mai alla debolezza del Sistema nella sua complessità?

Allora se uno Stato schiacciasse dalle tasse il proprio popolo verrebbe facile pensare che quel popolo, pur di non farsi schiacciare, evaderà le tasse creando le basi per la corruzione. Il concetto è che se i reati e il degrado aumentano può solo significare che lo Stato non è in grado di funzionare come dovrebbe. Non è in grado di educare il proprio popolo.

Scaricare la colpa sul singolo individuo (che pure ha colpe, ma non lui soltanto), e concentrare l’attenzione giudicando la singola azione significa sollevare di ogni responsabilità un Sistema che avrebbe dovuto per primo evitare l’evolversi del degrado, che si manifesta soprattutto attraverso episodi come quelli che la cronaca racconta ogni giorno.

Siamo tutti bravi dare giudizi, ma siamo meno bravi in un’infinita di altra roba. Soprattutto siamo sempre meno bravi nel darci la possibilità di tacere.

Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner. (3ª parte)


(Qui puoi trovare la 1ª Parte, e qui la 2ª Parte)

Come quello di Wozzeck, oggi il Destino si trova in un vagabondaggio ancora più sfacciato, colpisce a casaccio, e con effetti ancora più devastanti rispetto a quel che sembrava facesse nel periodo successivo alla Guerra mondiale, che si credeva fosse “la guerra che mette fine a tutte le guerre” (e che presto ha dimostrato di esserlo per un tempo tristemente breve), che annunciava tempi di pace, di maggiore benessere, di maggiori opportunità e meno miseria per tutti. Le generazioni passate hanno vissuto con il sogno e la speranza di un’imminente sicurezza esistenziale, mentre quelle di oggi vivono con la convinzione di un’insicurezza duratura, che li accompagnerà lungo tutto il corso della vita, che sarà permanente e forse irrimediabile. Oggi infatti il Destino sembra essere stato individualizzato. Il suo itinerario non è meno irregolare di quanto lo fosse prima, ma la frequenza dei colpi sferrati sembra essere regolare quanto mai prima (monotona, perfino una routine). Come nel “Grande Fratello“, che viene descritto ufficialmente e che comunemente si crede sia un “reality” show, in cui capita che uno dei protagonisti, o anche più di uno, ogni settimana deve essere escluso dal gruppo (buttato fuori con il voto), e in cui la sola cosa che rimane incerta e sconosciuta è chi sarà la persona a cui toccherà, questa o la settimana successiva. L’esclusione è nella natura delle cose, è un elemento inseparabile dell’essere nel mondo, è, per modo di dire, “una legge di natura“, per questo non ha senso ribellarsi a essa. La sola questione su cui valga la pena ragionare, e anche intensamente, è come evitare la prospettiva che “sia io” l’escluso del prossimo giro di eliminazioni servendomi di qualsiasi mezzo di cui dispongo; anche i più meschini.
Nessuno può dichiararsi immune nei confronti del vagabondaggio del Destino. Nessuno può sentirsi realmente garantito nei confronti della minaccia di essere escluso. La maggior parte di noi o ha già sperimentato l’amarezza dell’esclusione, oppure ha avuto il sospetto che in un futuro segreto potrebbe provarla. Sono veramente pochi quelli che potrebbero giurare di essere immuni dal Destino, e ci è concesso sospettare che alla fine molti di quei pochi dimostreranno di aver sbagliato. Soltanto pochi individui possono sperare che non impareranno mai la sensazione che si prova quando si vive un’esperienza simile, in particolare quando si viene disprezzati e umiliati.
Bisogna dire, comunque, che da quando è stata composta l’opera di Berg il significato e la causa principale dell’umiliazione sono cambiati. Oggi la posta in gioco della spietata competizione individuale, inclusa la lotteria dell’esclusione, non è più la sopravvivenza fisica (almeno non nella parte agiata del pianeta, per ora e “fino al prossimo avviso”), non è la soddisfazione dei bisogni biologici primari richiesta dall’istinto di sopravvivenza. E non è neanche il diritto di prendere decisioni, di stabilire da sé i propri obiettivi e di decidere che tipo di vita si preferirebbe fare, poiché, al contrario, oggi si presume che esercitare questi diritti sia un dovere dell’individuo. Inoltre, è diventato un assioma che qualunque cosa accada all’individuo non possa che essere la conseguenza dell’esercizio di tali diritti, del fallimento esecrabile o del colpevole rifiuto di esercitarli: qualunque cosa accada (sia le avversità che i successi) sarà interpretata retrospettivamente come un’ulteriore conferma dell’esclusiva e inalienabile responsabilità degli individui per le loro condizioni individuali.
Resi individui dalla storia, veniamo incoraggiati a ricercare attivamente il “riconoscimento sociale” per delle cose che sono già state pre-interpretate come una nostra scelta individuale: propriamente, quelle forme di vita che noi individui stiamo usando (sia per scelta deliberata che per caso). “Riconoscimento sociale” significa dunque accettazione, da parte degli “altri che contano”, che la forma di vita usata da un particolare individuo è degna e decente, e che su questa base l’individuo in questione merita il rispetto dovuto e generalmente concesso a tutte le persone meritevoli, degne e decenti.
L’alternativa al riconoscimento sociale è la negazione della dignità: l’umiliazione; praticata attraverso la riduzione e la rinegoziazione dei diritti fondamentali di ogni essere umano. E in un mondo in cui i poveri aumentano, le sicurezze traballano, i rapporti si rompono e le responsabilità individuali crescono senza sosta, niente e nessuno può assicurare che il diritto a una vita dignitosa sia garantito in futuro.

