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“Volere è potere”…?


È il concetto forse più diffuso nel mondo: volere è potere. Bene, vediamo quanta verità c’è in tutto ciò.

Considerando questa una società fondata sul reddito, ovvero sui salari, il lavoro, che è fonte di reddito, permette agli individui che ne fanno parte di trovare e ottenere una collocazione, un ruolo in essa. Il lavoro è il principale strumento messo a disposizione degli individui, per garantire loro un’esistenza, d’essere riconosciuti, di avere un’identità (l'”etica del lavoro“, storicamente, è stata fondata su questo genere di postulati), essendo questo appunto un modello sociale strutturato su di esso. Stabilito quanto appena detto, dobbiamo far lo sforzo di inquadrare l’attuale crisi economica (come quelle che l’hanno preceduta) come l’espressione di un problema ben più profondo di quel che immaginano o siamo portati a credere. È come la febbre: indica una “malattia in corso“, una malattia che è causa di ben più vittime di quante ne abbiamo percezione.

Facciamoci dunque qualche domanda.

“Questa società è una società sana?”
La consapevolezza gioca un ruolo fondamentale quando cerchiamo di rispondere a questa domanda. La coscienza è uno stato che si può raggiungere soltanto attraverso la comprensione dei problemi che ci circondano, e mai con il “pre-giudizio“. La società, e la convivenza “in e con essa“, peggiora proprio a causa della carenza di consapevolezza. Sovrastati come siamo di notizie, tutte in contraddizione fra loro, non siamo più in grado di definire ed identificare i problemi che ci circondano, poiché inconsapevolmente ci asteniamo dall’affrontare un’analisi più approfondita. Lasciamo che siano altri a sbrigarsela. Ci sono così tante verità, che non siamo in grado di valutare coscienziosamente cosa è più giusto per la comunità (quindi per noi stessi) e cosa invece non lo è; inversamente non ci troveremmo in questa situazione.

“Volere è potere”.
La “volontà” è un concetto fideistico, astratto, metafisico, indipendente dalla ragione, mentre il “potere“, di contro (semanticamente), significa “avere la possibilità“, “il diritto”, “il permesso”, e deve essere “possibile”, “consentito”, “lecito”, “probabile”, pertanto chi ne fa uso deve disporre dei mezzi affinché “possa esprimerlo“, concretizzarlo. Perfino il Papa (oggettivamente il più sociologo di tutti i Papi) chiama fuori la fede nel caso dell’esclusione sociale, ovvero quella condizione che esclude tutti coloro che non hanno le possibilità materiali e spirituali adatte ad esercitare un potere. Il potere oggi è inteso perlopiù come espressione di comando, di supremazia, di controllo (su di sé e su quanto gira intorno), di sopraffazione psicologica e materiale, perciò siamo esortati a pensare che “volere è potere”. È un’astrazione ambiziosa, e gli esseri umani – strano ma vero – non sono tutti ambiziosi, seppur oggi siamo condizionati ostinatamente (efficacemente) a concepire il contrario. La società è (dovrebbe essere) fatta di individui uguali, con eguali diritti e doveri, ma con diversità interiori, intime, riconosciute e accettate da tutte, e il fatto che oggi l’individualità (che noi confondiamo ormai con l'”individualismo” egoistico) sia continuamente schiacciata dagli stereotipi, non legittima a pensare che non esista. È un’opinione irrazionale, radicalmente errata: fa acqua da tutte le parti.
Il “potere“, inoltre, è oggi sempre più un concetto che concerne al materialismo, al positivismo (che in filosofia sono intesi come tutto ciò che concerne ai problemi “pratici della vita”), al meccanicismo (la vita intesa come movimento spaziale dei corpi, in senso materialistico-meccanico, ovvero il predominio della materia sullo spirito), nonché all’ambizione, alla pre-supponenza, alla presuntuosità. I due termini, “volere” e “potere” non vanno necessariamente d’accordo. “Volere è potere” è una locuzione che esclude implicitamente tutti coloro che non ci riescono.

