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(Ultima Parte) Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner.


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Abbiamo bisogno di qualcuno da odiare perché abbiamo bisogno di qualcuno a cui attribuire la colpa per la nostra abominevole e intollerabile condizione, così come per le sconfitte che patiamo allorché tentiamo di migliorare tale condizione e renderla più sicura. Abbiamo bisogno di quel qualcuno per scaricare (e in questo modo eventualmente mitigare) il senso devastante della nostra stessa inadeguatezza. Affinché questo scaricamento abbia successo, c’è comunque bisogno che l’intera operazione nasconda ogni traccia di vendetta personale. L’ultimo legame tra la percezione del carattere disgustoso e odioso dell’obiettivo prescelto e la nostra frustrazione in cerca di uno sfogo deve rimanere segreto. In qualunque maniera sia stato concepito, tenderemo dunque a giustificare la presenza dell’odio, degli altri che ci sono intorno e a noi stessi, con il nostro desiderio di difendere quelle cose buone e nobili che loro, quegli individui maligni e spregevoli, denigrano e contro cui cospirano. Lotteremo per dimostrare che il nostro odio, la nostra determinazione a sbarazzarci di loro, trovano ragione (e giustificazione) nel desiderio che abbiamo che possa sopravvivere una società ordinata e civile. Insisteremo nel sostenere che li odiamo perché vogliamo un mondo libero dall’odio.
Forse non si accorda con la logica delle cosec ma si accorda bene con la logica delle emozioni il fatto che “die unterklasse” (la sottoclasse) e altri come loro – rifugiati senza casa, sradicati, “non apparenti“, richiedenti asilo che non lo ottengono, sans papiers (senza documenti) – tendono ad attirare il nostro risentimento e la nostra avversione. Sembra che tutta questa gente sia stata creata a misura delle nostre paure. Sono disegni animati su cui i nostri incubi incidono incidono le didascalie. Sono tracce viventi (sedimenti, segni, incarnazioni) di tutte quelle forze misteriose, comunemente chiamate “globalizzazione“, a cui attribuiamo la responsabilità per il timore che abbiamo di venire forzatamente strappati dal luogo che amiamo (dal paese o dalla società) e di finire per strada senza alcuna indicazione stradale e senza conoscere la destinazione. Summa summarium, sono adatti, perfino ideali per il ruolo di una effige su cui, anche solo per procura, bruciate quelle forze che non riusciamo a domare e che sono al di là della nostra portata.
Il “leitmotiv” introdotto da da Wozzeck con le parole wie arme Leute (noi povera gente) segnala l’incapacità dei personaggi dell’Opera di trascendere la loro situazione: un’incapacità che i personaggi sulla scena condividono con la folla che assiste alla rappresentazione. Gli artisti romantici vollero vedere l’universo in una goccia d’acqua. I detrattori di Wozzeck, come lui stesso, non potrebbero essere che delle gocce d’acqua, ma, se tentassimo, vedremmo in loro, se non l’Universo, sicuramente la nostra “Lebenswelt” (mondo vitale, il nostro universo, la nostra comunità, società).
Fine.

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Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner. (2ª parte)


Quel che risulta tanto terrificante nella “povera gente” è il Destino di cui sono, così evidentemente, delle vittime. Destino è il nome che attribuiamo agli avvenimenti che non possiamo né prevedere né prevenire: eventi che non desideriamo né causiamo. Il nome di qualcosa che ‘ci capita’, ma che non è riconducibile alla nostra volontà, e tanto meno alle nostre azioni; il nome dei cambiamenti di fortuna che ci piombano addosso che il proverbiale fulmine a ciel sereno. Il Destino ci spaventa precisamente per il fatto che è imprevedibile e inevitabile. Ci ricorda che esistono limiti a quel che possiamo fare per decidere delle nostre vite come vorremmo che fossero; limiti che non possiamo superare, cose che non possiamo controllare, per quanto affannosamente provassimo a farlo. Destino è la vera epitome dell’Ignoto, di qualcosa che non possiamo né spiegare né comprendere, ed è per questo che ci spaventa così tanto. Per citare Wittgeinstein, “comprendere” significa “sapere come andare avanti“; allo stesso modo, se accade qualcosa che non comprendiamo, non sappiamo cosa fare, e allora ci sentiamo sfortunati e vulnerabili, indifesi. Essere sfortunati è sempre umiliante, ma mai così tanto come nei casi in cui il Destino ci colpisce “individualmente“: quando sono “io stesso” quello che viene toccato, mentre gli “altri attorno a me” vengono oltrepassati dal disastro e continuano a procedere come se niente fosse accaduto. Altre persone sembrano essere riuscite a uscirne illese e senza conseguenze, mentre io ho fallito in modo esecrabile, dunque ci deve essere stato qualcosa di sbagliato in me, qualcosa che ha ‘invitato’ la catastrofe, che ha orientato il disastro nella mia direzione mentre altra gente, ovviamente più abile, perspicace e ingegnosa di quanto non sia io, l’ha evitata. Il sentimento di umiliazione erode sempre l’autostima e il senso di sicurezza di coloro che vengono umiliati, ma mai così profondamente come quando l’umiliazione viene sofferta in solitudine; in questi casi infatti all’ingiuria si aggiunge la beffa, l’insulto: si suppone che ci sia un’unità connessione tra il duro destino e i fallimenti individuali della vittima.