(Continua…)-(Qui puoi trovare la 1ª Parte, e qui la 2ª Parte) (Vai alla 4ª Parte)

Il disagio sociale


A cominciare da Darwin, l’umanità ha avuto costanti conferme sul fatto che l’ambiente circostante modifica non solo l’organismo delle specie viventi, il patrimonio genetico, ma anche le abitudini, lo stile di vita, la capacità di adattamento a un determinato ambiente: psicologicamente e biologicamente. Tutti i più recenti studi scientifici, che spaziano dalla psicologia moderna alla fisica quantistica, hanno dimostrato e continuano a confermare che l’ambiente che ospita una forma di vita modifica radicalmente la sua struttura costringendola, per istinto di sopravvivenza, all’adattamento. Non solo. L’essere umano nell’ultimo centennio è riuscito ad andare oltre modificando lui stesso l’ambiente circostante a una velocità sempre maggiore adattandolo alle sue esigenze e ai suoi capricci, stravolgendo i normali equilibri ecosistemici, mutando il corso della natura e degli eventi. In questa corsa sfrenata dei mutamenti, l’unica cosa che risulta chiara è la mancanza di equilibri. Lo si può notare con le estrazione del petrolio, dei gas, con la deforestazione, le estrazioni minerarie, le coltivazioni di ogm,
eccetera, che mutano e consumano il pianeta senza conoscere limiti per supplire a bisogni (che non più sono tali) andati ormai oltre i limiti. Il nostro è un modello di sviluppo che si pone come obiettivo una crescita infinita in un mondo finito quale è il nostro. È follia spacciata astutamente per norma. Una follia che si estende in ogni direzione e che non conosce confini e dimensioni. Un modello di sviluppo orizzontale, obliquo e verticale che scava fin nelle profondità delle sensibilità umane che hanno sempre accompagnato l’evoluzione naturale degli eventi. Si è passati infatti da un’evoluzione naturale a un’involuzione innaturale, artificiale, che mette a rischio la sopravvivenza della gran parte delle specie viventi, compresa la nostra. Se per sopravvivenza intendiamo quell’istinto innato, connaturato alle specie viventi, nel rispetto dell’ambiente circostante, oggi ci troviamo di fronte a un’istinto autodistruttivo che non ha eguali nella storia dell’umanità.
Quel che è evidente, oltre che paradossale, è che il nostro essere ne coglie le contraddizioni, ma non è in grado di gestirle. Nasce così uno scontro tra il nostro sentire e quello che ci viene imposto dall’esterno come modello, così ci troviamo con un gran vuoto dentro che non riusciamo a (tantomeno possiamo) riempire, ma ogni volta che avvertiamo quel vuoto invece tentiamo di riempirlo, consumando e consumandoci di un piacere fugace ed effimero. E appena l’effetto della novità sarà scomparso, il vuoto si farà nuovamente sentire e ricominceremo a cercare le soluzioni nelle cose anziché nelle relazioni.
Il nostro equilibrio psicologico è da sempre direttamente proporzionale alla nostra capacità di dare e ricevere come persone, indipendentemente dalle cose materiali, ma oggi appare chiaramente che tale equilibrio tende sempre più a vacillare nel vuoto interiore che ci siamo scavati. E i messaggi dai quali siamo bombardati ogni giorno sono che la nostra salute passa attraverso il consumo: più acquisto e più io acquisto personalità e fiducia in me stesso.

