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Salvini e Renzi: leader carismatici a tempo determinato


Come ci insegna Max Weber, esistono tre tipi di autorità nella nostra società: tradizionale, carismatica e legale-razionale, che qui (per semplificare) indicativamente identificheremo rispettivamente nell’ex premier Letta, spodestato proprio da un’autorità carismatica, ovvero quella di Renzi (che in questo momento si contende la scena politico/mediatica con il carismatico Salvini), e l’altro ex premier Mario Monti.
Vediamo quali sono le differenze.
Innanzi tutto dobbiamo chiederci:

su quali basi quelli che detengono l’autorità hanno il diritto di impartire ordini alla popolazione che si trova sotto il loro dominio?

L’autorità tradizionale (Letta) risponde a questa domanda sulla base di quanto è successo prima. In altre parole, la legittimità si basa semplicemente sul fatto che si è sempre fatto in quel modo.
L’autorità carismatica (la coppia Renzi-Salvini), al contrario, si basa sulle doti eccezionali attribuite a chi le esercita: in virtù di questa caratteristica di eccezionalità, i capi carismatici abrogano o modificano la tradizione. Ad esempio, la frase che Gesù ripete nel Nuovo Testamento, «Avete udito che fu detto, ma io vi dico…» è una pura affermazione di autorità carismatica.

Domanda: con quale diritto quest’uomo fa delle dichiarazioni così eccezionali?

Risposta: ne ha diritto perché Dio parla attraverso lui.

Come si nota nella risposta non appare alcun fondamento razionale, ma al contrario suscita un sentimento fideistico, peculiare nelle persone propense a seguire un leader carismatico.
L’autorità carismatica appare sempre contrapposta ad un’autorità tradizionale (ciò non implica che lo sia sempre nei fatti), che mette in discussione sia cercando di cambiarla, sia, nel caso estremo, tentando di abbatterla (abbiamo come esempio Renzi-Letta).

L’autorità carismatica è intrinsecamente rivoluzionaria: essa sconvolge le forze abitudinarie su cui riposa il potere tradizionale. Ma per questo stesso motivo l’autorità carismatica è estremamente precaria e non è in grado di mantenersi a lungo; essa può instaurarsi soltanto in un’atmosfera di intensa esaltazione. Forse per la stessa natura dell’uomo questo stato di esaltazione non può durare a lungo e, quando incomincia a spegnersi, l’autorità carismatica dev’essere modificata o sostituita da qualche altra forma di autorità.
L’autorità legale-razionale (Mario Monti) infine è basata sulla legge e su procedure razionalmente dimostrabili.

Domanda: con quale diritto l’esattore può esigere una tassa?

Risposta: ne ha il diritto grazie a una determinata legge approvata dal Parlamento.

A differenza dei primi due tipi, questa forma di autorità non si avvolge di mistero, e la fede in questo caso non trova collocazione e non ha alcun valore.

In ogni caso, l’esercizio del potere legale-razionale è, come si dice, confortato da specifici provvedimenti di legge che, almeno in linea di principio, possono essere spiegati razionalmente, assieme alle finalità sociali che ne stanno alla base.
Il tipo di autorità carismatica è il più comune nel mondo d’oggi, e la forma amministrativa che gli si addice e lo legittima è, come abbiamo visto, la fede. Ma una fede a tempo determinato: almeno fino a quando l’atmosfera di intensa esaltazione si manterrà alta, ovvero fino a quando la popolazione non si accorgerà che saranno tradite le aspettative promesse.

A questo punto, però, nasce un problema, ovvero la percezione che si ha della realtà. Viviamo in una società mass-mediatica: percepiamo la realtà che ci circonda attraverso la rappresentazione, la narrazione che i leader propagandano attraverso i media, piuttosto che come è nella realtà che viviamo. Questa, che si può definire “alienazione dalla realtà”, viene ben espressa da Eriksen:

“Invece di organizzare la conoscenza secondo schemi ordinati, la società dell’informazione offre un’enorme quantità di segni decontestualizzati, connessi tra loro in maniera più o meno casuale. […] Per riassumere: se si distribuisce una crescente quantità di informazioni a una velocità anch’essa crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive. C’è il rischio che i frammenti prendano il sopravvento, con conseguenze rilevanti sul modo di rapportarsi al sapere, al lavoro e allo stile di vita in senso lato”.

