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I guru del sorriso


Vorrei far notare a tutti gli pseudo guru del sorriso e della felicità, secondo i quali per vivere bene bisogna circondarsi di persone positive ed allontanare quelle negative, che le persone più manipolabili di questo mondo siete proprio voi, perciò non potreste avere al vostro seguito altri che persone con un carattere altrettanto debole e fragile.

Ve ne andate in giro tappandovi orecchie e occhi, facendo finta che il male nel mondo e quel che produce non esista, perché secondo voi affrontarlo faccia a faccia significherebbe condizionare e rallentare la vostra corsa verso il successo personale.

Insomma, per avere successo (ma poi che significa per voi avere successo?) avete bisogno di fingere che vada tutto bene, di stampare sorrisi da pubblicare ogni giorno sui vostri social, corredati da didascalie anatomiche tipo “ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio ma solo dodici per sorridere”. Che poi se andiamo a vedere tra le due quella più utile è la prima. Ma lasciamo perdere.

Ecco, fossi in voi invece smetterei di ridere. Smettetela di dare consigli su come vivere e iniziate a mostrarvi veramente per quello che siete: tristi, problematici, frustrati, in cerca di qualcosa e di qualcuno che vi faccia sentire vivi, diversi, che vi consideri, proprio come la vita non sta facendo nei vostri confronti. E non dite che non è vero, perché siete i primi a perdere la ragione e la calma appena qualcuno non vi asseconda, come si dovrebbe fare appunto con i pazzi. Non siete (e nemmeno lo diventate) automaticamente felici solo perché vi fate una foto mentre sorridete.

Se siete tristi, infelici e vi sentite irrealizzati non è colpa degli altri, e nemmeno vostra, e solo quando capirete il vero motivo scoprirete finalmente che la vita, nonostante tutto il male che produce, è bella perché è varia, e che nelle sue varietà purtroppo si cela anche il male, che non va nascosto sotto il tappeto, ma affrontato e compreso. E se avete paura che questo vi condizioni negativamente, beh, fatevi due domande.

Sorridete di meno, leggete di più. La cultura è l’unica vera strada in grado di condurvi verso la quiete interiore.

Il Fallimento


Il fallimento è quell’imposizione psicologica e materiale della società nella quale viviamo quando quest’ultima mette a disposizione modelli da seguire ma nessun mezzo e opportunità per raggiungerli. I “motivatori”, o “mental coach”, che spopolano in questi ultimi anni (e fanno un sacco di soldi) invece ti convincono che la colpa dei tuoi fallimenti è solo e sempre tua, che tutto dipende da te stesso, indipendentemente dalla società. Bene, provino a motivare chi ha una famiglia sulle spalle e che lavora 12 ore al giorno e non arriva comunque alla fine del mese perché sottopagato rispetto agli impegni economici che la società impone, magari riesce a trovare la forza per un secondo lavoro, magari a nero, magari da alcuni schiavisti come ce ne sono in ogni dove. Magari poi riesce ad arrivare alla fine del mese. Magari morto.

In fondo che ci frega? A Natale siamo tutti più buoni


L’amore, che è l’unico antidoto contro il narcisismo, il primo a lanciare allarmi quando c’è da demolire la falsità delle pretese alle quali cerchiamo di tenere aggrappata la nostra autostima, oggi impallidisce davanti all’esuberanza e all’eccitazione, ma anche all’ansia, spesso all’angoscia e alle frustrazioni che scaturiscono da un senso di inadeguatezza sempre più marcato, nei confronti di emozioni e impulsi primordiali sempre più indecifrabili, ma obbligati a manifestarsi a comando poiché fissati sul calendario. Ed è così che, in questo enorme vortice di partecipazioni prescritte, capita che si avverta il bisogno di raccogliere le idee per dar vita all’indignazione. E’ da quest’ultima che emerge la necessità di adoperarsi per dare (anzi ridare) “un senso al senso”.