C’è un altro aspetto da valutare e che io non smetterò mai di sottolineare, che riguarda proprio il senso di appartenenza verso l’ambiente che abitiamo, ovvero il nostro essere-nel-mondo (con-essere). Non ci sentiamo più parte di una comunità: fino a non molto tempo fa i nostri problemi erano i problemi della comunità alla quale appartenevamo e viceversa. Ci siamo trasformati oggi in individui separati dagli altri, e la competizione è infatti un sentimento sempre più comune, di conseguenza tendiamo a fare i nostri esclusivi interessi personali innalzando attorno a noi un egoismo a difesa. E in una realtà sempre più precaria e competitiva, dove la persona viene ridotta a merce o, nel migliore dei casi, a consumatore di merce, il senso di inadeguatezza, di alienazione cresce. Il vero rischio è che questo venga interiorizzato a tal punto che lo si accetti, che lo si consideri inevitabile. Allora soffriamo di fronte a ciò che si è convinti di non poter cambiare, pertanto lo accettiamo ma non proviamo a combatterlo. È un meccanismo che seda la rabbia, la reprime anziché spingerci ad esternarla, creando una pericolosa assuefazione al disagio quotidiano, dove lottiamo continuamente non per cambiare le cose ma per arrivare alla fine del mese o avere fra le mani l’ultimo modello di smartphone da esibire come simbolo di appartenenza, in un modello sociale dove si viene riconosciuti soli in quanto consumatori.

Non smettere mai di desiderare è infatti il principio economico base che tiene in piedi la nostra società.

In questo disagio ci convinciamo di essere responsabili dei nostri fallimenti, la critica ricade su noi stessi, cerchiamo di darci sempre più da fare, ma il contesto è talmente avverso che la nostra operosità a portare il cambiamento risulta inutile, inefficace, perciò non riponiamo fiducia nelle nostre potenzialità. Ci sentiamo impotenti di fronte al sistema nel suo complesso e, a breve termine, non possiamo che rimanerne sconfitti.

Le uniche soluzioni a nostra disposizione non possiamo che trovarle nella cultura, nell’educazione, nella corretta informazione e nei gruppi di autoconsapevolezza, che sono gli unici elementi in grado di agire a livello sociale.
Non è un’epoca facile, e non possono avvenire cambiamenti rapidi per ristabilire i giusto equilibri, e il problema è a questo punto una questione di tempo: quanto ancora ne abbiamo a disposizione per limitare gli stravolgimenti sociali dovuti al modello imperante?

Ma quel che è importante da capire è che non esistono soluzioni individuali a problemi psicologici di natura sociale. Dobbiamo ritrovare quel senso di umanità, di comunità che abbiamo messo da parte e pretendere con tutte le nostre forze un’educazione rivolta a sensibilizzare gli individui su questi temi per tornare ad essere quelli che siamo sempre stati in natura.

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Vita di classe: cosa è cambiato?


Negli anni settanta la società era nettamente divisa in classi sociali. In linea di massima, a partire dal ceto medio fino ai livelli più elevati si aveva un’aspettativa di vita più lunga, meno malattie (sia di natura mentale che fisica), un’istruzione superiore, un reddito annuo maggiore, un livello di “felicità” più alto, meno divorzi e una vita sessuale più varia e ricca di fantasia (strano ma vero) rispetto ai ceti più bassi. Ma c’è di più. C’era un’ulteriore differenziazione nei comportamenti illegali. Coloro che appartenevano ai ceti più alti commettevano reati di natura finanziaria: evasione, truffa, frode, reati contro il patrimonio, appropriazione indebita di fondi e altre operazioni finanziare. I ceti più bassi commettevano di più reati che implicavano l’uso della violenza: furti e rapine al primo posto. Non vanno dimenticate le “discriminazioni giudiziarie di classe”: chi apparteneva a una bassa estrazione sociale faceva fatica a (o non poteva affatto) difendersi in un’aula di tribunale, mentre le classi più alte, che erano molto più in grado di assicurarsi un’assistenza legale più competente, non trovavano difficoltà.
Appartenere ai ceti più elevati significava quindi avere un futuro più roseo: maggiore istruzione, che consentiva loro di trovare un posto di lavoro ben retribuito, assistenza sanitaria di qualità, di conseguenza una vita più sana e più lunga. Ai ceti bassi invece era riservato un futuro tutt’altro che promettente, men che meno sano.