(Eriksen, “Tempo tiranno”, p. cit. 139, 144)
E una delle conseguenze è proprio quella che William Thomas sintetizza così:

“se la gente definisce una situazione come reale, essa produce delle conseguenze reali”.
Pertanto, l’autorità che risulterà più efficace e durevole nel tempo dipenderà da quel che la maggioranza della popolazione percepirà come “reale”, indipendentemente dalla “reale realtà”, ovvero dipenderà dall’abilità del leader carismatico di raccontare storie (quindi non necessariamente una, lineare, razionale, con un inizio e una fine), o, per usare termini più “attuali”, da un’efficace storytelling.
Pertanto le aspettative rispetto a ciò che ci riserverà il futuro fanno parte della percezione che abbiamo della realtà facendocela apparire più o meno piacevole. In quest’epoca storica (dominata dal consumo impulsivo) il senso del dovere e della responsabilità, interpretato in senso psicoanalitico dal Super-Io, cede il passo di fronte alle pretese dei desideri al punto che essi appaiono come se fossero realtà. In questi momenti arriviamo ad autoconvincerci che sia un diritto acquisito ciò che noi desideriamo (quindi non è detto sia sempre legittimo o conveniente). Può succedere allora che la percezione sia così collettiva da determinare nella classe politica la determinazione a fissare per legge queste nostre aspettative: il leader carismatico insegue i sondaggi degli umori da lui stesso suscitati nella popolazione attraverso lo storytelling ed agisce in conseguenza di questi, oppure facendole credere di aver agito in loro conseguenza. Insomma mentendole, che è generalmente la mossa più praticata, in particolare nel nostro Paese.
In altre fasi appare invece il timore di un futuro incerto per cui, mentre psicologicamente rientra in gioco il Super-Io, abbiamo timore di dover accettare una nuova formulazione mentale della realtà meno piacevole di come ce l’eravamo immaginata. Emerge una sorta di rabbia e il timore per cui ci si schiera dietro al baluardo di leggi che danno come acquisito quel diritto. Ed è a quel punto che calerà il sipario sul leader carismatico decretando la fine della sua popolarità. Ma niente paura, al suo posto ce ne sarà un altro già pronto a sostituirlo, perché viviamo in un momento storico nel quale a contare sono le autoritarie abilità comunicative, e non le autorevoli abilità di governo.

Matteo Salvini: l’alibi per il delitto perfetto della ragione, e il vero mendicante di questa società


Perché il consenso nei confronti di Salvini cresce? Perché nel Paese dove il tasso d’ignoranza cresce vertiginosamente uno così o lo ami o lo odi. Quello che dice risulta una manna dal cielo per chi (grazie a campagne mediatiche ad hoc) crede che tutti i mali derivino da immigrazione e Rom, mentre è oltremisura odioso per chi sa o anche solo percepisce che sono solo una caterva di falsità e cattiverie.
Salvini è utile al sistema corrotto italiano, un sistema che per poter mantenere indisturbato i suoi benefici e privilegi ha bisogno di indicare all’opinione pubblica un colpevole che non è certo quello vero – ovvero chi notoriamente occupa posizioni dominanti – ma chi è collocato in una posizione più debole, quindi più facile da colpire e, è il caso di dirlo, affondare: l’immigrato. Ed è utile anche all’Europa per lo stesso motivo. Lo possiamo registrare con l’ascesa di tutti i movimenti fascistoidi.