L’amore appunto, declassato a sottoprodotto di quel che erano nostri più intimi e antichi sentimenti, è impiegato oggi come un’efficace espediente per commercializzare quella che somiglia sempre più a una fiera delle ostentazioni. Il boom elettronico, i favolosi profitti ammassati dalla vendita di strumenti capaci di obbedire a qualsivoglia volontà del padrone, offre un vasto assortimento dal quale attingere l’esperienza della meraviglia. E non ha rilevanza alcuna che sia essa artificiosa o autentica, simulata o sincera, purché sia in grado di accomunarci tutti, di regalarci quel senso di appartenenza cui tanto aspiriamo, più o meno dichiaratamente, più e meno consapevolmente. Perché è dalla solitudine prodotta dai nostri schermi portatili che nasce il nostro senso di aggregazione, non più, quindi, dalla solitudine esistenziale di natura amletica, o filosofica che dir si voglia. Non desideriamo avere dubbi: desideriamo e basta, e lo facciamo per decreto. Non ci interessa imparare ad amare, tanto meno porci domande: ci interessa l’esibizione dell’amore, affinché altri possano riconoscersi e riconoscerci, affinché noi ci riconosciamo in quella degli altri. Ma un senso di appartenenza filtrato, e in aggiunta provocato per decreto, potrà mai renderci consapevoli d’essere “qualcuno” e di far parte, di conseguenza, di “qualcun altro”? Se tutto muove e scivola sulla superficie ornamentale dell’esistenza, se rifiutiamo la comprensione, la consapevolezza e soprattutto l’esperienza, allora rifiutiamo l’amore.

Perché l’esibizione dell’amore, la costrizione a cui siamo implicitamente chiamati ad ubbidire per ragioni programmatiche e come già detto per supplire, o peggio ancora surrogare, a quel che è rimasto del nostro senso di appartenenza, è un’ostentazione fine a se stessa, che dietro al buonismo sentimentale di facciata nasconde in realtà inquietudini come agonismo, emulazione, insoddisfazioni, incomprensioni… che ci è permesso di lavar via in un determinato momento fissato sul calendario, compiendo determinati gesti fissati sugli schermi, dai quali sfilano infinite immagini che richiamano (si voglia o no, o lo si creda o meno) la nostra attenzione convincendoci ad entrare a far parte di “qualcuno filtrato”, e attraverso i quali facciamo gran parte delle esperienze della vita, e dunque dell’amore. Ora, è vero che il mondo è un mondo spietato, che sfrutta, inganna e mente, e che noi siamo la massima espressione di quest’inganno, di cui a volte ci adoperiamo per conoscere le cause, non per farvi fronte e ritrovare la verità dei nostri sogni, della nostra vita, del nostro senso di appartenenza… dell’amore; ma per adattarci e ingannare, e ingannarci, a nostra volta, perché in fondo che ci frega? A Natale siamo tutti più buoni.

Homo “haud” Sapiens


In un mondo dove nessuno sa né leggere né scrivere ad andare avanti sono gli sciacalli con la convinzione che l’esistenza consista nel depredare le risorse del prossimo così da assicurarsi la propria sopravvivenza. Del resto come dar loro torto se in effetti le sole alternative che gli vengono presentate sono la disfatta, il fallimento, l’umiliazione, la distruzione, l’abbandono, e l’insuccesso inteso esclusivamente come sconfitta personale, individuale anziché collettiva, sociale, comunitaria. Una società che vive nella menzogna di poter riuscire a fare tutto solo grazie all’istinto e alle presunte capacità di sopravvivenza individuali, escludendo un fatto ineludibile, la “con-vivenza”, non può essere consapevole di star scavando la propria fossa. L’uomo non vive di sola caccia e conquista. È un essere sociale con anche il bisogno di crescere intellettualmente, culturalmente, eticamente; elementi grazie ai quali ha realizzato opere senza tempo che hanno determinato la sua evoluzione, ma che a causa della loro progressiva e inesorabile deriva vengono abbandonate al degrado generato dall’ignoranza in attesa che facciano il loro tempo.
Una società resa ignorante non potrà mai riuscire ad apprezzare quel che ha, poiché non è consapevole di averlo.

