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Manifestazioni di dissenso: ecco perché, “grazie ai media”, sono ininfluenti


Ruberie, soprusi, discriminazioni, disuguaglianze e povertà sono in costante crescita in Italia e nel mondo, eppure il popolo sembra aver perso la capacità di ribellarsi, o quantomeno di manifestare disgusto verso una
classe dirigente sempre più incapace, attenta solo a salvaguardare i propri interessi personali e quelli di chi finanzia le loro perenni campagne elettorali. Il dio denaro, sempre lui, abbatte tutto e tutti, comprese le manifestazioni di protesta che hanno da sempre evidenziato il carattere umano, solidale e comunitario delle società nei momenti di maggior sofferenza. Ma da solo il denaro non basta. Bisogna disporre anche dei giusti strumenti (che il denaro ovviamente compra) in grado di corrompere e compromettere la struttura psicologia e percettiva degli eventi cui il popolo viene a conoscenza ogni giorno. Ecco allora che i mezzi di comunicazione di massa, compresi i nuovi media, svolgono un ruolo fondamentale a tal fine.

Un tempo l’uomo si riuniva attorno a un fuoco e più tardi a una tavola imbandita dove assieme con altri consumava i pasti discutendo degli accadimenti passati, quotidiani e di quelli futuri; oggi il fuoco non ha più quell’utilità e i pasti, nell’era dei “fast food”, vengono consumati in tutta fretta e dove capita, magari chiusi ognuno nella propria stanza davanti al proprio televisore sintonizzati sul proprio programma preferito. Si è soli, teoricamente in compagnia di altri individui soli come noi, tuttavia ciò non ha la prerogativa di renderci meno soli. Anzi.

La Tv in particolare, oltre ad essere una fabbrica di stereotipi e di spettacolo, ha la funzione primaria di dare al pubblico spettatore ciò che la fantasia riesce a produrre, ovverosia offre una valvola di sfogo fittizia, priva di reale consistenza capace di placare sul nascere ogni forma di espressione costituita individualmente. Con l’avvento dei talent-show ad esempio — a sostegno di quella che non è certo una teoria — il numero di persone sedotte da essi che aspirano a diventare ballerini, cantanti, attori, scrittori, eccetera, è aumentato smisuratamente. I nuovi media a tal proposito, grazie al prezioso contributo dei social network, amplificano, esaltano e sviluppano ancor di più tutto il materiale che la Tv produce — anche se in alcuni casi può verificarsi l’inverso ottenendo comunque lo stesso risultato —, interagendo fra loro come una protesi fa con chi la indossa.

“Diventare famosi!”, di fatto, è il feticcio cui gran parte della società delle apparenze ambisce. «Essere famosi» non significa nulla di più (ma anche nulla di meno!) che essere i protagonisti delle prime pagine di migliaia di riviste ed essere presenti su milioni di schermi, essere visti e notati, essere oggetto di conversazione e dunque, presumibilmente, “di desiderio” da parte di tante persone.

La nostra fantasia produce empiricamente i suoi frutti, ovvero elabora desideri che gli giungono ai sensi attraverso l’esperienza dei fenomeni e degli accadimenti. E in un mondo, come afferma Germaine Greer, in cui “la vita non è fatta solo di media, ma quasi”, ciò che giunge ai sensi è accuratamente selezionato per essi dal mondo dei mass media.

L’aspirazione dell’umanità è sempre stata, utopisticamente, quella di raggiungere la “bellezza” della perfezione — o “la perfezione della bellezza” — e i modelli offerti dai media volgono dispoticamente verso quella che dal modello sociale dominante è spacciata per tale. Ma, come acutamente ci illumina Baudrillard, “la perfezione è sempre stata punita: la punizione della perfezione è la riproduzione”. Perfezione, pertanto, alla quale noi tutti siamo sottomessi indefessamente, cui noi tutti dobbiamo obbedire, sopportare e ambire di riprodurre, imitare per tentare di realizzare le nostre fantasie istigate dalla perfezione stessa dalla quale sono accerchiati.

Ci troviamo così di fronte a un’esibizione criminogena della perfezione, a una produzione di fantasie e aspirazioni bramose, ma l’elemento ancor più preoccupante è la convinzione che si insinua fraudolentemente negli individui, che è quella di fargli credere di star facendo qualcosa che in realtà non fanno; di essere qualcuno che in realtà non sono, e di possedere delle qualità che in realtà non hanno. Possiamo rilevare ciò registrando il tempo che trascorrono sui palcoscenici le miriadi di presunti nuovi talenti smerciati per tali al grande pubblico dalle case discografiche o dagli improbabili talent-scout, che appunto vendono persone come pane fresco, le loro facce, le loro voci, i loro corpi, il loro modo di (farsi) vestire, come fossero ognuno migliore dell’altro, proprio come un prodotto sullo scaffale di un supermercato sulla cui confezione campeggiano frasi come “il migliore in assoluto”, oppure “eletto prodotto dell’anno”. Di facile seduzione per il pubblico, ma anche di seria frustrazione quando chi apre la confezione si rende conto (ma senza prenderne realmente coscienza) che poco differisce dagli altri prodotti, o quando “il talento” stesso si accorge di essere stato rimpiazzato da quello successivo.

