Citazioni

Inferno


“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto da non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Italo Calvino
Le città invisibili” (Einaudi, Torino 1972, p. 170)

Ma è certo che gli uomini e le donne che si sforzano di scoprire «chi e cosa non è inferno» devono far fronte a pressioni di ogni genere che li spingono ad accettare ciò che essi insistono a chiamare «inferno». L’inferno è ormai routinizzato, non proviamo più sorpresa e non sappiamo più distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Quando abbiamo a che fare con il male, la prima volta ci sbalordiamo ed “esclamiamo!”. Dopo la seconda, la terza, la quarta volta che lo si incontra, la nostra reazione sarà al massimo un “ecco che ci risiamo…”, che ne attesta il riconoscimento routinario, che ne esprime la presenza abituale nella nostra vita quotidiana, nel nostro modo di vedere e vivere lo spazio che ci circonda. E lo si accetta e lo si somatizza, dando così combustibile per alimentare le fiamme dell’inferno.
Solo l'”innocenza” di un bambino è in grado di testimoniare quanto e quanti siamo colpevoli. E il male, è che non sorprende affatto scoprire che siamo tutti adulti.

Linguaggio politico


“Di questi tempi, i discorsi e gli scritti dei politici sono in gran parte la difesa dell’indifendibile […]. Il linguaggio politico […] è concepito per far apparire attendibili le menzogne e rispettabile l’assassino, e per dare una parvenza di solidità al vento puro”.

George Orwell
(“Politica e lingua inglese, a cura di Denise Milizia, pp. 23,31 – 1954 -)

Overclass


“Il fatto centrale della globalizzazione è che la condizione economica dei cittadini di uno Stato-nazione è ormai fuori dal controllo delle leggi dello Stato […]. Siamo ormai di fronte a una “overclass”, una sovraclasse globale che prende tutte le principali decisioni economiche e si rende del tutto indipendente dalle legislature e a maggior ragione dalla volontà degli elettori di qualsiasi paese […]. L’assenza di una “polity” globale significa che i super-ricchi possono agire senza tenere minimamente in conto un qualsiasi interesse diverso dal proprio. Rischiamo di trovarci con due soli gruppi sociali autenticamente globali e internazionali: i super-ricchi e gli intellettuali, cioè coloro che vanno ai convegni internazionali dedicati a misurare i danni fatti dai super-ricchi, cosmopoliti come loro”.

 Richard Rotry

(“Philosophy and Social Hope”, Penguin, Londra 1999, p. 233)

Diventare famosi


«La mia mamma insegna in una scuola elementare», ha dichiarato Corinne Bailey Rae in una intervista, «e quando chiede a un bambino cosa vuole fare da grande, le risponde: “Diventare famoso!”. Allora lei chiede perché, e lui risponde “Boh, voglio solo diventare famoso”». In quei sogni «essere famosi» non significa nulla di più (ma anche nulla di meno!) che essere sbandierati sulla prima pagina di migliaia di riviste e su milioni schermi, essere visti e notati, essere oggetto di conversazione e dunque, presumibilmente, “di desiderio” da parte di tante persone…

Germaine Greer:
“La vita non è fatta solo di media, ma quasi”.

Psicanalisi e religione


“Abbiamo creato cose meravigliose, ma non siamo riusciti a fare dell’uomo una creatura degna di possederle. La nostra vita non si svolge sotto il segno della fraternità, della felicità, della pace spirituale, anzi è un vero e proprio caos dello spirito, uno stato di smarrimento troppo simile a una forma di pazzia: non la pazzia isterica del Medioevo, ma piuttosto una specie di schizofrenia, in cui il contatto con la realtà intima va perduto, e si verifica una frattura tra i pensieri e gli affetti”.

Erich Fromm
(“Psicanalisi e religione”, edizione italiana 1961, pp. 7-8)

Confessioni pubbliche


“Se si considera che ciò che prima era invisibile – la parte che ognuno ha nella vita interiore, intima, di tutti – si chiede ora che venga esibito sul palcoscenico pubblico (sugli schermi televisivi, in primo luogo, ma anche sulla scena letteraria), si comprenderà che chi ha a cuore la propria invisibilità è condannato a essere rifiutato, emarginato o sospettato di aver commesso un crimine. All’ordine del giorno c’è la nudità fisica, sociale e psichica”.

Eugène Enriquez

Identità


“Avere un’identità significa rifiutare di essere collocati in “tipi” o “categorie” e scardinare ogni categoria entrò i cui confini intendono ridurci coloro che elaborano le “tipologie”. “Individualità significa non sentirsi completamente a proprio agio in nessuna casella definita”.

Bambini e diritti


 

“Il diritto dei bambini a consumare precede e prefigura in vario modo altri diritti legalmente costituiti. Vari decenni prima che i diritti dei bambini venissero sanciti in contesti come la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia del 1989, all’infanzia era già stata data «voce» nei negozi, nei concorsi per trovare il nome di un prodotto, nella scelta dell’abbigliamento e nelle ricerche di mercato. L’ingresso dei bambini nel mondo dei prodotti come soggetti, persone che hanno desideri propri, è alla base del loro status emergente di individui portatori di diritti”.

Daniel Thomas Cook (“The commodification of childhood“, cit. p. 12, 2004)

Tempo tiranno


“Invece di organizzare la conoscenza secondo schemi ordinati, la società dell’informazione offre un’enorme quantità di segni decontestualizzati, connessi tra loro in maniera più o meno casuale. […] Per riassumere: se si distribuisce una crescente quantità di informazioni a una velocità anch’essa crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive. C’è il rischio che i frammenti prendano il sopravvento, con conseguenze rilevanti sul modo di rapportarsi al sapere, al lavoro e allo stile di vita”.
Thomas Hylland Eriksen (“Tempo tiranno”, p. cit. 139, 144)

Gli abitanti di Leonia


“[…] più che delle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità”.
Italo Calvino (“Le città invisibili”, Einaudi, Torino 1972, p. 119)