Umberto Eco e gli imbecilli? Ha ragione Eco: siamo imbecilli


La tecnologia raggiungerà il suo pieno senso solo il giorno in cui non verrà più utilizzata dagli uomini per sostituire se stessi esclusivamente per diminuire i costi di produzione e ipnotizzare masse sempre più ampie con tecniche sempre più efficaci. Nel frattempo, prima che tutto ciò accada, lasciatemi dire che in larga parte Umberto Eco ha ragione.
Magari serve dirlo, affinché si raggiungano scopi diversi da quelli in corso d’opera. A questo ritmo nel 2050 (ma stime dicono molto prima) per sopperire alla produzione mondiale sarà necessaria solo il 20% della forza attualmente al lavoro. E non ci sono per il momento prove a dimostrare che il resto troverà occupazione in campo tecnologico. Gli uomini non sono tutti scienziati. Ci sono i contadini e gli artigiani per vocazione ancestrale. E i segnali dicono che questi sono schiacciati o, nel “migliore” dei casi, assorbiti dalla grossa produzione e distribuzione. Costringere l’umanità verso un percorso di esclusione non è il miglior approccio alla tecnologia. Eppure questo è quel che accade oggi. Lo stato occupazionale è diminuito in tutto il mondo, insieme ai salari, ai diritti e alle condizioni sociali, esclusi i paesi in via di sviluppo, che in ogni caso presto si ritroveranno nelle stesse condizioni. E a quel punto non ci saranno più terre da sfruttare, e il sud del mondo sarà soltanto un deserto arido bruciato da guerre combattute con i droni in nome dello sviluppo tecnologico imperante. Magari con qualche oasi “felice” qua e là.
La tecnologia, la tecnocrazia, il mondo congetturato unicamente alla tecnica esclude l’altra parte di mondo che non vuole esser concepita così, che vuole invece preservare migliaia di anni di storia dell’umanità, cancellata rapidamente e comodamente premendo bottoni. Il tecnicismo, questa rincorsa alla perfezione non porterà mai l’umanità a raggiungerla, poiché la perfezione non è una caratteristica costante di essa. Ogni individuo è unico per definizione e difetto; tralasciare questo aspetto significherebbe trascendere l’umanità degli uomini per far posto unicamente all’aspetto meccanico. È un’idiozia pensare di poter oltrepassare la natura umana, e questo squilibrio, che noi tutti possiamo osservare, provoca inevitabilmente conflitti con la coscienza, che pur cercando un dialogo con il calcolatore, evidentemente per il momento a soccombere è proprio lei.
Rivoluzionare la concezione del mondo attuale, ovvero far sì che all’uomo, pur lavorando di meno, sia assicurata una vita dignitosa, sarebbe un grande passo verso il futuro. Ma per adesso quel che possiamo attestare è essenzialmente un fatto: l’uomo non ha ancora imparato a convivere con se stesso. Al contrario, ha imparato a sfruttare la propria conoscenza per espandere e amplificare i margini di conquista attraverso il condizionamento, che passa più veloce attraverso la tecnologia. Le discriminazioni in aumento e la distribuzione delle risorse sempre più iniqua stanno lì a dimostrazione.
Forse un giorno tutto questo troverà il suo equilibrio, ma non prima di aver sfruttato e consumato e distrutto tutto il possibile. A partire dalle relazioni umane, che passano sempre più attraverso medium calcolatori di emozioni.
Ci sono aspetti “anche” positivi, ma non basta escludere dal dialogo la pena di morte per far sì che questa scompaia dalla faccia della terra, altrimenti non servirebbero neppure tutte le campagne di sensibilizzazione messe in atto “anche” grazie e attraverso strumenti tecnologici. Pensiamo alla piattaforma Change.org. Lasciare però che il mondo vada in una direzione senza mai avere il dubbio che forse è quella sbagliata, lascerebbe intendere agli uomini che appellarsi alla propria coscienza sia un esercizio del tutto inutile. E purtroppo, se vogliamo fare i tecnici fino in fondo, i dati ci dicono la coscienza è in via di estinzione.
Nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di morte. Possiamo avere il dubbio che ci siano relazioni con tutto ciò?
Non è mia intenzione demonizzare il progresso tecnologico, non c’è niente di più lontano da me. Ma fotografare lo stato attuale delle cose; quello sì. E la fotografia che ho davanti mi fa vedere quanto la tecnologia nelle mani degli uomini di oggi sia profondamente degenerativa.
Ecco cosa ha fotografato provocatoriamente Umberto Eco. E chi lo conosce almeno un poco lo ha capito. O quantomeno onestamente accettato. Ecco perché siamo imbecilli: non accettiamo che qualcuno metta in discussione una strumentazione che apparentemente ci regalala soddisfazioni immediate, tanto immediate quanto mediate, e che apparentemente ci mette a disposizione illimitate informazioni, tanto infinite quanto confuse e ancora sconosciute… e certamente mediate.

