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NO, NON STA ANDANDO TUTTO BENE


Conte e Fedez

A proposito di Fedez, Ferragni e Conte, quello che secondo me non si è capito bene è il fatto che se il governo di una nazione sente il bisogno di interpellare personaggi come loro per raccomandare l’utilizzo della mascherina ai giovani può solo significare che siamo messi veramente male.

Gesti come questo servono in realtà a dare autorevolezza sociale a questi personaggi che, onestamente, non servono assolutamente a niente: sono l’emblema dell’inutilità. Non ho niente contro di loro, ma oggettivamente sono un esempio suffragato dal nulla, e questo nulla sconfinato da quel preciso momento è stato formalmente legittimato (o consacrato) a radicarsi e diffondersi sostituendo di fatto la cultura tradizionale degli uomini. Adesso possiamo dire che, essendo stati questi signori chiamati a divulgare il rispetto di normative in piena pandemia mondiale, tutto il nulla assoluto che realizzeranno sembrerà ancora più colmo che in passato, data l’importanza conquistata.

Uno Stato che ufficialmente affida il compito di educare la popolazione al senso civico ad un influencer e ad un cantante significa che prende atto che la scuola e tutti gli strumenti di cui storicamente si serviva per diffondere informazioni ed educazione non servono più a nulla. Inutile cercare di rafforzarli investendo affinché ci sia maggiore auterovelozza ed efficacia comunicativa attraverso questi strumenti, no, si cavalca e anzi si ratifica questo modello culturale completamente inutile.

I nostri figli ambiscono a fare i cantanti, rincorrono i “mi piace” e desiderano followers per realizzare il sogno di diventare influencer. Mentre noi ci domandiamo che fine hanno fatto i valori, qualcuno al posto nostro orienta l’attenzione delle nuove generazioni verso un modello sociale che desidera se stesso così com’è, privo del senso di appartenenza ad un mondo che poteva avere le potenzialità per diventare migliore, non attraverso i followers ma attraverso la formazione, la cultura millenaria di un pensiero critico che ha creato capolavori che si stanno dissolvendo sulle note di un inno alla spettacolarizzazione del vuoto lasciato dalla mancanza di esperienza di un popolo ormai abbandonato a se stesso.

Fedez e Ferragni sono i nuovi divulgatori del senso civico, del senso di responsabilità, del senso si appartenenza. Prendiamo atto del fallimento non solo di uno Stato, ma di un intero modello sociale al quale non rimane altro che cercare ispirazione all’interno di un contesto degradato e degradante nel quale sta affogando.

Ed è esattamente quello che sta (stanno) facendo nell’affrontare una pandemia che sta mettendo in ginocchio il mondo intero. Anziché rafforzare il complesso di elementi indispensabili a mantenere in piedi l’organizzazione sociale, punta a disgregarla sempre più compiendo scelte completamente fuori da ogni logica. A più contagiati equivangono più morti, pertanto oltre alle misure precauzionali c’era solo da intervenire potenziando le uniche strutture indispensabili in casi come questo: sanità e istruzione. Nulla di tutto questo è stato rafforzato. Nemmeno in una piccola significatica parte. E neppure le misure precauzionali sono state accettate da buona parte della popolazione dal momento che ormai lo Stato ha perduto ogni forma di autorevolezza nei confronti di cittadini ormai esausti e abbandonati sul baratro. E l’unica domanda che riesce a porsi, in tutto questo delirante nulla, è “quali influencer potrei consultare per diffondere il senso civico?

No, non sta andando tutto bene.

Coronavirus: informare significa condizionare


La funzione dei Media tradizionali e moderni, è quella di informare. “Informare” non ha necessariamente l’accezione di buono, favorevole, utile, vantaggioso, ma anche i suoi contrari. E devo dire che oggettivamente siamo arrivati a livelli davvero angoscianti.

Tutto quello che sta accadendo attorno alla vicenda del Coronavirus conferma e rafforza ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che i social network hanno dato parola ad un esercito di ignoranti pronti a condividere la propria incapacità. Con le aggravanti, peculiari nell’ignoranza, della spontaneità e della istintività, che amplificano tutto in maniera smisurata.

Purtroppo l’unico virus letale in grado di uccidere milioni di persone nel più breve tempo possibile su questo pianeta si chiama proprio ignoranza.
Condividete, dicevano. La condivisione sarà la nostra salvezza, dicevano.

I Media hanno uno scopo… Non è certo mai stato quello di renderci migliori.

Fremiamo tutti quanti di conoscere, di sapere, di capire, però tutti condividiamo prima di conoscere, di sapere, di capire, e lo facciamo attraverso canali che per primi non conoscono, non sanno, non capiscono, e non hanno alun interesse a farlo, ma soprattutto noi non conosciamo.

Buona fortuna a tutti.

