Viaggio alle origini del male

C’è una storiella che parla di un ubriaco e di un bidone d’immondizia. Sembra che questo ubriaco fosse seduto sul marciapiede di fronte ad un bidone di spazzatura e che tentasse con molto impegno e con il massimo sforzo di abbracciarlo. Alla fine, dopo un certo numero di tentativi falliti, l’ubriaco riuscì a circondare con entrambe le mani il bidone di immondizie: sorrise con un ghigno di trionfo, ma immediatamente gli si dipinse in viso un’espressione di sgomento ed egli mormorò tra sé e sé: «Sono circondato!».

La società è l’esperienza che noi facciamo di altre persone intorno a noi: questa esperienza è con noi praticamente dal momento in cui vediamo la luce. È nostra madre la prima che ci chiama per nome e ci spiega la differenza tra un albero e un palo della luce. Questo va avanti per tutta la vita, sia che si tratti di nostra madre, o di altri individui o gruppi che siano. Noi continuiamo a cercare gli altri e gli altri continuano a cercare noi. La società è un’esperienza che dura tutta la vita, ed è anche una delle esperienze che più contano per noi. Essa poi è tutto questo molto prima che noi cominciamo a riflettere su di essa deliberatamente. La società è il nostro modello di riferimento fin dapprima di essere-nel-mondo. È un’esperienza con la quale non possiamo dialogare da subito, dapprima di subito. La società è tutto ciò che ci influenza e influenziamo noi stessi. La società è però una prospettiva che, se vogliamo, possiamo anche cambiare.

Fatta questa breve ma doverosa premessa, con lo scopo di chiarire il fatto che non siamo i soli responsabili, ma che allo stesso tempo tutti lo siamo, e che la miseria umana dalla quale siamo circondati è, che ci piaccia meno, che lo si creda o meno, o che lo si accetti o meno, “anche” una nostra responsabilità.

Un tempo “solidarietà” era sinonimo di “collettività”, e anche di “appartenenza”, un loro complemento, adesso invece è praticamente la succursale di un suo surrogato, ovvero un mezzo per scaricarci di dosso ogni responsabilità, per avere più tempo a disposizione da dedicare ai “nostri” interessi, alla “nostra” vita. La nostra è diventata ormai una “solidarietà delegata”, alienata. È come avere una vicina di casa anziana, sola, impedita, che ogni giorno per poter mangiare necessita di qualcuno che le vada a fare la spesa. Noi siamo a casa tutto il giorno e saremmo disponibilissimi, nonostante ciò, preferiamo chiamare un volontario che nemmeno conosciamo chiedendogli di farci il favore di fare il favore alla nostra vicina di casa di andarle a fare la spesa. È strano, tuttavia ogni giorno ci comportiamo (dai, non tutti) proprio così.

Come ci siamo arrivati?

Siamo “nel” mezzo e al contempo “il” mezzo a disposizione di chi genera povertà collettiva e ricchezza individuale. Noi, che siamo diventati operai (naturalmente mal pagati) nella fabbrica della povertà, in questo siamo certamente, seppur inconsciamente, e ovviamente “obbligati” a farlo, molto più solidali di quanto si riesca a immaginare; siamo una collettività di individui che lavorano uniti per conseguire un unico scopo: permettere a chi vuole arricchirsi sulle nostre spalle di raggiungere l’obiettivo.
Basti pensare che la ricchezza di 85 “paperoni” è pari a quella della metà più povera del pianeta: l’1% della popolazione mondiale detiene metà della ricchezza del pianeta. E il reddito di quest’1% dei più ricchi ammonta a 110.000 miliardi di dollari, ossia 65 volte il totale della ricchezza della metà della popolazione più povera del mondo: circa 1700 miliardi di dollari. È evidente che esiste un problema di confini, di limiti, di disuguaglianze, di ridistribuzione della ricchezza. E noi siamo coloro che con il nostro “surrogato di solidarietà” facciamo in modo che questa ricchezza si alimenti e consolidi ogni giorno di più. E devo dire che ce la stiamo mettendo davvero tutta. A me non piace parlare di euro, di tassi di scambio, di alta finanza, di numeri, tabelle, PIL, manovre economiche, borsa, e quant’altro serva a distogliere lo sguardo dal vero problema: il “consumismo“, che già il termine in sé mi fa rabbrividire. Preferirei parlare di educazione e di modelli educativi, di consapevolezza, di appartenenza, di cultura, ovvero degli unici fattori in grado di concorrere alla risoluzione dei nostri problemi. Le politiche, che oggi sono affidate al mondo finanziario, ossia a quella sfera che si occupa di interessi economici privati, hanno smesso di fare il mestiere per cui erano state (o avrebbero dovuto essere) chiamate ad operare dopo le due Guerre Mondiali, con tutto quello che c’è stato nel mezzo, come la Grande Depressione del ’29, che non sempre ricordiamo, e non certo per una questione anagrafica. Le politiche sociali, come le tragiche esperienze ci avevano insegnato, dovevano servire a ridurre le disuguaglianze fra i popoli e a ridistribuire la ricchezza, invece si sono ridotte ad essere uno strumento alle mercé di una élite che guarda solo al proprio interesse, che per raggiungere gli obiettivi preposti ha sfruttato (e continua a sfruttare) e alimentato (e continua ad alimentare) la nostra ignoranza, riuscendoci talmente bene che i risultati possono essere sotto gli occhi di tutti, se si ha la pazienza e la volontà di vederli, e soprattutto di ascoltarli. Oggi ci troviamo a fare i pezzi di un puzzle nelle mani di meno di un centinaio di persone che, metodicamente, usando tutta la tecnologia (mi passo il termine da solo) psicologica persuasiva che la ricerca ha messo a disposizione dell’umanità negli ultimi anni, ci incastrano assieme anche quando non coincidiamo per niente, a farci così assumere forme e disegni disordinati, scoordinati, che non hanno logica e forma, ma che a noi appaiono tutt’altro, istruiti e abituati ormai come siamo a guardare la cornice anziché il contenuto, o il singolo pezzo anziché l’insieme dei pezzi.