“Quali sono quindi le conseguenze?”
Gli individui sono spesso portavoce inconsapevoli delle istituzioni, delle influenze, degli interessi incorporati al tessuto economico-sociale. E secondo questo modello sociale, fondato appunto su interessi economici, essi sono esortati a pensare che ognuno debba provvedere per sé, acquistando le soluzioni ai loro problemi da chi li crea, e promette di risolverglieli. Chi non ha reddito, e non può procurarselo poiché non ci sono le condizioni materiali sociali, viene automaticamente escluso dal “cerchio magico” delle soluzioni esposte e pubblicizzate in ogni dove e quando, pertanto ragionevolmente non potrà che esprime frustrazioni; proprio per il fatto che intimamente si considera incapace, di conseguenza tende a somatizzare tali frustrazioni attraverso atti di violenza, psicopatie, disturbi del comportamento in generale, astio e repulsione nei confronti delle istituzioni che «mi hanno abbandonato». L’astensione elettorale dovrebbe far riflettere molti, “riflettere” però in modo più approfondito. I problemi individuali odierni derivano dalla società che ci circonda, e non viceversa: non sono gli individui ad affrontare male la società, ma è la società, così indirizzata, e governata da interessi privati, a mettere a disposizione dei cittadini scelte sbagliate affinché se ne tragga il maggior profitto economico possibile. Ma appunto, sono scelte sbagliate.

Oggi c’è un rimedio a tutto, e tutti consigliano “come si deve essere“, e “cosa si deve fare” per “star meglio“. Ognuno provvede per sé, dimenticando un fatto imprescindibile: viviamo in una comunità, e che le nostre distrazioni, le nostre scelte, e le nostre ambizioni personali, escludono di fatto gli altri membri, ossia coloro che non hanno ambizioni, che non si riconoscono in una società nella quale si è considerati solo se si consuma, se si ha un reddito da spendere e se si ha una marcata attitudine alla competizione, appunto alle ambizioni e alla realizzazione (costi quel che costi) di esse .

“Non bisogna deprimersi, abbattersi, e non dobbiamo utilizzare come alibi il malfunzionamento della società”.

Proviamo a metterci nei panni di chi “vorrebbe“, ma non può.
L’esclusione sociale è una cosa seria, come lo è la depressione. Chi ci è entrato sa quanto si è fragili, e soprattutto inconsapevoli delle proprie potenzialità, quando si è depressi. Di fatto, i suicidi dall’inizio dell’anno sono stati centinaia. Il suicidio è uno dei termometri più efficaci per misurare la febbre a una società. Gli altri sono, nell’ordine, l’occupazione, dunque il livello di povertà, la qualità dell’esistenza pertanto i salari e le disposizioni materiali rispetto al costo di una vita degna, l’inquinamento, lo sfruttamento delle risorse, l’astensione elettorale, e la salute, che è la somma conseguente di tutti i succitati fattori. In un modello economico come questo si riesce a vivere solo se si ha un reddito. Se non si dispone di un salario, conseguentemente anche la vita viene vissuta male, indegnamente.

La società ha una struttura molto più complessa rispetto alle semplificazioni e le generalizzazioni stereotipate che recepiamo attraverso i mezzi di comunicazione. E purtroppo crediamo tutti che le questioni siano o bianche o nere, senza sfumature. Allora, noi siamo tutti uguali quando ci dicono che “volere è potere”, mentre le istituzioni si giustificano dichiarando che non hanno scelta, che “vorrebbero ma non possono”, che “non ci sono alternative” (metodo TINA, escamotage politico utilizzato pesantemente dalla Tatcher in poi: “There Is No Alternative“). Noi, individualmente, “se vogliamo possiamo“, mentre le istituzioni “vorrebbero ma non possono“. Appare almeno un po’ contraddittorio?

Eppure dovrebbe esser facile pensare che la medesima situazione alcuni la vivono in un modo, mentre altri in maniera diversa. Come dovrebbe esser facile sapere che i mali della società derivano da scelte politiche; scelte fondate indubbiamente sul profitto economico. Ma evidentemente non lo è, e io non me la sento di dar la colpa a chi non riesce a comprenderlo, a metterlo a fuoco. Non sono nessuno per giudicare, ma uno sforzo dobbiamo cercare di farlo tutti, insieme, per dare il giusto significato a quanto ci circonda. Guardiamo la società nel suo complesso, dove “non ci è possibile” individualizzare, scaricare sul singolo individuo tutti i suoi mali. Non avrebbe (e non lo ha) alcun senso. In ogni caso, tutti i più grandi studiosi dei fenomeni sociali indicano questo modello di società come un qualcosa di malato, di perverso. Forse allora sbagliano? Se sì, dove e perché? Perché se sbagliano, oggi dovremmo vivere tutti in un paradiso.