Il Fallimento


Il fallimento è quell’imposizione psicologica e materiale della società nella quale viviamo quando quest’ultima mette a disposizione modelli da seguire ma nessun mezzo e opportunità per raggiungerli. I “motivatori”, o “mental coach”, che spopolano in questi ultimi anni (e fanno un sacco di soldi) invece ti convincono che la colpa dei tuoi fallimenti è solo e sempre tua, che tutto dipende da te stesso, indipendentemente dalla società. Bene, provino a motivare chi ha una famiglia sulle spalle e che lavora 12 ore al giorno e non arriva comunque alla fine del mese perché sottopagato rispetto agli impegni economici che la società impone, magari riesce a trovare la forza per un secondo lavoro, magari a nero, magari da alcuni schiavisti come ce ne sono in ogni dove. Magari poi riesce ad arrivare alla fine del mese. Magari morto.

Matteo Salvini: l’alibi per il delitto perfetto della ragione, e il vero mendicante di questa società


Perché il consenso nei confronti di Salvini cresce? Perché nel Paese dove il tasso d’ignoranza cresce vertiginosamente uno così o lo ami o lo odi. Quello che dice risulta una manna dal cielo per chi (grazie a campagne mediatiche ad hoc) crede che tutti i mali derivino da immigrazione e Rom, mentre è oltremisura odioso per chi sa o anche solo percepisce che sono solo una caterva di falsità e cattiverie.
Salvini è utile al sistema corrotto italiano, un sistema che per poter mantenere indisturbato i suoi benefici e privilegi ha bisogno di indicare all’opinione pubblica un colpevole che non è certo quello vero – ovvero chi notoriamente occupa posizioni dominanti – ma chi è collocato in una posizione più debole, quindi più facile da colpire e, è il caso di dirlo, affondare: l’immigrato. Ed è utile anche all’Europa per lo stesso motivo. Lo possiamo registrare con l’ascesa di tutti i movimenti fascistoidi.

Salvini, lui stesso pedina del sistema, è necessario affinché il delitto della ragione sia perfetto. È l’alibi esemplare, ineccepibile.
Ma per essere sviluppato quest’alibi ha bisogno di mezzi potenti ed efficaci, quindi in soccorso alla sua concretizzazione ci deve essere un intermediario che incanali l’opinione pubblica su di esso. Rivolgere altrove le attenzioni della massa, anziché sul vero assassino, è la missione dei Media.
In Tv, com’è risaputo ai più, ci va chi incrementa i profitti alzando gli ascolti: quanto più alti sono gli ascolti, tanto più alto è il costo degli spazi pubblicitari. Il palinsesto televisivo italiano non mira a fare informazione di qualità (di spazzatura gronda), ma a fare profitto. Questo non va calcolato solamente per mezzo dei ricavi pubblicitari, ma soprattutto attraverso ciò che il sistema corruttivo ogni anno toglie alle casse dello Stato. Sappiamo come funziona il nostro Paese, delle mafie che lo occupano, e anche quanti sono i miliardi di euro che finiscono nelle loro casse. Ora, l’analisi da fare è molto semplice: s’invitano (negli infiniti e stantii Talk-Show) personaggi che risultano più telegenici, che bucano lo schermo, pertanto catturano l’attenzione dello spettatore; non ha importanza che si discuta dei contenuti, piuttosto incentrare tutto sulle abilità comunicative, che in un contesto dove il tasso d’ignoranza è l’unico ad avere il segno +, un Salvini qualunque pare dire delle verità assolute. Di contro, chi odia i Salvini resta comunque attaccato allo schermo un po’ per masochismo e un po’ per fare il tifo al suo antagonista (messo lì a tal proposito, non certo per la favola della par-condicio). Questo circuito, o recinto, o ring (o zoo), suscita non poche frustrazioni in entrambe le categorie di pubblico, che vedono darsi torto e ragione incessantemente. Accade allora che i più fragili intellettualmente si lascino convincere dalle presunte pressanti verosimiglianze, mendicate o estorte, oppure lascino stare convincendosi a non andare a votare. Ecco, a proposito di mendicanti nullafacenti, quelli veri sono i Salvini, non quelli che stanno per strada. Sono quelli come lui che mendicano da una vita occupando spazi, poltrone che eticamente non meritano. Sono quelli come lui i veri parassiti della società. Sono quelli come lui che lasciano la gente per strada. Sono quelli come lui che uccidono la ragione con una perfezione assoluta.

“SCOPRIRSI” NELL’ERA DEI SOCIAL


Svestirsi, vale a dire ciò che di più facile viene da fare nella società delle immagini, è un gesto che non confina esclusivamente nella fisicità, ma anche nella mentalità, nel modo in cui ci abituiamo ad esibire i nostri pensieri, i più e i meno intimi. Nell’era dei social infatti tale comportamento è ampiamente dimostrabile, praticato, e più o meno implicitamente riconosciuto e accettato dalla maggior parte di noi.
Mettere in piazza i propri pensieri equivale a spogliarsi.

