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“Io so’ io… e voi non siete un cazzo”


È da un po’ di tempo che avverto una certa repulsione nell’affrontare una riflessione. Ci barrichiamo sempre dietro a postulati tipo: “tutto si può dire, purché corrisponda a quel che penso io”. Valutiamo ogni critica, di qualunque natura essa sia e nei confronti di qualsiasi argomento, sul piano personale, e ogni obiezione diventa così un giudizio mirato. Oggi sembra che la regola base per avere visibilità sia quella di sparare mitragliate di cazzate (quello è il loro nome, e tali devono essere definite) per dimostrare di avere sempre qualcosa da dire, e il vero dilemma è capire su chi davvero abbiamo intenzione di puntare il mirino: sulla folla, oppure contro uno specchio in cerca di autoapprovazione? A me sembra semplicemente un suicidio culturale di massa; un harakiri inconsapevole di cui tutti andiamo, profondamente, fieri. Abbiamo perso ogni valore, e la conseguenza naturale è la quasi (se non del tutto) assenza di valori in quel che facciamo e proferiamo. La nostra è un’esposizione senza fine di contenuti sempre più vuoti, di miliardi di parole dette al vento che non possono far altro che aggiungersi alle altre, formando così un’uragano di stronzate che spazza via tutto quello che di razionale e di buon senso incontra sulla sua strada. E la cosa che trovo ancor più pazzesca, paradossale, schizofrenica, nel vero senso dei termini, è che non si può più dire nulla. C’è da avere il timore d’esser fraintesi e veniamo in un certo senso sollecitati a sparare cazzate per non sembrare, perlomeno, diversi dagli altri, dalla maggioranza, dal gruppo, e allora siamo stimolati ad adeguarci, pena l’esclusione, l’indifferenza. Se proviamo a fare un ragionamento con l’intenzione di trascende dalle argomentazioni spicciole, irrilevanti ai suoi fini, quello che ne ricaveremo sarà soltanto un gran bel giudizio, certamente sul piano personale. Le cose viste dall’alto, da lontano, a volte possono sembrare diverse da come le si vedono da vicino, e con questo non voglio intendere che andrebbero viste con superiorità soggettiva, con arroganza, ma con altezza di prospettiva. Se guardi una singola formica lavorare, e ti soffermi solo su di essa, inevitabilmente perderai di vista il resto della colonia, e difficilmente riuscirai a capire come si svolge la vita sociale all’interno di un formicaio: per comprendere una società, le sue abitudini e i problemi che la soffocano, si deve studiare il suo comportamento, di tutta la colonia, non “solo il comportamento di un singolo individuo”, altrimenti perderemo del tempo prezioso, e quello che ne ricaveremo sarà una formica che segue le altre, o che girovaga qua è là a raccogliere carogne di insetti, pezzettini di legno, di foglie, e magari che viene schiacciata dal primo numero 41 che sfortunatamente si trova a passare per la sua strada. E allora diamo la colpa al destino, al fato, al numero 41, e sempre con maggior frequenza all’individuo incapace di crearsi un occasione, di costruirsi un futuro, al fatto che “quella” formica è stupida, perché avrebbe dovuto vedere la scarpa che le veniva incontro e cambiare direzione in tempo per evitare di essere schiacciata. La colpa è della stupida formica che non ha capito dove si trovava, che non ha saputo cogliere in tempo l’occasione di cambiare direzione, o che si è discostata dal resto del gruppo per andare alla ricerca del suo pezzettino di foglia. Ma quando quella formica si trova a cercare nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, e viene avvelenata da un’insetticida INSIEME al resto della colonia, su chi deve essere addossata la colpa: sulla singola stupida formica che ha seguito tutte le altre? Su tutta la colonia? Su chi ha spruzzato l’insetticida? Oppure su chi ha inventato e reso lecito e abituale, consueto, l’uso dell’insetticida?
A me viene sempre in mente il periodo nazista, al fatto che Hitler, Eichmann, e tutti i “grandi” nomi storici conosciuti che sono stati i protagonisti, gli emblemi delle atrocità di cui è capace l’essere umano, i capri espiatori di cui la nostra misera coscienza/esistenza si serve per andare avanti, e al fatto appunto che siano considerati gli unici personaggi portatori “sani” di disumanità, ma ci si dimentica, in questo esercizio di “illogica”, sempre degli sconosciuti, di tutti coloro che non hanno un nome, che non sono stati al centro delle cronache, ma “semplici” comparse, nascoste nell’ombra, gli ultimi nomi che passano che nei titoli di coda e che nessuno legge mai, di quelli che sono fuori dall’obiettivo della cronaca, dell’informazione che negli anni ci ha abituati a divorare un nome, senza mai farci riflettere sul fatto che “quel” nome non sarebbe contato un cazzo senza il sostegno di un’intera popolazione. Una volta eravamo abituati a pensare che il titolare di una fabbrica senza i suoi operai non sarebbe contato un cazzo, poiché senza di essi mai avrebbe avuto la possibilità di arricchirsi. Oggi invece siamo completamente rincoglioniti, dopo anni e anni di preparazione ed educazione scientifica, e allora basta che ci venga dato in pasto un nome, che lo diano alla folla affamata, per placare le nostre sempre più inconsapevoli frustrazioni. Sbraniamo quel nome, magari riusciamo anche a calmare per qualche minuto la nostra bulimia, e a colmare quel senso di vuoto che ci riempie, ma solo per qualche minuto, perché sistematicamente poco dopo, chissà perché (forse potremmo chiederlo alla trasmissione Mistero, visti i tempi), la fame torna a farsi sentire, e così il quel senso di vuoto. E come fossimo tutti in una grande fiera, facciamo un altro giro, un’altra corsa… In un divertimento monotono senza fine, e senza fini.

È possibile dire che siamo circondati da superficialità senza pensare che qualcuno possa offendersi? È o no un dato di fatto oggettivo affermare che siamo contenitori di stronzate piuttosto che di contenuti razionali? È possibile affermarlo senza che qualcuno si senta offeso sul piano personale?

Insomma, a me sembra tutto un “io so’ io… e voi non siete un cazzo”, solo che quelli erano altri tempi, e non ci rendiamo conto, che i primi a non contare un cazzo siamo noi, povere formiche…