Naturalmente il pubblico fatica ad accorgersi di siffatti rimpiazzi poiché tenuto in perenne suspense ed eccitazione dall’annunciato prossimo fenomeno, e quand’anche se ne accorgesse non sarebbe rilevante dacché gli individui cui si rivolge il mercato non sono interessati, anzi, non percepiscono nemmeno certe strategie di marketing. Ma le subiscono; motivo per il quale ambiscono a diventare prodotti loro stessi, convinti di dare alla “perfezione” il proprio contributo, giacché persuasi di esserne portatori.

Ed è in questa riproduzione indefinita di prodotti da consumare che ci smarriamo, che ci consumiamo, e dalla quale usciamo vinti combattendo una battaglia che non siamo noi a chiedere di combattere, ma che ci depreda delle forze e della concentrazione necessarie per affrontare quelle di una vita sempre più avversa, che andrebbero invece osteggiate con impegno e costanza.

Generare un’aspettativa è il vero nocciolo di tutta la questione fin qui trattata. Una società che regge la propria economia grazie ai consumatori, infatti, cresce rigogliosa (gonfiando le sole tasche di chi produce selvaggiamente) finché riesce a rendere perpetua l’insoddisfazione dei suoi membri. In ogni aspetto della vita sociale. Per sostenerla, l’impulso a cercare le soluzioni ai nostri problemi, alle nostre ansie e dolori nei prodotti (o persone) pubblicizzati, non solo è incoraggiato esplicitamente, ma è un comportamento che provoca assuefazione verso l’insoddisfazione e la delusione, diventando abitudine priva di alternativa. Se la soddisfazione fosse definitiva nessuno venderebbe più soluzioni.

Mantenere il consumatore in persistente tensione è la strategia madre di tutte le strategie di vendita adottate dal mercato. Per vendere un prodotto, una persona, un’idea, una riforma, non c’è necessità che questi siano ciò che per cui sono spacciati. Devono rispondere semplicemente all’esigenza di un pubblico che chiede e desidera quanto gli è stato imbeccato di desiderare, di conseguenza, se chiede una rivoluzione basterà piazzare sugli scaffali qualcuno con su scritto sulla maglietta “rivoluzione in corso” per dargli l’impressione di trovarcisi nel bel mezzo; se chiede un talento basterà mandare in scena qualcuno spacciato per tale; se chiede che i suoi sogni possano essere realizzati basterà presentargli qualcuno cui (a tale scopo) sono stati realizzati; se chiede una riforma basterà annunciare qualcosa come tale; se chiede giustizia basterà fare la telecronaca degli arresti eseguiti; se chiede un colpevole basterà indicarglielo; se chiede la fine della fame nel mondo basterà allestire un’Expo; se chiede salari più alti sarà sufficiente fargli credere di avere 80€ in più in busta paga; e via di seguito. Allora è una delusione continua, che genera frustrazione continua, che reprime la rabbia e che ci convince di essere sempre più impotenti di fronte alle infinite complessità che ci vengono rappresentate quotidianamente, ininterrottamente, e alle quali, nonostante tutti i nostri sforzi, non troviamo soluzioni definitive. Del resto ansia da prestazione, eiaculazione precoce e orgasmi simulati sono peculiarità di una società esigente e “fast” come la nostra, insieme ad un consumo sempre più massiccio di antidepressivi.

Thomas Hylland Eriksen spiega perfettamente la società confusa nella quale viviamo:
“Invece di organizzare la conoscenza secondo schemi ordinati, la società dell’informazione offre un’enorme quantità di segni decontestualizzati, connessi tra loro in maniera più o meno casuale. […] Per riassumere: se si distribuisce una crescente quantità di informazioni a una velocità anch’essa crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive. C’è il rischio che i frammenti prendano il sopravvento, con conseguenze rilevanti sul modo di rapportarsi al sapere, al lavoro e allo stile di vita in senso lato”.
(“Tempo tiranno”, p. 139 – 144)

Non essendoci narrazione logica, tantomeno percezione di quel che accade attorno a noi, ne consegue che preferiamo astenerci e lasciar fare agli altri, convinti, in senso lato, di dare lo stesso il nostro contributo poiché apparentemente ci sentiamo al centro del dibattito, quale che sia. In fondo, crediamo tutti di essere dei talenti e di poter cambiare il nostro microcosmo, nonostante il sempre più degradato macrocosmo che ci avvolge, e non viceversa, come invece dovrebbe essere.