Si è molto parlato del video/esperimento (poi emulato, riprodotto in serie ovunque nel mondo) nel quale si vede una ragazza vestita con un jeans e una maglietta neri che passeggia per le strade di New York ricevendo un centinaio fra commenti e complimenti da parte di uomini. Il video, chiaramente di stampo razzista, è un girato di 10 ore riassunte in nemmeno 2 minuti, nei quali si vedono soltanto uomini di origini africane rivolgere le loro attenzioni nei confronti della ragazza, come a voler indirettamente documentare che di questi bisogna diffidare, dal momento che di tale evidenza non si fa alcun cenno alla fine del video, che i media non hanno perso tempo a titolare “molestie subìte da”, come non si fa cenno della fine che hanno fatto le altre 9 ore 58 minuti. L’autore lascia quindi al pubblico, velatamente già consigliato durante la visione del video, il compito di aggiungere e fare la somma, sollevandosi così di ogni responsabilità. E il risultato è un susseguirsi di altri commenti, prolificati in seguito alla sua condivisone – in Rete come in Tv –, che in poco o nulla differenziano da quelli ricevuti dalla protagonista del video, mescolando così altra confusione a quella già presente.

Prendiamo come esempio Facebook, spazio più che appropriato per osservare il diffondersi di pensieri contrastanti, data l’infinita mole di immagini, video e pensieri che gli iscritti offrono alla platea.

Cattiveria, ignoranza e depravazione si possono trovare nei commenti sotto una foto innocua pubblicata sul proprio profilo, ma anche in quelli sotto un “pensiero” dato in pasto al pubblico. L’errore più comune che facciamo in certi casi sta nel non considerare che spesso giudichiamo chi ci giudica, entrando così in un circolo vizioso dal quale non se ne esce. Ci è difficile accettare osservazioni o critiche contrastanti con il nostro modo di vedere, fondamentalmente perché disorientati, oltre che condizionati, dagli altri inesauribili modi di vedere. Il selfie, ad esempio, entrato prepotentemente a far parte del nostro linguaggio espressivo ormai sempre più scarno, riprodotto in serie in maniera esasperata ed esasperante tanto da sentirsi a volte circondati dal nulla, è l’emblema di quel che siamo diventati e stiamo vivendo. Un comportamento che nel giro di un anno ci ha contagiati come fa un virus, grazie a quella gran cassa di risonanza che sono i media e i loro fruitori, per primi i personaggi celebri (o celebrati, personaggi politici inclusi), sempre pronti in prima linea quando si tratta di lanciare prodotti o modi di fare o di pensare, e che può trovare ragioni solo nella totale dipendenza alla quale siamo asserviti, nella stessa misura in cui un tossicodipendente è asservito alla sua droga.

Ed è così allora che i “mi piace” accrescono un’autostima fittizia, al contrario dei “mi piaccio”, che avvalorerebbero quella autentica. Quando infatti i “mi piace” non convalidano quella autentica, ecco che disimpariamo a conoscerci, ad ascoltare quel che di più intimo abbiamo nelle nostre profondità, a lasciarci soggiogare, poiché sempre più complessi da osteggiare, dai sempre più travolgenti condizionamenti provenienti dall’esterno. Se dalle contraddizioni siamo circondati, se viviamo in un mondo dove ogni elemento che lo compone trova il suo nemico pronto ad affermare una verità opposta altrettanto supportata, come uscirne? In mezzo al caos, di conseguenza, sempre più spesso preferiamo rinnegare, piuttosto che rivendicare con sensatezza; oppure l’esatto contrario: pretendiamo con un’esasperata irrazionalità d’aver ragioni. Vedi chi pubblica pensieri omofobi, razzisti, o foto nelle quali impugnano un’arma, e che solo dopo “si accorgono” d’esser stati vittima dell’impulso ritornando maldestramente sui loro passi. Ma c’è anche chi ovviamente reclama con vigore cadendo spesso nel ridicolo.

L’impulso a denudarsi, a render pubblica la nostra ricchezza intima, a confessarsi costantemente sul proprio profilo social o in quello altrui, rappresenta l’ostentazione frustrata del narcisismo. Preferiamo appunto i “mi piace” ai “mi piaccio”, e lasciamo che siano altri a dire “chi” e “come” dovremmo essere.
Non c’è dubbio: siamo tutti personaggi pubblici, nelle mani di un pubblico che ci conosce ancor meno di noi.
E’ vero, siamo liberi di tornare sui nostri passi quando sbagliamo. Ma qual è il metro di giudizio del quale ci serviamo per stabilirlo? E quanta libertà c’è in un comportamento che si avvicina sempre più a una catena di montaggio?