Se questa è l’Italia…


Soffriamo tutti di un grave disturbo bipolare, di uno sdoppiamento della personalità che in confronto il Dr. Jekyll sembra avere un lieve sbalzo d’umore. Siamo bugiardi, dentro, incalliti, che quando diciamo una bugia sappiamo di dover convincere prima noi stessi per convincere poi gli altri, e sono bugie così vere da essere ormai diventate verità, normalità. Siamo tutti impazziti, da rinchiudere in un manicomio criminale, nessuno escluso, per marcirci dentro a vita. Oggi sì, domani no, poi sì, poi dinuovo no…! Che fine ha fatto la vergogna? E la dignità?

E finalmente si è capito che anche il M5S non è altro che uno specchietto per le allodole, un contenitore dentro il quale rinchiudere ogni forma di protesta che rischiava di sfociare nella violenza, un bottone in più sul telecomando a disposizione — come un placebo — del popolo su cui sintonizzarsi, per chi volesse somatizzare, reprimere e frustrarsi ancor di più per tutto il marciume che nel frattempo la politica italiana ed estera stanno spargendo nelle postazioni di controllo democratico. O in quel che ne è rimasto. È oggi ancor più chiaro che il disegno politico italiano, insieme con quello globale, è di addormentare le ultime coscienze rimaste sveglie, anche le più insonni, per svendere così in libertà quel che è rimasto della cosa pubblica, di proprietà dei cittadini, e lasciar così campo libero all’invasione capitalista neoliberista che sta mietendo vittime ovunque nel mondo. Il M5S dopo le elezioni europee non poteva far altro che gettare la maschera e mostrarsi palesemente per quel che è: un piccolo gruppo di persone intellettualmente corrotte (vedremo a questo punto in seguito se la corruzione si fermerà qui), incapaci di ribellarsi ai “capi”, convinte anch’esse che per governare il tanto sbandierato “popolo” ci sia bisogno di una guida, di un guru che lo indirizzi a suo piacimento (quello dei poteri finanziari) lungo un percorso prestabilito fuori da ogni logica di valore vicina al bene comune, alla con-vivenza, all’uguaglianza dei popoli e ai Diritti di ogni essere umano. Certo che il popolo ha bisogno di una guida, di essere indirizzato, e ci mancherebbe!, ma è mai possibile che questa debba andare sempre nella direzione sbagliata, cinicamente a sfavore di qualcun altro e mai che intraprenda la strada per il bene comune, lontano dalle discriminazioni che si fanno sfacciatamente sempre più profonde? Appannare la riflessione, anziché stimolarne l’uso, sembra essere l’unico scopo che chi conquista un po’ di potere vuole raggiungere.