È per questo che Wozzeck cerca disperatamente di ‘de-individualizzare‘ sia la sua miseria che la sua inettitudine. E di riformularle semplicemente con un caso di sofferenza comune alla moltitudine della “povera gente“. Quelli che lo puniscono e lo deridono cercano al contrario di ‘individualizzare’ la sua indolenza. Non vorrebbero sentir parlare di “povera gente” e di destino comune. E cercano di addossare la colpa sulle spalle, personali, di Wozzeck, così come lui cerca disperatamente di de-individualizzare la sua sfortuna. Wozzeck, insistono rumorosamente costoro sperando di ridurre al silenzio la propria ansia, ha attirato la cattiva sorte su di sé. Con le sue azioni o con la sua inazione ha scelto il proprio destino. Noi invece, i suoi denigratori, scegliamo un diverso tipo di vita, e in questo modo non può capitarci la stessa miseria che è capitata a Wozzeck. In modo simile, recentemente un miliardario di Londra ha cercato di convincere duo curiosi giornalisti che la disparità tra il suo benessere e la povertà degli altri fosse dovuta interamente a ragioni di ordine morale:
“Parecchia gente ha lavorato bene perché voleva avere successo, e molta gente non l’ha fatto perché non lo voleva”.
Proprio così: chi vuol fare bene, lo fa, e chi non lo vuol fare, non lo fa.
Dubbi, premonizioni, sensazioni di ansia, tutto questo genere di cose, di qualunque tipo esse siano, vengono placate, almeno per un certo periodo: come le sconfitte di quanto falliscono sono dovute interamente ai loro difetti di volontà, così i miei successi sono dovuti interamente alla mia volontà e alla mia determinazione. Come Wozzeck deve nascondersi dietro il destino della “povera gente” per mettere in salvo quel che è rimasto della sua autostima, così il Capitano e il Dottore devono ricondurre il destino di Wozzeck alle nude ragioni dei suoi fallimenti individuale per mettere in salvo quel che è rimasto della loro sicurezza di sé.

Come ha sottolineato Aristotele quasi due millenni e mezzo fa, non si può essere umani, e se lo si è non si può sopravvivere, al di fuori di una ‘polis’; e ha aggiunto che solo gli angeli e le bestie possono esistere al di fuori di una ‘polis‘. Scorate deve essere stato della stessa opinione, dal momento che, non essendo né un angelo né una bestia, ha preferito una ciotola di cicuta all’esilio da Atene.

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Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner. (1ª parte)