“Bisogna avere più cervello e meno cuore…”, perché siam bravi tutti a parole


Dicono che non siamo razzisti ma xenofobici, poiché la xenofobia è la paura dello straniero (quella che con tanta veemenza ci viene attribuita), mentre il razzismo si esprime con un sentimento di odio verso una determinata etnia. Pensandoci bene, però, cos’altro potrebbe mai essere, se non odio, quel sentimento che ci induce a pensare che i respingimenti in mare degli immigrati sono l’unica politica perseguibile? Abbiamo forse paura degli americani in vacanza? Dei turisti giapponesi o cinesi? I tedeschi non ci facevano paura quando in massa venivano in villeggiatura da noi, come pure i ricchi russi di oggi non ce ne fanno, eppure anch’essi sono stranieri. Non sarà che discriminiamo solo chi non ha denari da spendere? Non proviamo forse odio verso coloro che “invadono” il nostro territorio privandoci delle risorse? Siamo disposti a lasciarli egoisticamente al loro destino certo di morte e violenze, e non vogliamo ammettere che si tratti di odio? Siamo certi non si tratti di una grande ipocrisia?

La xenofobia è come l’aracnofobia o la musofobia (la paura dei topi) e, come tutte le “fobie” conosciute fino ad oggi, che possono manifestarsi più o meno acutamente, esprimono repulsioni perlopiù ingiustificate verso qualcosa o qualcuno: proviamo a mettere un ragno davanti agli occhi di un aracnofobico e osserviamone le reazioni. Se andiamo in un ristorante costoso e ci mettiamo accanto al tavolo dove è seduto un africano pieno di soldi vestito in giacca e cravatta, viene mica da pensare di scacciarlo via? Eppure è uno straniero, e uno straniero con i soldi non è pur sempre uno straniero? E i ragni di qualunque specie non sono pur sempre ragni? Si penserà allora che non si tratta nemmeno di razzismo, ma non è proprio così. Anche razzisticamente, paradossalmente, facciamo discriminazioni. Negli ambienti comuni non conta più il colore della pelle o la provenienza etnica di taluni ma quello dei fogli di carta dentro i loro portafogli. Il razzismo oggi è andato oltre la razza e la xenofobia è andata oltre lo straniero: sono entrambi sentimenti liquidi (che si conformano in base alle circostanze) che trovano sempre più motivazioni nei conti in banca. Le razze sono due e sono valutate distintamente in base alle disposizioni economiche di ognuno, così il povero viene implicitamente sistemato all’interno della “razza inferiore” o marginale, mentre il ricco in quella “superiore” o centrale. Tuttavia a un bambino povero italiano concediamo più volentieri il diritto di vivere rispetto a un bambino straniero nelle stesse condizioni: “prima vengono i nostri bambini” è il mantra in voga negli ultimi anni. Se non ci importa della sofferenza di un povero bambino straniero, come ci potremmo definire? Non sono tutti uguali i bambini? Ci dichiariamo contro la vivisezione, gli stupri, la pedofilia, gli omicidi, i femminicidi, i genocidi, ma siamo pronti a girarci dall’altra parte davanti alla prova dei fatti. Ciò dimostra chiaramente il clima di contraddizioni nel quale siamo caduti, e quanto bravi sappiamo essere a parole.

Ci troviamo così difronte a un modo inconsueto di considerare il prossimo. L’aumento delle discriminazioni ha fatto sì che questo genere di valutazioni immotivate prendessero il sopravvento, al punto che il carattere umano di ciascuno venisse oscurato prima dalla provenienza etnica, poi dalle apparenze e infine dalle sole possibilità economiche. È un pensiero sempre più comune, infatti, ritenere capaci e degne solo le persone che dimostrano di possedere la volontà di arricchirsi e avere successo all’interno della società.

Siamo dunque tutti un po’ xenofobi, un po’ razzisti, un po’ egoisti, ma soprattuto nazionalisti e disumani, però nessuno sa più come autodefinirsi, perciò devono suggerircelo: da soli non ne siamo più capaci.

Dopo le recenti elezioni europee, uno dei messaggi più chiari che il popolo ha espresso è stato quello di voler chiudere le frontiere. Dopo anni che i mezzi di comunicazione di massa presentano all’opinione pubblica rivolte, violenze, attentati, massacri, che avvengono nei paesi più poveri descrivendoli implicitamente come gli effetti provocati da popoli e culture inferiori alla nostra, incapaci di farsi governare, adatti solo a parassitare d’elemosina — essendo esseri intellettualmente inetti —, dediti alla sottomissione e all’annullamento del sesso femminile, abituati a vivere dentro baracche igienicamente lontane millenni dalle nostre moderne case con giardino e sanitari, a non lavarsi e a non cospargersi di creme di bellezza, a mangiare con le mani sporche di terra… quella terra che esiste sempre meno nell’immaginario collettivo del popolo europeo… dicevo, dopo anni di oppressione attuata dalla propaganda di regime, siamo finalmente pronti a scegliere di essere ciò che ci è stato viscidamente imposto.