Non ci si poteva credere, e in molti ci sono cascati dentro con tutta la testa, me compreso, convinti che dall’Italia potesse iniziare a germogliare qualcosa di grande, di meraviglioso, di finalmente onesto in grado di cambiare la concezione sociale del mondo di oggi e di esportarlo altrove. Siamo (eravamo?) l’Italia, abbiamo fatto la storia dell’uomo, non sarebbe stata poi tanto campata in aria come prospettiva. E invece eccolo lì, il M5S. Da sempre contro ogni forma di condizionamento mediatico delle coscienze, delle opinioni, almeno a parole, e poi grande manovratore di consensi quando si tratta di fare alleanze con partiti xenofobi-razzisti che non guardano in faccia nessuno se si devono salvaguardare i propri confini a danno di coloro che ne sono fuori. Da sempre schierato in difesa dei Diritti Umani, paladino della Giustizia e degli Ultimi, quelli lasciati nell’oblio dai media e quindi dallo Stato, il M5S non ci pensa due volte a organizzare alleanze con chi quei Diritti, quegli Ultimi, preferisce lasciarli lontani dal cuore, e anzi si diverte cinicamente a schernirli e a ricordargli quanta poca considerazione ha di essi e quanto poco contino in una società allo sbaraglio come questa, intento, come altri, nel perseguire un modello economico-sociale fondato e fossilizzato sul profitto e sullo sfruttamento delle risorse materiali e umane a discapito di quelle popolazione che a causa di ciò vengono lasciati in miseria. Il M5S era (avrebbe dovuto essere) quella compagine di cittadini che si dichiarava lontana dalle logiche mediatiche del consenso, dal marketing politico, dall’influenza e dalle limitazioni di scelta, salvo poi escludere a priori i Verdi dalle “votazioni online”, dichiaratamente indirizzate a colpi di post pro-Farage, scelto anticipatamente dai sempre più ingombranti e incomprensibilmente — fino a prima delle elezioni europee — confusionari Grillo e Casaleggio come l’unico con il quale fare alleanza. Sdegnare fino al giorno prima le nomine fatte dai partiti e poi nominare spudoratamente un personaggio come Farage elevandolo a “bene assoluto” è stata la mossa più ridicola che il Movimento potesse immaginare di fare per venire allo scoperto. Le alternative, che prima delle elezioni europee sembravano essere la vera bandiera dei 5Stelle, si sono ridotte così anch’esse al classico “non ci sono alternative” come da tradizione thatcheriana, la stessa in cui del resto è cresciuto e si è formato Farage (e da cui tutto il sistema politico occidentale attuale ha preso spunto), l’etichettato “simpatico signore” da Grillo. Il M5S è dunque un altro partito, l’ennesimo, né peggio né meglio di altri, con la evidente funzione sociale di incanalare le frustrazioni del popolo per fare da “rete” di sicurezza, come quelle che nei circhi stanno sotto ai trapezisti e ai funamboli pronte a salvare non solo chi ha paura di cadere, chi ancora crede ci possa essere qualcosa di buono, “sotto”, verso cui riporre fiducia e speranze così da continuare a rischiare, che tanto, mal che vada, c’è la Rete, ma anche per lasciare pressoché indisturbati chi da “lassù” rischia con la nostra pelle, lasciando al popolo, o a una parte di esso, la falsa speranza di una salvezza dal quel marciume che ci impregna fin nel DNA. Quella “Rete”, metafora mai così azzeccata, che appunto finge (nota bene: non “funge”) da protezione, ma che in realtà scientemente accoglie tutti coloro che conservano — o credono di conservare — un senso critico, autonomo, immune dalle dipendenze del pensiero autoritario, assolutistico, egemone, ipocritamente autarchico, per indirizzarli, una volta di più, come se non bastasse quello che già offre la società, e con maggiore sottigliezza, pertanto con ancor più disprezzo, verso un percorso già segnato, o una fossa già scavata che si fa solo finta di voler ricoprire. Un perfetto gioco delle parti, dove il poliziotto buono, a seconda dei punti di vista, diventa il poliziotto cattivo e viceversa, cosicché chi si trova in mezzo è costretto a subire, suo malgrado, le falsità che si rimpallano e che gli vengono scaricate addosso.

Siamo ormai alla pura follia. In un paese “normale”, la psichiatria avrebbe di che occuparsi 28 ore al giorno della nostra classe dirigente anziché degli omicidi efferati che ogni dì ci frantumano quei due neuroni rimastici. Altro che riempire talk-show di politicanti, pseudo-filosofi, politologi, opinionisti, giornalisti e compagnia cantante; farei riempire gli studi televisivi di scienziati per analizzare la classe dirigente italiana, tutta. Siamo al festival dei ripensamenti, al Sanremo delle bugie, ai Nobel per la sfrontatezza. Come diavolo fai a fidarti di gente così? Va bene pensarla diversamente, è giusto avere preferenze politiche, ideali diversi, eccetera, bla bla bla, ma qui c’è qualcosa che non va… Qui sta accadendo qualcosa di seriamente inquietante.