Augias, e l’intellettualità tradita


Queste due parole nascono dopo aver visto l’intervista di Daria Bignardi a Corrado Augias nel talk show Le invasioni barbariche.

Questo è un Paese strano. Abbiamo una visione della società totalmente contorta, distorta, distrutta, sradicata dalla ragione, dalla razionalità, dall’onestà. Non siamo più in grado di vedere le cose che ci circondano in maniera chiara, definita, definitiva; siamo esasperati, disorientati da messaggi che si incrociano, che appaiono reciprocamente incompatibili e finalizzati a porre in questione e indebolire la credibilità dell’altro. Oggi più che mai non esiste più una sola verità, un solo modo, una sola formula di vita, una certezza e fiducia in se stessi, e cerchiamo rifugio in chi ci promette chiarezza e ostenta purezza, in chi ci assicura di allontanarci dal dubbio e dall’indecisione. L’incomprensibilità, l’inconcepibilità, la complessità del mondo ci colloca in una posizione di inferiorità inconsapevole, e che inconsapevolmente ci assoggetta a chi ci promette tesori che il mondo stesso sfacciatamente nega. Cerchiamo nel leader, unico e solo, le certezze che da soli non siamo più in grado di comprendere, e tanto meno cercare.
Abbiamo bisogno di autoapprovazione, coscienza a posto, e del conforto di non dover temere di sbagliare e di avere sempre ragione.
Rivolgiamo gli sguardi in direzioni completamente diverse ed evitiamo ogni giorno che passa di guardarci negli occhi, senza renderci conto di essere ammassati sulla stessa barca, sullo stesso gommone in cerca di una terra migliore, ma senza bussola, senza guida, senza una direzione stabilita. Remiamo tutti in modo tutt’altro che coordinato, ma siamo incredibilmente simili per il fatto che nessuno, o quasi, di noi crede di agire nel proprio interesse per difendere i privilegi conquistati o per rivendicare la sua parte di privilegio finora negatagli. Non siamo più una comunità.
Tutti noi sembriamo combattere per giusti valori, universali, assoluti, ma paradossalmente siamo esortati e addestrati a ignorare, nelle nostre attività quotidiane, valori di questo tipo, lasciandoci guidare da persone che hanno progetti incomprensibili, ormai mosse dal solo desiderio di aumentare il valore commerciale della propria immagine, conformi, inquinati profondamente dai modelli che la società dei consumi ci vende; e quel che più mi rattrista e demoralizza, è che lo facciamo in maniera inconsapevole, per rifarmi alle parole di Augias… che ha preso una posizione incomprensibile nella trasmissione “Le invasioni barbariche”. Da intellettuale quale è, mai mi sarei aspettato un’analisi così vuota di contenuti, irriflessiva e carica di sentenze e pregiudizi. Per un attimo mi sono detto: “se Augias si esprime così, forse un problema c’è”. Quando poi, però, è intervenuta la londinese Taiye Selasi, conosciuta dal pubblico come giudice di Masterpiece, il primo talent letterario della televisione, allora ho capito tutto. Intanto associando la figura della Selasi a quella di Augias, in termini di autorevolezza commerciale, si fa assume ancor più credibilità e valore al “talent” da lei co-condotto. Ma queste sono solo mie fantasie. Quel che più mi ha dato il voltastomaco è il silenzio generale che c’è stato, soprattutto di Augias, quando la stessa scrittrice ha ammesso di non saper leggere in italiano, e dichiarato che la versione tradotta in italiano del suo libro non rende totalmente l’idea della versione originale da lei partorita in inglese: «è stata riscritta un’altra storia dalla traduttrice», pur «bellissima», rassicurando il pubblico, e se stessa. Già questo basterebbe a farci comprendere che fare il giudice in un “talent letterario”, sul quale ci sarebbe da discutere molto, in lingua italiana, quando si comprende poco la lingua italiana, è una palese contraddizione, conforme, del resto, alla struttura comunicativa dei media: contraddittoria per costituzione. Tutti hanno taciuto… Augias compreso. Non è stata spesa una parola, una sola, sull’incoerenza dichiarata; ovviamente per motivi puramente commerciali, che come tutti sappiamo hanno la tendenza a scindere dalle ragioni etiche; dalla razionalità stessa. E forse proprio per questo ho avvertito ancor più dolorosamente la mancanza di contenuti e una fastidiosa cacofonia nelle espressioni di Augias.
Siamo immersi nelle sabbie mobili, e ci stiamo ormai affogando.
E il male più grande, caro Auguas, è proprio l’inconsapevolezza. La Tv, il mondo dell’immagine, del commercio stereotipato, è un mondo sempre più lontano dalla realtà: se (e solo se) in passato hanno avuto una qualche relazione, oggi si sono separati definitivamente, e come in tutte le separazioni, quelli che subiscono di più sono sempre i figli: il pubblico; l’opinione pubblica; la ragione; l’onestà.