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La vita? Uno spettacolo in differita


Nel mondo delle apparenze, dei pregiudizi, delle realtà virtuali, dei sogni, della bellezza estetica, le cose sono ciò per cui si spacciano, prevalgono su ciò che c’è, mentre in realtà non sono e neppure ci sono. L’informazione, la cultura, sono diventati oramai atti di fede, convinzioni, anziché il raggiungimento, la realizzazione di una formazione personale attraverso un percorso ateo, fuori dalle dialettiche delle credenze popolari e dai paradigmi mediatici. Crediamo a tutto e a tutti, purché sia proiettato su uno schermo. La nostra è una cultura delle realtà televisive, virtuali, simulate, attraverso le quali ci viene offerto tutto un campionario di risposte stereotipate, preconfezionate, adatte ad ogni occasione della vita.

Persino la socializzazione è divenuta un atto di fede edificata sulle apparenze.

E viene da gridarlo allora sempre più forte, che questa non è più la realtà, ma uno spettacolo che va in onda ininterrottamente, dove ognuno di noi è il protagonista, l’attore principale della performance che ogni giorno va in onda. Ci comportiamo infatti da protagonisti, esponendo il nostro vissuto con la speranza, la prospettiva che sia osservato, pronto da essere proiettato sui grandi schermi, e così tutto quello che facciamo lo facciamo erigendolo sull’attesa che la nostra performance venga notata e mandata in onda. Non si spiega altrimenti l’eccessiva esibizione delle nostre intimità nei social network come nei programmi televisivi. Viviamo in simbiosi con lo spettacolo. La nostra vita è uno spettacolo che chicchessia può osservare e specchiarcisi.

Di fatto non c’è più neppure bisogno di gridare al complotto, d’ipotizzare che questo sia un modello esistenziale voluto da chissà quali menti dittatoriali, poiché l’unico vero tiranno è lo strumento, il medium in sé. La scienze sociali ci insegnano che l’essere umano apprende e opera prevalentemente per imitazione, per appartenenza (a ceti, gruppi, credo, ecc.), e quelle neurologiche che lo fa attraverso determinati neuroni chiamati, non a caso, “Specchio”. Piazzati davanti agli schermi, dentro i quali l’esibizione dell’intima natura umana è spettacolo — che spazza via l’esibizione del reale tangibile, corporea, diretta (e in diretta), priva di intermediazioni — assumiamo noi stessi le ragioni della spettacolarizzazione, dell’esibizione, dell’esternazione dell’intima individualità, che si perde così inesorabilmente e inevitabilmente nel mondo delle apparenze, delle realtà simulate, del varietà, della commedia, della tragedia della vita. Siamo noi, grazie al medium, che promuoviamo, sosteniamo e prolifichiamo realtà ritardate, mediate, indirette, digitali, create, recitate e proiettate in differita.

Viene dunque da chiedersi che futuro ci attende, dal momento che non esistono più presente né passato, schiacciati entrambi da un imperioso apparente, illusorio. Non esiste più memoria individuale organica, vivente, interiore, ma memoria digitale, catodica, sintetica, esteriore. Sembra che tutto voglia stare sulla superficie, che voglia essere visto, identificato, esibito, ma non riconosciuto, contraddistinto, caratterizzato. Paradossalmente, nonostante frustrazioni e psicopatie dilaghino, non riusciamo più ad interiorizzare. Motivo per il quale non riconosciamo più noi stessi e la realtà che ci circonda. Lo dimostrano i dati delle ultime elezioni: non abbiamo bisogno di capire il mondo, poiché il mondo è già spiegato dalla sempre più massiccia ed efficace propaganda. Non abbiamo bisogno di accresce, costituire e affermare per noi stessi la nostra intima individualità, poiché è all’“esterno”, nell’esibizione, che questa trova il “senso”. Non abbiamo bisogno di cambiare il mondo: è già cambiato; nelle nostre illusioni, nelle nostre convinzioni indotte, negli schermi che abitiamo, nella vita che recitiamo.

Come raggiungere l’irraggiungibile, senza raggiungerlo


Oggi, siamo sempre meno capaci di sperimentare il mondo vissuto. L'”essere-nel-mondo” sembra aver lasciato spazio a l'”essere-nel-mondo-a-domicilio“.
Le nostre esperienze sensoriali si “limitano” ad interazioni effettuate attraverso strumenti collocati nelle nostre abitazioni: acquistiamo, operiamo, pratichiamo, diciamo, scriviamo, eleggiamo, creiamo, immaginiamo, organizziamo, viaggiamo, relazioniamo, tutto attraverso medium posti tra “noi e il mondo“.
Viaggiamo da un punto A ad uno B spediti come un pacco, facciamo esperienze prive di sorpresa, accompagnati dallo stesso comfort che gli elettrodomestici ci offrono. La nostra è un’interrotta attività consumistica che non si esaurisce, data la vastità infinita delle offerte e delle semplificazioni che l’industria dell’intrattenimento e del comfort mette a disposizione.