Secondo voi oggi è cambiato qualcosa? Se sì cosa? Sono state abbattute le disuguaglianze e le discriminazioni tanto promesse e sventolate in oltre quarant’anni di campagne elettorali? L’istruzione è ancora valida per garantirsi un futuro? (Questa potevo risparmiarmela)

In ultimo, una considerazione semantica sull’uso del termine “violenza” inerente ai comportamenti illegali:
trovo più violenti reati come l’evasione, la truffa, la frode fiscale, i reati contro il patrimonio, l’appropriazione indebita di fondi e altre operazioni finanziare rispetto a quelli commessi da chi viene “costretto” a commettere illegalità da un sistema sociale profondamente e volutamente discriminatorio. È certo che reati di natura finanziaria aumentano le disuguaglianze poiché privano la macchina sociale delle risorse necessarie per abbatterle, ovvero privano i cittadini meno abbienti dei diritti fondamentali che dovrebbero essere loro garantiti. Una vita dignitosa non è un comfort riservato ai più abbienti, ma un diritto che deve essere garantito a tutti, indiscriminatamente.

Il suicidio


Oggi, con la crisi che stiamo vivendo, i suicidi purtroppo sono all’ordine del giorno, e le cronache sono piene di storie di imprenditori, adolescenti, persone comuni che si tolgono la vita. Una società apatica come la nostra, che pone sempre in primo piano gli interessi economici, difficilmente riuscirà a farci riflettere sulle reali cause che spingono un individuo a commettere quel gesto, che ci viene raccontato metodologicamente come incomprensibile, attestando così la sua intima genesi. La semplicità e la superficialità con le quali viene correlato alla crisi economica attuale non basta a chiarirne l’origine, non basta a mettere a fuoco ciò che coviamo quando ci sentiamo abbandonati a noi stessi dallo Stato, dalla società; tutt’altro. I modelli di vita che ogni giorno ci vengono sbattuti in faccia, la mancanza di lavoro, i debiti, i salari al minimo storico, i legami che si consumano con la stessa velocità con cui cambiamo paio di scarpe; le cause sono tante, ma non è mai una da sola, singolarmente, a destabilizzare l’equilibrio interiore di un individuo; solo mettendole tutte insieme ci è possibile disegnare il profilo di una società, di una collettività che si sta disgregando sempre più velocemente. Possiamo provare così a comprendere come questo modello sociale stia portando allo stremo psicologico un’intera collettività.
In Tv, nei media in generale, si vanno a ricercare le cause nella vita intima dell’individuo, scavando nelle sue quotidianità, nel suo conto in banca, nei rapporti familiari, con gli amici, e quant’altro possa servire a tenere incollato un pubblico sempre più esortato a spiare la vita intima del prossimo, e sempre meno coinvolto e stimolato a ricercare le cause nell’insieme dei fattori. I media offrono uno spettacolo, di questo vivono, e più si offre uno spettacolo incentrato sulla sfera intima, più ci sentiamo attratti e stimolati a fare il confronto con la nostra. Così, ci troviamo a soffrire per un altro suicidio, ma con la quasi convinzione che la colpa appartiene all’esclusiva debolezza individuale, intima.
In questo spazio cercherò, attraverso Emilie Durkheim, di indicare al lettore un percorso che non termina certo con questo articolo, che non vuole in alcun modo essere conclusivo, tantomeno giudizioso, ma che vuole riflettere su alcuni aspetti e fatti che non possono e non devono essere dimenticati o messi in disparte, se si vogliono affrontare argomenti di tale rilevanza, che riguardano ognuno di noi, indistintamente.