Cosa li spinge a farlo?

Il massimo che gli appartenenti all’élite dei potenti globali riescono a gestire rientra in un raggio che non va oltre i loro interessi. Se le cose si fanno troppo problematiche per potersi sentire a proprio agio, e lo spazio attorno a sé si dimostra troppo difficile da gestire, possono trasferirsi altrove; dispongono di un’opzione che il resto della popolazione non ha. L’opzione di trovare un’alternativa più piacevole ai fastidi della convivenza sociale gli altri se la possono solo sognare: è il lusso di un’altezzosa indifferenza che quegli altri non possono permettersi.

Come riescono a farlo?

Siamo esortati ogni giorno a compiere scelte che mai sentiremmo di dover fare se non fossimo costretti dagli esempi che ci circondano, e a nostra volta noi stessi siamo e diamo l’esempio. Come in un circolo vizioso, siamo ormai convinti, assuefatti dal fatto che se la maggioranza si comporta in un certo modo, allora ci sentiamo legittimati a fare altrettanto, a imitare comportamenti, copiare azioni, riprodurre suoni, parole, concetti, ragionamenti, in una sorta di simulazione che non sembra avere (e in definitiva non li ha) limiti e fini, tanto meno ragioni. Non è un caso che le politiche odierne effettuino tagli ai budget della ricerca, del sistema scolastico e a tutto ciò che riguarda la sfera culturale. Le chiamano politiche di austerità, o “austerity” che fa più figo, che è sinonimo di rigore, di severità, e che evoca una punizione per qualcosa di sbagliato che si è fatto. E se a sbagliare è stato un manipolo di finanzieri, poco importa, a pagare deve essere (sempre) il popolo, naturalmente quello più povero, che con le speculazioni finanziarie non ha nulla a che vedere… D’altronde non possono mica autopunirsi. Bisogna capirli.

Quali sono le conseguenze?

Non è un caso, dicevo, e anche in questo di caso: che ci piaccia meno, che lo si creda o meno, o che lo si accetti o meno.

È scientificamente provato che mantenere la popolazione sotto un certo livello culturale ne garantisce la governabilità da parte di chi desidera approfittarsene. È un dato oggettivo, essenziale, e non andrebbe mai trascurato. Un altro dato oggettivo è il fatto che questa élite non mette in conto le violenze che inevitabilmente scaturiscono dalla povertà: togli il pane da sotto i denti a qualcuno, e costui per sopravvivere si “dedicherà” a pratiche illegali, pur di sopravvivere. Dunque, con la povertà aumenta il tasso di delinquenza; è una conseguenza naturale, umana, endemica; purtroppo l’uomo è pieno di vizi, fra i quali la fastidiosissima inclinazione alla sopravvivenza.

E allora come fare per fronteggiare tutto ciò?

