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Tweet di storia


La memoria è la sopravvivenza della storia. Attraverso la memoria la storia continua a vivere nelle speranze, negli scopi e nelle aspettative di uomini e donne che cercano di dare un senso alla vita, di trovare un ordine nel caos, di fornire soluzioni note a problemi ignoti. La storia ricordata è la materia di cui sono fatte speranze, obiettivi e conoscenze; è il regno in cui le immagini del passato sono salvate dall’oblio. La memoria è storia in atto. La storia ricordata è la logica che gli attori introducono nei loro sforzi e di cui si servono per conferire credibilità alle loro speranze.

Nella sua sopravvivenza, la storia dovrebbe guidare la lotta del presente. Ma in un presente in cui la storia passa con la stessa velocità e lunghezza di un tweet, essa viene ridimensionata a gioco di ruolo in cui i partecipanti si sfidano a colpi di manipolazione ristretti in un titolo, in uno slogan, sintetizzati, compressi in 140 caratteri, con il solo intento di vincere per primi la partita; una partita che serve a far funzionare il mondo, così com’è: mal funzionante, e non a cambiarlo in meglio. Il vincitore, infatti, si aggiudica il posto di “amministratore di condominio” (più o meno buono), che sa benissimo come farlo funzionare. Non serve un progetto né una visione storica dell’insieme: c’è soltanto bisogno di un amministratore in grado di manipolare la memoria e di strappare dalla testa e pancia delle persone il consenso necessario affinché tutto continui nella stessa direzione; pillole di certezza, attimi di certezza e tweet di certezza da introiettare nella testa delle persone, che così sono sicure che la storia narrata sia quella, anche se in realtà così non è, ma non importa, perché in fondo l’esigenza di verificarla non riguarda loro personalmente. Basta che porti con sé fascino e attrazione fatale.

È così che si vince una partita: s’impone l’attore più bravo, professionale e capace di sfruttare al massimo gli strumenti messi a disposizione dalla storia per manipolare la storia stessa.

Tutti abbiamo bisogno di certezze, di ascoltare storie, di qualcuno che ce ne narri una, e non hanno importanza le basi individuali di cui disponiamo per interpretarla correttamente: le credenze non devono essere coerenti o fedeli alla verità per essere accettate. È storicamente sempre andata così, e le credenze d’oggi non fanno eccezione, poiché come in passato tendiamo a credere con uguale fermezza di non poter fare molto individualmente, con alcuni altri o tutti insieme per cambiare il modo in cui vanno o sono fatte andare le cose nel mondo. Inoltre siamo convinti che, se anche riuscissimo a produrre un miglioramento, sarebbe vano, per non dire irragionevole. Elaborare insieme l’idea di un mondo diverso da quello esistente e, qualora lo considerassimo migliore di quello in cui viviamo, impegnarci a fondo nella sua costruzione non è fra le nostre principali aspirazioni individuali: siamo occupati a fare altro, ad organizzare la nostra vita, a scansare ostacoli, ad acquistare l’ultimo modello di cellulare, l’ultimo capo alla moda, a fare le nostre scelte quotidiane per raggiungere l’irraggiungibile soddisfazione, per non rimanere indietro, che è già faticoso di per sé. Il resto sono questioni che non sentiamo nostre, che non sembrano così vicine da meritare il nostro interesse, che d’altro canto nessuno destina a noi. E allora perché sforzarsi tanto?
Proviamo, quindi, a farci una domanda:
Se la battaglia per la libertà fosse stata vinta, come si spiega che la capacità umana di immaginare un mondo migliore e di fare qualcosa per migliorarlo non è tra i trofei di quella vittoria?