Parliamo del limbo in cui è caduta la coscienza rispetto a fatti avvenuti negli anni delle Guerre, del fascismo, durante i quali fu messa in atto una delle oppressioni più violente che l’umanità abbia mai conosciuto, e che dovremmo aver desiderio di ricordare proprio per non dimenticare le atroci sofferenze che le generazioni passate furono costrette a subire affinché non si ripetano. Tuttavia, ricordare un’evento è oggi una pratica buona solo a scrollarci di dosso la responsabilità che abbiamo proprio per evitare che simili disumanità ricompaiano sulla scena della civiltà: ricordiamo limitatamente, in maniera contenuta, circoscritta, in un determinato giorno dell’anno, fatti e avvenimenti che invece meriterebbero di essere affrontati facendo lo sforzo di immergerci “empaticamente” nel clima sociale di quegli anni.

Oggi molti hanno dubbi (molti altri non sanno nemmeno di cosa stia parlando), ad esempio, sulla responsabilità diretta dell’Italia e di Mussolini nell’esplosione della Seconda Guerra mondiale che, ricordiamolo, fu dichiarata di comune accordo dal governo fascista e da quello nazista tedesco. Furono oltre 56 milioni i morti su tutto il pianeta, e in gran parte civili, ma i civili non erano solo tra i morti, poiché molti altri sostennero la dittatura, come quelli che riempivano le piazze italiane per esprimere amore e sostegno al Duce. E i dubbi sono proprio figli di coloro che hanno fatto di tutto per mantenere vivo il ricordo di un fascismo “utile ed efficiente”, omettendo, naturalmente, o arrivando perfino a giustificare, tutte le nefandezze di cui si è macchiato. Forse questo lo abbiamo dimenticato, e forse proprio perché nessuno lo ricorda mai abbastanza, quasi a voler nascondere l’errore per sottrarsi dall’impegno quotidiano dell’ammenda, che interessa ognuno di noi, nessuno escluso. E abbiamo dimenticato anche quanti furono gli italiani fuggiti all’estero durante il periodo nazifascista. Consideriamo solo che dopo la Liberazione rientrarono nelle case, 20 mesi più tardi, i 200.000 partigiani e i circa 500.000 italiani nascosti o fuggiti all’estero nonché i 1.360.000 prigionieri sparsi in tutto il mondo, senza contare quelli che sono rimasti e mai più tornati, fondando e radicando comunità in ogni angolo di esso. Come poteva essere la vita in un paese in quelle condizioni?

Emerge così il problema dell’informazione. Abbiamo, in Italia, ma non solo, dei poteri che controllano i media e tutto quello che ci passa dentro, che sono arrivati a sconvolgere la realtà e la storia con una efficacia pari solo al periodo propagandistico nazifascista. Alcuni di questi sono così spudorati da essere capaci perfino di spacciarsi come le vittime delle campagne mediatiche. Abbiamo giornali, televisioni, convegni, che diffondono in abbondanza la propaganda egemone-nazionalista, riuscendo a offuscare valori e ricordi che piuttosto andrebbero custoditi con cura e rispetto. Il risultato è che si è delineato un vero e proprio odio nei confronti di chi chiede aiuto, non solo verso lo straniero: odiamo “la razza inferiore in difficoltà” poiché la consideriamo un’ostacolo per il nostro benessere. Siamo xenofobici, dicono, ma la verità è che si tratta di un po’ di tutto: razzismo, xenofobia, nazionalismo, disumanità.

Sorprendono, per esempio, le enormi contraddizioni che emergono fra tutti coloro che si dichiarano solidali, e che ritengono personaggi come Grandhi, Papa Francesco, Madre Teresa di Calcutta, modelli di umanità da seguire e emulare, quando invece alla prova dei fatti viene a galla quel che in realtà sono diventati: dei perfetti egoisti amanti delle belle frasi ad effetto. È diffuso infatti il sentimento patriottico che sembra non avere più attenzione per gli altri, giacché tantomeno ne riceve. Un sentimento che raggiunge connotazioni di vero entusiasmo e sentita passione in ormai troppi casi. Un protagonismo egemone entrato di soppiatto nella nostra cultura, insinuandosi nelle nostre menti come i più “ingegnosi” e potenti virus informatici fanno con i cervelli elettronici. Quelli più esposti sono difatti coloro che guardano e sperimentano la vita attraverso uno schermo qualsiasi, ovvero prevalentemente i giovani, schermo-dotati ormai fin dalla nascita. È stato ed è, quello della gioventù, un mondo percorso attraverso evoluzioni mediatiche sempre più presenti ed efficaci e viceversa.