Al mondo si muore…


Al mondo si muore di fame e di troppo cibo, per mancanza di medicinali e per la loro eccedenza. Si muore per amore e per odio, predicando la pace facendo la guerra, si muore per denaro e di povertà, perseguendo un sogno e di apatia. Al mondo si muore per un ordine dato e per troppo disordine, per difesa e per attacco, per un’idea di libertà e in prigione, per caso e per vendetta, per il brutto tempo e per il tempo trascorso.Al mondo si muore, mentre il resto del mondo vive, passandoci sopra, turandosi il naso, accavallando i ricordi per dimenticare, andando avanti a ritroso sulla propria strada.

Consapevolezza


La tristezza è autoritaria, la malinconia autorevole; la felicità è instabile, la serenità perpetua; il buonsenso è comprensivo, l’imprudenza impietosa; la presunzione è ambiziosa, l’umiltà generosa; il giudizio è arrogante, la comprensione dignitosa; la discriminazione è corrotta, l’uguaglianza onesta. E la consapevolezza l’unico vero mistero.

Il vero progresso dell’umanità? La manipolazione di masse sempre più ampie


Parafrasando Baudrillard (“Il delitto perfetto”): tutte le forme di discriminazione maschilistica, razzistica, etnica, religiosa o culturale derivano dalla stessa disaffezione profonda e da un lutto collettivo: quello di una defunta consapevolezza.
L’aiuto umanitario preferiamo praticarlo sotto forma di vittime da soccorrere attraverso comode donazioni fatte da casa, motivate da compassionevoli campagne mediatiche che solleticano il senso caritatevole proprio della natura umana, o di quel che ne resta. Quando ciò non basta e quelle vittime, che prima abbiamo aiutato comodamente da lontano, ce le ritroviamo sotto casa potendo concretamente dar loro l’aiuto umanitario di cui hanno bisogno, ecco che viene fuori tutta la reale inconsapevole disumanità nella quale stiamo affogando. Non parlo dell’Italia, né degli italiani, neppure dell’Unione Europea, ma del mondo intero. Parlo dell’essere umano, dell’uomo, della specie umana che mai si è evoluta veramente. Sulla carta: come uno dei tanti contratti che non si rispettano; nelle dichiarazioni: come il peggiore dei bugiardi; nelle intenzioni: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Siamo andati sulla Luna, stiamo andando su Marte, un giorno, forse, andremo a visitare nuove galassie… mentre sulla Terra guerre e carestie si espandono come un barile di petrolio riverso in mare che raggiunge le coste, e gli stomachi. Le vittime nere di quel petrolio nero sono il sacrificio necessario affinché la nostra ricchezza estetica possa prosperare, come a voler dimostrare alle generazioni future (se mai ci saranno) che l’essere umano in realtà è soltanto un controsenso, un paradosso, un essere (spregevole)–(che si crede) pensante in cerca di risposte alle ataviche domande sulla propria esistenza, ma che al tempo stesso non si preoccupa minimamente di salvaguardarla. Ecco cosa siamo in verità: dei miseri esseri autodistruttivi con una “falsa coscienza” che si autoconvincono ogni giorno di essere dei gran geni costruttivi, proprio per giustificare quel che ogni giorno distruggono. Un esercito di sonnambuli che difende il diritto incondizionato di calpestare se stesso.