La risposta non è facile. Bisogna tener conto di un altro aspetto dell’uomo, anch’esso profondamente sottovalutato, ma fondamentale per comprendere la situazione in cui ci troviamo, ovvero l'”avidità“; difetto cresciuto esponenzialmente con la stessa velocità e la stessa grandezza con le quali sono cresciute le tecnologie e i comfort effimeri.
Essa, come tutti sappiamo, rende ciechi, non consente di trovare la volontà di risolvere i problemi alla loro radice, specie quando quei problemi sono causati da chi viene chiamato a risolverli, pertanto, le uniche misure in concessione/delega ai governi sono di natura repressiva, ovvero l’inasprimento delle pene, che a loro volta riempiono le carceri, che arrivate a un certo punto di sopportazione rischiano di far scoppiare in rivolta gli “ospiti”, perciò non rimangono che misure estreme, “emergenziali“, come indulti e amnistie. La repressione alimenta rabbia e frustrazioni, e indulti e amnistie insicurezze poiché si ha la percezione che ci siano più delinquenti in libertà, mentre la costruzione e la successiva eventuale gestione di nuove carceri comporterebbe un enorme esborso di denaro, e dal momento in cui non si ha intenzione di sovvenzionare le politiche sociali, per quale motivo si dovrebbero sostentare i delinquenti? L’insicurezza è anche una debolezza che viene sfruttata dalle politiche, e anche qui, non è un caso che le campagne elettorali vengano incentrate sempre più su questo aspetto.

Come ne usciamo, dunque?

La povertà è ingovernabile, e la storia è piena di esempi dimostrativi. Ostinarsi a continuare su questa strada può solo portare alla distruzione, a nuove guerre di proporzioni inimmaginabili.
Per me la risposta sta tutta nella cultura. Aumentare i finanziamenti all’istruzione, alla ricerca, alla cultura… Ma non basta. Bisogna capire, prendere coscienza del fatto che il vero problema, quello che sta alla radice, è il consumismo. Le nostre impulsività, i nostri acquisti irrazionali, non meditati; gli sprechi che ogni giorno ci lasciamo alle spalle non finiscono nel passato senza conseguenze sul futuro, e i residui di tutto quello che acquistiamo non finiscono nel bidone dell’immondizia e chi si è visto si è visto. Bisogna cambiare il nostro stile di vita, radicalmente, e fare la guerra alla pubblicità, al marketing sfrenato, e chiedere con prepotenza, attraverso le istituzioni, che i media inizino a farci capire quali sono le conseguenze di una società consumistica, che non riguardano solo l’ambiente, che da solo è comunque un buon motivo, ma anche il nostro equilibrio psicologico, di convivenza sociale, di appartenenza. Se veniamo definiti “consumatori”, dobbiamo opporci. Come facciamo ad accettare una definizione così stupida?
Dobbiamo rifiutare i modelli sbagliati, quelli che con molta leggerezza fanno passare il messaggio che tutto è scontato, ma sbagliatissimo, come colorarsi i capelli una volta la settimana, o avere due telefoni, centinaia di vestiti negli armadi, due macchine e nemmeno una bicicletta per percorrere brevi tragitti, il rubinetto aperto mentre ci si lava i denti, due docce al giorno, cercare di acquistare solo generi alimentari di provenienza locale e stagionale, e un’infinità di piccoli accorgimenti che messi insieme fanno un’enorme differenza. Se vogliamo limitare gli sprechi ma “non sappiamo come fare“, non è una giustificazione ammessa: basta cercare, basta volerlo. Sono piccole cose che tutti noi possiamo mettere in pratica, quotidianamente. Rifiutando il consumismo, credetemi, credeteci, i bambini che “vivono” (parola davvero inadeguata) dall’altra parte del mondo avranno più probabilità di mangiare che non donando “due euro con delega“, la signora anziana impedita vicina di casa, non sentirebbe nemmeno l’esigenza di chiedere un favore a qualcuno, perché la precederemmo sempre, senza volerlo, e inconsapevolmente saremmo tutti più solidali in prima persona, senza mai più deleghe.
In alternativa, se mai un giorno riuscissimo a ridurre i degradi generati da questa crisi, in futuro ce ne saranno altre, poiché il problema alla radice è la nostra abitudine impulsiva a consumare, e a pensare solo ai nostri interessi.

Qualcuno ha abbastanza anni per potersi ricordare come si viveva quando ancora non esistevano i telefonini? Non avevamo niente e ci pareva di avere tutto… compresi i rapporti umani.

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