Continua…

L’esperienza simbolica dell’assenza


Ognuno di noi nella vita si batte per qualcosa. C’è chi si batte per un sogno, chi per un parcheggio, chi per un viaggio, chi per un cellulare, chi per un concorrente del Grande Fratello, chi per un’ideale politico, chi per mantenere vivo un ricordo, chi per un’ambizione, chi per una speranza, chi per un illusione e chi per illudere; chi per un amico, chi per una risposta, chi per sembrare… chi per essere e chi per distinguersi; chi per una relazione, chi per migliorarsi, chi per migliorare e chi per essere migliore d’altri… Chi per avere un’altra occasione e chi per offrirla, chi per coloro che soffrono e chi per non soffrire più. C’è chi si batte per mantenere viva la propria dignità, chi per mentire e chi per scoprire una menzogna, chi per affermare una verità, chi per nasconderla… e chi per difendere una verità altrui; chi per lasciare una traccia di sé, chi per vincere una partita, chi per farla perdere e chi per giocarla e basta… Chi per vivere e chi per aiutare a vivere. Lottiamo, contro un abbandono o un’unione, contro il silenzio o il frastuono, contro l’incoscienza, l’insensibilità, contro l’ignoranza, l’arroganza, e contro la ragione… contro il razzismo, contro la morte, contro l’inganno, contro l’oblio, l’assenza, contro un’ingiustizia… Ma una cosa è indiscussa: anche se a tutti sembra di lottare per un principio di sopravvivenza in realtà molto spesso ci battiamo, più e meno consapevolmente, o più o meno eteronomamente, per l’esatto contrario.

Non è solo l’“essere umani” che ci fa vivere nella paradossalità dell’essere “assoggettati a”, anziché “soggetti autonomi” che vivono affermando la propria individualità.

Accumuliamo, aggiungiamo, rilanciamo… abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza. Oggi non siamo più capaci di affrontare l’esperienza simbolica dell’assenza, e siamo immersi nell’illusione inversa, disincantata, che è quella della moltiplicazione degli schermi, delle immagini e delle “verità”. Oggi siamo più la derivazione di un’idea, il prodotto di un’idea consigliata, stimolata, persuasa, che non l’idea stessa formata, matura, compiuta, costituita, conosciuta e compresa autonomamente. Immersi come siamo nelle illusioni di queste realtà, dove la “comunicazione schermata”, sintetica (polisemicamente), temporanea, passeggera, prevale su quella permanente, duratura, lenta, che solca e affonda nella superficie, chi ha più forza di comunicazione ha più possibilità di vincere, di esistere e imporsi. Ma è diventata una battaglia per affermare la sopravvivenza di qualcosa o qualcuno che neppure riusciamo più a focalizzare, a ricordare… in mezzo a questa babele prescritta.

Per cosa, o per chi, lottiamo? Sono sicuro che ognuno di noi ha già la risposta pronta, lì, che aspetta solo che qualcuno la reclami. Pronta all’uso. O usa e getta.

Perché oggi critichiamo tutto?


Non è vero. Anche in passato criticavamo tutto, o almeno quello di cui venivamo a conoscenza, ma è solo di recente che i media si sono accorti che anche il popolo ha dei gusti (criticabili, ovviamente), e “pensa” e si “esprime”.
Partiamo da un fatto incontrovertibile: i mass media hanno da sempre presentato un pensiero a senso unico, unilaterale: io parlo, tu ascolti. Non c’erano alternative e nessuna diretta interazione. Dagli esordi delle comunicazioni di massa si è sempre inscenato uno spettacolo basandolo su questo principio, e con l’avvento della radio prima e della televisione poi, è stato introdotto negli anni in tutte le case, in tutte le famiglie, trasformando tale “canone di unilateralità” in atto routinario culturale, che antropologicamente è sempre appartenuto alle rappresentazioni teatrali. Un altro fatto incontrovertibile è appunto che le maschere, gli attori, che presentavano uno spettacolo al pubblico, da quest’ultimo ispiravano le loro narrazioni, dalla plebe e dai nobili, dalle sfumature dell’uomo, dai suoi intimi difetti o capricci o debolezze, con tutte le contraddizioni culturali del caso. E la caricatura dei difetti dell’uomo era appunto ciò che più attirava (e attira) il pubblico. Ma lo spettacolo, la comunicazione e l’informazione di massa poi, sono sempre stati omologati come “rappresentazione unilaterale“.