Se questa è l’Italia, quella degli omicidi efferati, dei plastici di Porta a Porta, dei corrotti e corruttori, degli sprechi, degli appalti ai soliti noti, delle emergenze, delle grandi opere infinite dai costi infiniti, dei politici latitanti e di quelli che li aiutano a latitare, delle stragi irrisolte, dei mafiosi alla guida di grandi partiti nazionali che decidono le sorti del Paese e della Costituzione, dei Comuni sciolti per mafia, del Presidente della Repubblica al secondo mandato, delle slide, di quelli che dicono che le elezioni europee non sono un referendum sul Governo ma che poi il 40,8% legittima a eliminare il minimo cenno di dissenso come nelle peggiori dittature, degli 80€ che a forza di ripeterli vogliono diventare 800, delle nuove tasse aggiunte in silenzio, dei brogli elettorali sì, brogli no e degli ebetini manovrati dai poteri finanziari con cui mai e poi mai dialogare ma che poi due chiacchiere forse è meglio farcele, dei regali ai signori del gioco d’azzardo, degli interminabili e inconcludenti talk-show, della politica mediatica, dei giornali di partito indebitati, dei giornalisti indebitati coi partiti, dei razzisti leghisti, dei nazisti di Forza Nuova, dei diti medi dei Fassino, delle Santanché, dei Gasparri, di Equitalia, dei senza tetto per pignoramento costretti a dormire in macchina o sotto i ponti, delle famiglie sfrattate dagli alloggi occupati abusivamente senza pensare a una loro sistemazione dopo, delle migliaia di imprese fallite al mese, dei suicidi, delle banche usuraie, dei favori alle banche, dei centri di accoglienza stracolmi, delle carceri al collasso, della Sanità pubblica distrutta e sempre più indebitata, delle scuole che cadono a pezzi, dei bambini delle elementari che ripongo, cantando canzoncine, il loro “futuro nelle mani dell’amato Presidente”, delle alluvioni che bloccano intere città e distruggono interi paesi, delle frane, dei terremotati eternamente senza casa e dei moduli abitativi lasciati marcire in emarginazione, delle “baby prostitute” e delle igieniste dentali, dei marò che sono sempre in India e che presto torneranno in Italia e chissenefrega dei poveri pescatori indiani uccisi e delle loro famiglie che avrebbero pur diritto, anche loro, a conoscere chi e perché li ha uccisi (fossero stati italiani?); se questa è l’Italia… delle partite di calcio decise a tavolino, dei tifosi che si ammazzano e dei “Jenny ‘a Carogna” che sedano le rivolte, dei G8 di Genova, dei Cucchi, degli Uva e degli “Speziale libero”, dei preti pedofili, dei fondi neri dello IOR, delle maestre degli asili nido che picchiano i bambini, dei centri di Igiene mentale dove i pazienti vengono picchiati, delle discariche abusive, delle fabbriche inquinanti, dei morti per tumore a causa dell’inquinamento e dei morti per un lavoro che non garantisce sicurezza, dei senza lavoro, dei senza diritti, delle pensioni d’oro e di quelle da fame, dei tagli alla cultura, dei cervelli in fuga, degli oroscopi di Branco e di Paolo Fox, delle D’Urso che si dichiarano giornaliste e delle De Filippi che si ergono a “welfare”, dei tweet prematuri del ministro Alfano e di quelli sempre puntuali del presidente del Consiglio Renzi, del tutti contro tutti, che tanto nessuno ci capisce più un emerito nulla… se questa è l’Italia, allora siamo fritti.

Neoliberismo e Corruzione


“I neoliberisti tendono a credere che, poiché il libero mercato è il sistema di scelta più razionale e democratico, ogni settore della vita dell’uomo dovrebbe essere aperto alle forze del mercato. Come minimo ciò significa che il governo dovrebbe smettere di fornire servizi che sarebbe meglio fornire aprendoli al mercato (compresi, presumibilmente, diversi servizi sociali e di welfare) […]”.
“I neoliberisti sono, in ultima analisi, degli individualisti radicali. Per loro qualsiasi appello a gruppi più ampi […] o alla società nel suo insieme non solo è privo di significato, ma è anche un passo verso il socialismo e il totalitarismo”.

Lawrence Grossberg
(“Caught in a Crossfire“, Paradigm, Boulder, Londra 2005, p. 112)

Aggiungo che sono pochi i politici abbastanza temerari a abili da resistere alle loro pressioni; e se (se) ci riescono si trovano davanti avversari formidabili: il capitale extraterritoriale e i suoi seguaci neoliberali. La maggior parte dei politici, a parte davvero poche eccezioni collocate soprattutto nei paesi nordici, come il fresco Rapporto della Commissione europea in merito alla corruzione dei Paesi membri ci fa notare, sceglie l’opzione più facile: la classica formula secondo cui “Non esistono alternative”, detta anche Tina (There Is Not Alternative), abusata per prima dalla scomparsa Thatcher. Oppure, come Polly Toynbee ha ricordato in questo interessantissimo articolo,

«si fa credere alla gente che non esistono alternative a qualche malvagia forza economica incontrollabile da parte dell’uomo. La verità è che la miseria e l’ingordigia sono scelte politiche, e non un destino economico; che possiamo decidere di essere nordici […] e di difendere i diritti umani […]».

(Polly Toynbee, “Free-market buccaneers“, in “The Guardian”, 19 agosto 2005.)