Un paradosso che sta indubbiamente rendendo apatica l’umanità.
Ci piacciono i bei film e le belle canzoni, la bella arte e il mistero della scoperta, le storie commoventi e gli eroi, gli animali, le piante, i paesaggi da cartolina, i tramonti, contemplare un cielo stellato, ci affascinano i grandi della storia che hanno lasciato il segno e ripudiamo gli oppressori che hanno lasciato ferite ma, nonostante le esperienze esistenziali, non siamo riusciti a liberarci dalle contraddizioni che irragionevolmente oggi sono invece più accentuate. Cerchiamo l’altro sotto forma di male da combattere, senza renderci conto che stiamo combattendo contro noi stessi. Agitiamo slogan di libertà, uguaglianza e fratellanza mentre in realtà il Mondo è stracolmo di diseguaglianze.
Ma come si è arrivati a una frattura simile, a escludere l’altro, il debole, i discriminati della società, le minoranze, il diverso, e a tradire i valori della dignità umana? La risposta è molto semplice: in nome del diritto a un presunto progresso, di natura esclusivamente tecnologica. Non c’è progresso nel momento in cui la tecnologia è applicata per manipolare masse sempre ampie. Che senso ha prolungare le aspettative di vita, essere “connessi” l’uno con l’altro, avere accesso ad infinite informazioni, se quel che estendiamo è un’esistenza sottomessa e quel che condividiamo un sonno ipnotico?
È il fascino che l’uomo subisce nello scoprire il potere che ha di sottomettere i suoi simili a renderlo schiavo di se stesso.
Nevrosi e impulsi trasmessi attraverso i media mainstream hanno infettato la ragione, ovvero anziché trasmettere valori umani hanno di fatto mostrato (e stanno mostrando con sempre maggior efficacia) il lato peggiore dell’umanità, trascinandoci su una superficie dove scorrono copiosamente fiumi di parole e immagini che ci soffocano e che ci hanno resi incapaci (di prenderci il tempo) di pensare. Abbiamo creato una società ossessionata dal problema della sicurezza, chiusa, diffidente, privata della consapevolezza, nella quale l’altro, il diverso, è stato escluso proprio perché rappresenta la parte miserabile di noi stessi, quella che minaccia di bussare alle nostre porte, e che mai sceglieremmo di aprire per evitare il confronto con il nostro immenso vuoto interiore riempito con un immenso nulla.

Integrazione: siamo all’Era glaciale dei sentimenti


Viaggiamo, con la mente aperta alla ricerca di qualcosa di diverso, di luoghi diversi, di culture diverse, di facce diverse, di suoni diversi, di colori e odori diversi, per scappare dalla frenetica quotidianità cui siamo costretti, ma quando è il diverso a raggiungere la nostra “terra privata”, non siamo pronti né disposti ad accettarlo, poiché istruiti a decidere noi dove e quando incontrarlo, anche se coviamo spesso in silenzio un’altra vita, un nuovo inizio in terre meno deliranti. E allora dal rifiuto all’emarginazione del diverso è un passo, e ne basta un altro affinché da quest’ultima si elaborino i nostri spazi come terreni di battaglia sui quali combattere per assicurarsi la supremazia esistenziale, in un mondo proclamato sempre più angusto.

Capita inoltre che chi non ha viaggiato mai non sia preparato ad accettare il diverso, perché sperimentato soltanto attraverso i filtri di un documentario (anche se viaggiare non implica di per sé sensibilità, disponibilità, espansività, dato che sempre più frequentemente ci releghiamo in spazi dedicati al turista – specie per motivi di sicurezza – che a sua volta richiede servizi standardizzati), e lo considera quindi come una minaccia imminente, che priva di risorse – paventate insufficienti – la “nostra terra”.
Le politiche d’integrazione multiculturale poco sono prese in considerazione dai governi occidentali, ed è principalmente a causa della loro carenza che il diverso fatica ad essere compreso e accettato. Al contrario, perfettamente integrata nel tessuto sociale, nell’immaginario collettivo dei popoli occidentali, è la dottrina del PIL.