Negli ultimi decenni, spettacolo e informazione di massa si sono amalgamati sempre più, andando oltre, nella ricerca esasperata delle più intime sfaccettature dell’uomo, per tenere incollata l’attenzione su se stesso che non sulle radici delle sue drammaticità e inefficienze. In passato il dramma raccontava una storia che aveva una logica narrativa, un messaggio ben preciso, oggi ci troviamo invece di fronte a una rappresentazione esasperata delle contraddizioni umani che non raccontano più una storia, ma un susseguirsi di fatti che non hanno alcuna connessione fra loro, se non la loro stessa contraddizione: non esiste più un percorso definito e definibile, ma tanti sentieri senza indicazioni che formano un labirinto privo di di entrata e vie d’uscita. Tali irrazionalità, divenute oltremisura caricaturali, imbarazzanti, avevano (ed hanno) come unico scopo quello di aumentare i “dati di ascolto” per incrementare i profitti economici derivanti dagli sponsor, dai produttori che investono parte del loro capitale per vendere i loro prodotti. Tutta la comunicazione vive grazie a questi investimenti.

Ogni notizia o spettacolo infatti enfatizza aspramente i lati oscuri e bizzarri dell’uomo che non i suoi aspetti positivi, che invece non riuscirebbero a suscitare la stessa attenzione con altrettanta efficacia, ad eccezione di alcuni casi che, comunque, non incidono sulla regola dominante. L’entrata in scena dei “reality” sono infatti l’emblema e il culmine di quest’abitudine. Lo “spettacolo da buco della serratura” è oggi l’elemento predominante nella comunicazione.

Raccontare le intimità della gente è come circondare scenografia e attori di specchi: è una debolezza umana, ed è normale che allo spettatore venga il desiderio di specchiarsi, di immedesimarsi, di immaginare cosa farebbe “al posto degli altri“. Il narcisismo, come la curiosità, sono elementi che hanno da sempre prevalso negli esseri umani e che lo hanno contraddistinto da qualunque altra forma di vita.

Fatto sta che negli anni la comunicazione si è avviluppata sempre più in se stessa, alla ricerca del profitto anziché del messaggio. Possiamo parlare di un’evoluzione involutiva: ossimoro che rispecchia bene le contraddizioni della comunicazione.
Noi, gli spettatori, come da prassi, abbiamo assistito passivamente a questo processo involutivo, e in un certo qualmodo ancora lo subiamo.

Diciamo pure che se la sono cantata e suonata da soli per anni.

Oggi, però, con l’avvento delle nuove tecnologie, i social network, il digital sharing, si è data voce a tutti, e i media, che per loro natura devono fare spettacolo, trovano nella voce e nelle espressioni del popolo un’inesauribile fonte di materiale da spettacolo, perciò non esiste più un minimo di ragionevolezza nell’informazione.

Per vendere un prodotto – una notizia, un programma, un talk-show, una personalità – si deve colpire l’attenzione del consumatore/spettatore, e non importa quanto quel prodotto sia di qualità o quale contenuto nasconda al suo interno, ciò che conta è la capacità di attirare attenzione su di sé. È un principio fondamentale del marketing, che se non utilizzato complica e riduce l’aspettativa di vita sul mercato del prodotto. Ed è proprio questa concorrenza sfrenata, priva di un fondamento logico narrativo, a rincorrere se stessa senza trovare misura o buon senso.

Il pensiero critico è innato nell’essere umano, non deriva dall’esperienza ma anzi la precede, altrimenti oggi non saremmo qui. Ma quello che non si è capito, o si fa finta di non capire, è che oggi tutto è divenuto pubblico: il pubblico (lo spettatore) è di dominio pubblico. E in questo circolo vizioso, più o meno consapevolmente ci stiamo affogando tutti, informazione compresa, che per prima non riesce a cogliere il senso del profondo cambiamento che è avvenuto nella cultura sociale.

Non esiste, e non può esistere un unico pensiero, e pretendere di spigare questo fenomeno criticando la critica, è davvero paradossale. Ma è ciò che sta avvenendo.

È emblematico, ma solo perché attuale, il caso de “La grande bellezza“, dove leggo di giornalisti che si lamentano del fatto che una parte di italiani o intellettuali critichino l’Oscar assegnatogli, autoinnalzandosi a supercritici inconsapevoli e spesso anche arroganti. Questo è un chiaro esempio di nostalgia del “pensiero unilaterale“. Come si può pretendere che a tutti, tutti, possa piacere qualcosa, qualunque cosa essa sia, alla stessa maniera e con la stessa passione? Allora la “Merda d’artista” di Manzoni, secondo i super critici, dovrebbe piacere oggettivamente a tutti? Oppure oggettivamente non dovrebbe piacere? Per fortuna esiste la relatività, la soggettività, l’individualità. La qualità è quella cosa che sta tra il soggetto e l’oggetto: non si può pretendere di oggettivarla a priori anteponendo i propri gusti come modello universale. È sciocco.

Giornalisti, opinionisti e commentatori che si vantano di essere più intelligenti di altri per il semplice fatto che loro, a differenza di “quegli altri” che non capiscono nulla di cinema (nel caso specifico) e quindi non meritano di esprimersi, certe cose invece le capiscono. Ecco, io vorrei far notare a tutti, tutti, che “il mondo è bello perché vario“, ricco di sfumature, odori, pensieri, culture. Pensa un po’ che noia fossimo tutti uguali.