Pur rimanendo fissi davanti allo schermo, siamo comunque in qualche modo trasportati, o forse sarebbe meglio dire “trascinati”, in contesti diversi e distanti da quella che è la nostra localizzazione fisica, e andiamo così incontro ad una costante “duplice esistenza spaziale“. Ciò comporta un’inevitabile perdita di senso del luogo: lo spazio occupato fisicamente si fa evanescente fino a diventare quasi del tutto estraneo e privo di significato, a un individuo che si trova incessantemente “qui e altrove“, e in definitiva permanentemente in un “non-luogo“. Il nostro corpo rimane fisso in uno spazio limitato mentre la nostra mente oscilla nell’universo infinito di un “pieno effimero“, dandoci la sensazione di essere presenti ovunque nel flusso della banca dati. Possiamo quindi definire questa oscillazione tra il “qui e l’altrove” come una forma di schizofrenia artificialmente prodotta. Un conflitto interiore tra spazio, tempo e fisico, tra percezione e mobilità, che sovverte la conoscenza del mondo che ci circonda nella reale realtà; un effetto dislocante prodotto dall'”assunzione” mediatica che “neutralizza” ogni luogo. Siamo, infatti, sempre altrove e mai a casa, e anche contemporaneamente ovunque e sempre in casa, accompagnati come siamo dal continuo trasmettere artificiale.

Oltre a perdere il dominio della nostra sfera privata, per via della “domiciliarità” delle relazioni, perdiamo anche contatto con la sfera pubblica, dato che ormai ogni luogo viene associato alla realtà mediatica rappresentata con tenacia negli spazi domestici. Ne consegue un abbandono di interesse verso l’esperienza sensoriale diretta, divenuta superflua e soprattutto scomoda. Tale effetto “schizofrenico” lo andiamo addirittura ricercando, poiché assuefatti a questa ripetuta “doppia esistenza spaziale“, non più avvezzi come siamo ad adattarci ad un singolo spazio privo dell’influsso degli “strumenti di dispersione“. Ricercata è, appunto, la possibilità di immergerci nel flusso mediatico, proprio perché aneliamo d’evadere dalla nostra condizione domestica.

Viviamo e facciamo esperienza di un surrogato del mondo, che è così in grado di subentrare integralmente nel vissuto.

Siamo in presenza, dunque, di una forma di condizionamento assolutamente impercettibile, visto che lo strumento stesso di questo assoggettamento è fatto coincidere pragmaticamente con la realtà che sperimentiamo.

In effetti è per questo che soffriamo tutti di un’intima forma di “complesso d’inferiorità” nei confronti di un mondo che ci viene rappresentato sempre più irraggiungibile ma allo stesso tempo surrettiziamente a portata di mano, sempre a disposizione, pur essendo inarrivabile, impalpabile e inabitabile nella reale realtà. Siamo costretti, paradossalmente, a riformulare costantemente i nostri bisogni, nei confronti di prodotti sempre più distanti da quella che è la nostra natura antropologica culturale. Sentiamo di essere sempre dietro rispetto a quello che viene messo davanti, in evidenza, e che implicitamente si presenta come l'”unica realtà“. Un’inadeguatezza che ci spinge alla corsa per tentare di tenere il passo, accompagnati dalla paura costante d’inciampare e di rischiare così di rimanere indietro, esclusi da quel mondo di meraviglie che ci sembra essere sempre a portata di mano, ma allo stesso tempo irraggiungibile. Rincorriamo l’artificiale trasformando noi stessi in esseri artificiali, disumanizzati, e questo tentativo di adeguamento quasi ci costringe a pensare che il nostro corpo debba essere qualcosa che deve venir superato.
Di fatto, se ci pensiamo bene, i limiti del nostro corpo ci impediscono di essere ciò che vogliamo: rincorriamo tutti il sogno di diventare “qualcuno“, di trasformarci un giorno in “self made man” a tutti gli effetti. In definitiva, desideriamo non essere più inferiori al prodotto che siamo abituati a consumare, ma finalmente parte integrante di esso: prodotti noi stessi.