I governi occidentali infatti si spendono corruttivamente affinché beni e servizi transitino liberamente da una terra all’altra e siano ben presenti nelle nostre case, e ha poca importanza se è lo sfruttamento utilizzato per produrli a generare l’esodo di massa cui noi tutti stiamo assistendo. Poco spendono invece per insegnare il degrado sociale e culturale creato per inseguire il profitto, indirizzando furbescamente il sentimento collettivo verso dispotismi, egoismi, diffidenze, invidia, così chi è costretto a scappare da quelle realtà si ritrova a sbattere ancora contro la stessa insensibilità.
Perché è grazie ai potenti mezzi oggi a disposizione se siamo capaci di credere, come ingenui fanciulli incantati dalle favole, nella reale esistenza di Babbo Natale (un Salvini qualunque) e dell’Uomo Nero (un immigrato qualsiasi). E allora ti capita sovente di ascoltare in giro ragazzini che per offendersi si scambiano epiteti come «sei un marocchino», e ti accorgi di quanti passi è retrocessa l’umanità, e di quanti invece è avanzata la spietatezza.
Viviamo così nell’Era glaciale dei sentimenti, nel pieno di una catastrofe, e questo mondo somiglia sempre più a un mondo privo di umanità, e di comprensione, pietà, accoglienza, sostituita da marionette senz’anima, né calore né ombra. E non è un caso che in numero sempre maggiore l’uomo venga sostituito nei suoi compiti dalle macchine, come non lo è il fatto che ad un aumento del degrado corrisponda una diminuzione della coscienza.
Nessuno ha più responsabilità in questo carosello di scaricabarili, dove il colpevole si è fatto invisibile, attore di questa tragicommedia che è la vita, in cui svolge le sue attività solo su comando, e dove non è concesso, poiché non ne ha facoltà, domandare, avere dubbi, per non destabilizzare il fragile equilibrio economico da cui dipende la sua esistenza. L’oppressione della libertà di pensiero, della consapevolezza di un mondo alienato, dà origine a tensioni fra popoli che nulla hanno di opposto, e che anzi hanno in comune tutti la stessa oppressione e la stessa incolpevolezza. L’inciviltà verso la quale siamo diretti reprimerà quel po’ di empatia che ancora sopravvive educandoci a considerare la “nostra razza” superiore, e come l’unica degna di occupare terre. Ebbene sarà sempre guerra, una guerra stabilita dalla favola del PIL. Nel frattempo, quanto più il mercato è libero, tanto meno ci sentiamo sicuri. Ma è solo un caso.

Sul coraggio


Coraggio è avere il coraggio d’avere paura.
E’ il coraggio di accettare la sconfitta a farci trionfare. Il coraggio è quell’inspiegabile impulso a sbagliare dal quale impariamo a riuscire. E’ fare esperienza dei propri limiti e apprendere di esserne all’altezza, non di esserne al di sopra. Il coraggio non ti sopravvaluta: ti innalza; non ti sottovaluta: fortifica le tue radici. E’ immergersi nelle angosce per annegarle. Il coraggio è il dubbio: è avere il sospetto, non la convinzione. E’ il timore maturato, evoluto. Il coraggio affronta, non si scontra; sostiene, non assale; sperimenta, non delega; non si autopromuove, prende in carico. E’ una forza intima, non svelata, è il coraggio di ammettere a se stessi le proprie debolezze. Perché il coraggio non è invulnerabilità, ma avere la capacità di rivendicare le proprie vulnerabilità. Perché coraggio non è sinonimo di invincibilità.

Coraggio è aspirare ad essere migliori, per se stessi e gli altri, non la bramosia di essere superiori a qualcun altro.