Il primo in tutta la storia dell’umanità ad occuparsi del suicidio con una prospettiva sociologica documentandosi minuziosamente fu Emile Durkheim a fine ‘800.
Durkheim fu colui che non solo diede alla sociologia un’impronta decisiva, ma fu una figura di grande rilievo nella vita intellettuale e persino politica del suo tempo. Fu parte attiva nelle principali crisi politiche ed intellettuali della Francia della Terza Repubblica: un periodo molto travagliato per le politiche, che all’epoca avevano la connotazione di sinistra e destra e che rappresentavano rispettivamente la fede negli ideali della Rivoluzione (repubblicani, progressisti, anticlericali) e la resistenza ad essa dei conservatori. Durkheim si identificava tra le fila dei rivoluzionari. Il conflitto giunse al suo epilogo durante il celebre affare Dreyfus che divise la Francia in due fazioni opposte. Durkheim, che era ebreo, discendente di una lunga progenie di rabbini alsaziani, avvertì ancor più di altri questo conflitto, e quando la battaglia (che sancì la separazione tra la chiesa e lo stato nel 1905) vide trionfante la sinistra, divenne un personaggio importante negli ambienti politici oltre che in quelli accademici. Era convinto che la sociologia potesse dare un grande contributo all’educazione morale dei bambini in sostituzione della tradizionale istruzione religiosa. Così, grazie a lui la sociologia divenne in Francia una sorta di catechismo profano.
Il periodo in cui visse fu generalmente caratterizzato da disordini e squilibri, e le sue conoscenze pratiche e politiche furono rivolte ad affrontarli. Cercava l’ordine, e spese tutta la vita ponendo sempre di fronte a sé questa domanda: «come è possibile l’ordine sociale?». Nel cercare risposte Durkheim compie la sua prima opera: “La divisione del lavoro sociale”, in cui vi sostiene che “ogni umana società richiede solidarietà”, cioè che gli uomini abbiano la sensazione di appartenere a un qualcosa di comune. Senza entrare troppo nel merito, da un punto di vista storico egli distingueva (per delineare lo sviluppo della società moderna) in due parti il senso di solidarietà: meccanica (tipica delle società antiche) e organica (caratteristica delle società moderne). Facendo riferimento all’ultima, Durkheim considerava questo tipo di solidarietà molto più complessa della prima, in cui i legami consistevano in una complicata trama di relazioni contrattuali. Una società basata sulla solidarietà meccanica si fonda sulla fede e sul sentimento di amicizia, mentre quella organica sulla legge e la ragione. Fu Durkheim (attraverso un lungo percorso di studi e analisi riportati nel suo volumetto “Le regole del metodo sociologico”) che tentò di dimostrare che la società aveva una realtà sua propria, che non poteva essere ridotta a fatti psicologici, che la società era “una realtà sui generis”, ovvero che la società resiste ai nostri pensieri e alle nostre speranze, poiché ha un’oggettività che si può paragonare, fatte le debite proporzioni, all’oggettività della natura. Di li a poco riuscì ad evidenziare che la società, nel suo insieme combinava una “coscienza collettiva”, e si dedicò a studiare le cause sociali del suicidio. Nella sua opera “Il suicidio” fu particolarmente convincente nel dimostrare (avvalendosi di un gran numero di dati statistici) che le cause di quel gesto erano di natura sociale. Fino al quel momento infatti il suicidio appariva come uno degli atti più esclusivamente individuali di cui gli uomini sono capaci. Pertanto, dimostrò che quell’evento, fra i più individuali, si rivelò invece essere determinato da fattori collettivi. Ad esempio dimostrò che vi erano più casi di suicidio nelle città che nelle campagne, più tra i Protestanti che tra i Cattolici, più tra le donne divorziate e vedove che tra quelle sposate. In ciascun caso Durkheim sosteneva che la differenza andava spiegata tenendo conto della diversa influenza dei legami sociali o della “solidarietà sociale”. In sostanza, egli sosteneva che le cause andavano ricercate nel disordine o nella mancanza di norme, ovvero nella condizione (di individui o gruppi) nella quale vi è assenza di solidarietà sociale o di legami sociali. Nei suoi studi Durkheim riuscì a dimostrare con estrema evidenza che tale solidarietà è assolutamente necessaria per la vita e che esserne privati costituisce una condizione quasi insostenibile per un essere umano. In ultima analisi, dimostrò che in mancanza dei valori fondamentali a tenere unità una società, l’essere umano si rivelava essere drammaticamente fragile, e intimamente solo, poiché circondato da una società evidentemente sempre più in preda all’apatia.

Oggi più che mai i suicidi non possono essere considerati come fatti isolati, intimi, dovuti all’esclusiva debolezza individuale, e solo affrontando il problema alla radice ci è possibile comprenderne le cause. Una società consumistica come la nostra, dove tutti siamo esortati a consumare per mantenere il nostro status sociale, non può che essere destinata al fallimento. Tutto ciò che consumiamo è consumato, e per quanto si tenti di riciclarlo, una parte verrà comunque scartata. E l’abitudine a consumare qualunque cosa è entrata a far parte del nostro modo di relazionarci; i rapporti interpersonali poggiano su basi friabili, consumate anch’esse dall’ego generato dal desiderio di possedere tutto e tutti senza conservare niente. Proseguendo in questa direzione il futuro non è incerto: è chiaro, facilmente individuabile, inevitabile, e non può che essere uno solo. Il corso degli eventi sta già consumando la popolazione, e i suicidi sono un termometro più che valido per stabilire la temperatura di una società sempre più febbrile, malata. Possiamo cambiare, ma non possiamo nella stessa misura in cui non prendiamo coscienza della reale gravità della situazione sociale. E le speranze, più avanti andiamo, sembrano restringersi sempre di più. Quel che è certo, è che non possiamo più delegare, non possiamo più permetterci lasciare che le cose cambino da sole: dobbiamo darci una mano, cercare di essere più solidali, e comprendere che abitiamo tutti lo stesso mondo. Insieme.