«Wir arme Leute…», “noi povera gente”. È ciò che dice Wozzeck nel corso del primo atto dell’opera, mentre canta difendendosi contro le accuse di indecenza e impudicizia che il Capitano e il Dottore gli scaricano addosso. Wozzeck ha fallito nel vivere secondo gli standard di decenza e decoro che il Capitano e il Dottore hanno fissato. Quegli standard che credono di rispettare e a cui chiedono che tutti gli altri obbediscano; questo almeno è ciò che hanno dichiarato il Capitano e il Dottore, i quali scherniscono Wozzeck, lo deridono e lo oltraggiano per il fatto che, in modo così stridente, “non è come loro”. Lo incolpano della sua bassezza, della sua grossolanità e volgarità come di un peccato abominevole e imperdonabile. «Wir arme Leute», «noi povera gente – replica Wozzeck – non potremmo vivere come voi, per quanto appassionatamente tentassimo di farlo. Nel gioco del vizio e delle virtù, le regole sono state stabilire da voi e da quelli ‘come voi’, ed è per questo che trovate facile seguirle; ma lo trovereste difficile se foste poveri come lo siamo ‘noi, povera gente’». Vi prego di notare che Wozzeck dice “wir” (noi), non “ich” (io)! In altre parole: “Quello di cui mi rimproverate – avrebbe potuto spiegare – non è una mia colpa ‘personale’. Non sono soltanto io che non rispetto gli standard che avete stabilito. Ci sono molte altre persone fallite come me. E biasimandomi, biasimate tutte queste persone, tutti noi“.
Ma chi sono quei “noi” che Wozzeck chiama in sua difesa? Wozzeck non si riferisce a una classe, a una razza, a un’etnia, a una fede, a una nazione. Non fa riferimento a nessuno di quei nomi generalmente invocati, che presumono in modo tacito o che dichiarano rumorosamente di essere delle comunità; gruppi che ritengono di essere uniti (bene o male) dal passato comune, dalla presente condizione e dal destino futuro, dalle poche gioie e dai molti dolori, dai pochi colpi di fortuna e dalle molte disgrazie. Quei gruppi che richiedono ai propri membri la lealtà, che nascono proprio sulla base di questa lealtà, e che risorgono quotidianamente grazie alla dedizione continua dei propri membri. Quei gruppi che si aspettano che ognuno dei propri membri condivida la responsabilità per il benessere di ogni altro, e che si combatta insieme per ovviare alle cattive condizioni di ciascuno. Quei gruppi che sanno chi è un membro (“uno di noi“), e chi non lo è (e che dunque è “uno di loro“), che tracciano un confine tra “noi” e “loro” e cercano con ogni mezzo di controllare il traffico al confine. Nel riferimento di Wozzeck a “wir arme Leute“, questa comunità è presente solo come un fantasma: presente attraverso la sua (deplorevole, incresciosa) “assenza“. Ma vi prego di notare che nell’opera di Georg Büchner quel che più importa non sono i pochi, sobri discorsi di Wozzeck, ma i suoi eloquenti silenzi, ampi e raramente interrotti. È come se Wozzeck obbedisse all’ingiunzione di Wittgenstein: “di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere“. Della “comunità” Wozzeck tace, dal momento che non è mai esistita e non esiste comunità di cui potrebbe parlare. E così, nella sua disperata ricerca di scuse e di qualche forma di autodifesa, ha preferito invocare la povera gente, “arme Leute“. “Arme Leute” non forma una comunità. La miseria di chi ne fa parte, piuttosto che unire, differenzia e divide. La povera gente sopporta le proprie sofferenze individualmente, e individualmente viene accusata per le proprie sconfitte e miserie (individualmente causate e individualmente sofferte). Ciascuno degli appartenenti alla povera gente è piombato nella categoria “arme Leute” a causa delle proprie colpe individuali, e ognuno e ognuna si lecca le proprie ferite da solo. Arme Leute può invidiare o temere gli altri; a volte può provare pena, o può darsi perfino che apprezzi qualcun altro (sebbene non troppo spesso). Nessuno che ne fa parte, però, “rispetterebbe” mai un’altra creatura “come lui” (o come lei). Infatti, se quest’altra persona è “come” sono io, allora anch’essa non sarà degna di rispetto, meriterà disprezzo e derisione come li merito io! Arme Leute ha una buona ragione per rifiutare di concedere rispetto e, a sua volta, per non attendersi di essere rispettata: la sua povertà, la sua mancanza di risorse materiali e dunque anche spirituali, che segnalano privazione materiale e condizioni indubitabilmente miserabili e dolorose, sono infatti delle tracce indelebili e una vivida prova della mancanza di dignità e di rispetto sociale. Testimoniano che coloro che detengono l’autorità, la gente che ha il potere di concedere o revocare diritti, ha rifiutato di assicurargli i diritti dovuti agli altri esseri umani “normali“. Se solo il nome che Wozzeck ha potuto usare quando si è riferito agli “altri come me” è stato arme Leute, noi povera gente, allora, in maniera indiretta, che ne sia stato consapevole oppure no, ha palesato la sua esclusione dalla famiglia degli esseri umani “normali“, e allo stesso tempo il suo esilio dalle comunità che conosceva e da cui era conosciuto, e il fatto che non avesse né un invito a raggiungerne un’altra né la prospettiva che gli venisse concessa l’ammissione a un’altra comunità.

(Fine 1ª Parte) (Parte seconda)