Un altro esempio di esasperazione è un caso che mi è capitato di vedere sulla Tv pubblica di recente:
Una tizia, sconosciuta alle masse scrive un post sul suo profilo Facebook nel quale esprimeva tutta la sua disapprovazione riguardo a un cambiamento apportato nelle scuole del comune di Milano. Il cambiamento riguardava il riconoscimento delle coppie conviventi dello stesso sesso con figli. Con tale riconoscimento il comune ha deciso di cambiare la voce “Firma dei genitori o di chi ne fa le veci” con “Genitore 1” e “Genitore 2“. Al di là delle considerazioni, che non voglio discutere qui, i media hanno ripreso quel post e ci hanno costruito una puntata sopra dove gli ospiti invitati erano uno psichiatra, un transessuale, una scrittrice e la tizia che aveva scritto il post incriminato. Lo psichiatra, con un evidente spilla a forma di crocifisso attaccata sulla giacca, era contrario alla modifica, e lo esprimeva con rabbia e disgusto. Nella discussione è venuto fuori che lui non ha mai avuto il padre, che è cresciuto con la zia e la mamma, e quando una di loro doveva firmare qualcosa per la scuola non si è mai sentito in imbarazzo per la sua situazione: «Non è una scritta su un foglio che può cancellare l’amore in famiglia». Salvo poi inveire sul fatto che la scritta “Genitore 1” e “Genitore 2” erano quanto di peggio si potesse fare poiché destabilizzano profondamente la psicologia del bambino, che per natura ha un padre e una madre. È evidente la confusione. La tizia che aveva scritto il post non è riuscita a dire mezza parola, la transessuale veniva schiacciata dalle urla dello psichiatra, così come la scrittrice. Risultato: un programma di intrattenimento senza storia né logica, né messaggio. Poi è arrivata la pubblicità.
L’unico elemento certo è che la puntata è stata “organizzata” prendendo come spunto la “critica” di una tizia sconosciuta postata su un social. Ma questo è solo un caso su tanti.

Come sappiamo, grazie alla rete, ai social, al digital sharing, ognuno ha la possibilità di esprimere le proprie idee. È una grande libertà. Ma anche una colpa, un demerito della società, perché nella stessa misura in cui è concessa “libertà” di pensiero, ci è dato il suo opposto: ci incateniamo ad esso e pretendiamo di imporlo con ogni mezzo, perché “noi abbiamo ragione, e la pretendiamo“. Infatti è difficile affrontare una conversazione senza cadere in una discussione litigiosa, spesso fatta di colpi di link. Critichiamo, ma difficilmente accettiamo le critiche.

Assorbiamo tutto e il contrario di tutto, e tutto e il contrario di tutto viene amplificato e rilanciato dai media all’ennesima potenza, fino a generare una concatenazione di eventi che non seguono alcuna logica, ma solo la “notizia” più eclatante, adatta a tenere incollata l’attenzione di un pubblico.

Di fatto, i nostri Tg sono pieni di “social”, di commenti, di email, di video, post, e molti programmi televisivi sono ideati sulla base dei “presunti” gusti del pubblico espressi attraverso i social: pensiamo solo ai “mi piace”. In questa forma esasperante di “assecondare” i gusti del pubblico, mettendo in scena lo spettacolo del “tutto e il contrario di tutto“, chi ne soffre di più, alla fine, è proprio il pubblico, la capacità cognitiva degli individui che lo compongono, il loro senso individuale di percepire il mondo intorno sé, e quindi anche le informazioni che continuamente gli arrivano dai media. E più il pubblico viene portato all’esasperazione, più esasperatamente si cerca di inseguirlo. I media generalmente stavano davanti e il pubblico dietro: oggi il pubblico sta davanti, confuso dai media, e media stanno dietro, confusi dal pubblico che tentano con ogni mezzo di “accontentare“, e lo spettacolo che mettono in scena, esasperatamente confuso, viene riposto davanti al pubblico. È una catena di Sant’Antonio.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Per concludere, la confusione è data dal privato che è divenuto di pubblico dominio, che prima dell’avvento dei social era pressoché privato. La comunicazione non riesce a cogliere e a razionalizzare questo cambiamento, e più di tutto non riesce a contenere il disprezzo che prova nei confronti della critica che, come abbiamo visto, fino a pochi anni fa rimaneva dentro le quattro mura di casa, o al bar, o nei teatri, o nelle piazze. Si cerca di accontentare tutti, ma quel che nessuno comprende o fa finta di non comprendere, è che si ottiene l’effetto opposto.

Non è un caso che il mondo dell’informazione sia dominato dall’ignoranza.