Salvini, lui stesso pedina del sistema, è necessario affinché il delitto della ragione sia perfetto. È l’alibi esemplare, ineccepibile.
Ma per essere sviluppato quest’alibi ha bisogno di mezzi potenti ed efficaci, quindi in soccorso alla sua concretizzazione ci deve essere un intermediario che incanali l’opinione pubblica su di esso. Rivolgere altrove le attenzioni della massa, anziché sul vero assassino, è la missione dei Media.
In Tv, com’è risaputo ai più, ci va chi incrementa i profitti alzando gli ascolti: quanto più alti sono gli ascolti, tanto più alto è il costo degli spazi pubblicitari. Il palinsesto televisivo italiano non mira a fare informazione di qualità (di spazzatura gronda), ma a fare profitto. Questo non va calcolato solamente per mezzo dei ricavi pubblicitari, ma soprattutto attraverso ciò che il sistema corruttivo ogni anno toglie alle casse dello Stato. Sappiamo come funziona il nostro Paese, delle mafie che lo occupano, e anche quanti sono i miliardi di euro che finiscono nelle loro casse. Ora, l’analisi da fare è molto semplice: s’invitano (negli infiniti e stantii Talk-Show) personaggi che risultano più telegenici, che bucano lo schermo, pertanto catturano l’attenzione dello spettatore; non ha importanza che si discuta dei contenuti, piuttosto incentrare tutto sulle abilità comunicative, che in un contesto dove il tasso d’ignoranza è l’unico ad avere il segno +, un Salvini qualunque pare dire delle verità assolute. Di contro, chi odia i Salvini resta comunque attaccato allo schermo un po’ per masochismo e un po’ per fare il tifo al suo antagonista (messo lì a tal proposito, non certo per la favola della par-condicio). Questo circuito, o recinto, o ring (o zoo), suscita non poche frustrazioni in entrambe le categorie di pubblico, che vedono darsi torto e ragione incessantemente. Accade allora che i più fragili intellettualmente si lascino convincere dalle presunte pressanti verosimiglianze, mendicate o estorte, oppure lascino stare convincendosi a non andare a votare. Ecco, a proposito di mendicanti nullafacenti, quelli veri sono i Salvini, non quelli che stanno per strada. Sono quelli come lui che mendicano da una vita occupando spazi, poltrone che eticamente non meritano. Sono quelli come lui i veri parassiti della società. Sono quelli come lui che lasciano la gente per strada. Sono quelli come lui che uccidono la ragione con una perfezione assoluta.

Integrazione: siamo all’Era glaciale dei sentimenti


Viaggiamo, con la mente aperta alla ricerca di qualcosa di diverso, di luoghi diversi, di culture diverse, di facce diverse, di suoni diversi, di colori e odori diversi, per scappare dalla frenetica quotidianità cui siamo costretti, ma quando è il diverso a raggiungere la nostra “terra privata”, non siamo pronti né disposti ad accettarlo, poiché istruiti a decidere noi dove e quando incontrarlo, anche se coviamo spesso in silenzio un’altra vita, un nuovo inizio in terre meno deliranti. E allora dal rifiuto all’emarginazione del diverso è un passo, e ne basta un altro affinché da quest’ultima si elaborino i nostri spazi come terreni di battaglia sui quali combattere per assicurarsi la supremazia esistenziale, in un mondo proclamato sempre più angusto.

Capita inoltre che chi non ha viaggiato mai non sia preparato ad accettare il diverso, perché sperimentato soltanto attraverso i filtri di un documentario (anche se viaggiare non implica di per sé sensibilità, disponibilità, espansività, dato che sempre più frequentemente ci releghiamo in spazi dedicati al turista – specie per motivi di sicurezza – che a sua volta richiede servizi standardizzati), e lo considera quindi come una minaccia imminente, che priva di risorse – paventate insufficienti – la “nostra terra”.
Le politiche d’integrazione multiculturale poco sono prese in considerazione dai governi occidentali, ed è principalmente a causa della loro carenza che il diverso fatica ad essere compreso e accettato. Al contrario, perfettamente integrata nel tessuto sociale, nell’immaginario collettivo dei popoli occidentali, è la dottrina del PIL.

I governi occidentali infatti si spendono corruttivamente affinché beni e servizi transitino liberamente da una terra all’altra e siano ben presenti nelle nostre case, e ha poca importanza se è lo sfruttamento utilizzato per produrli a generare l’esodo di massa cui noi tutti stiamo assistendo. Poco spendono invece per insegnare il degrado sociale e culturale creato per inseguire il profitto, indirizzando furbescamente il sentimento collettivo verso dispotismi, egoismi, diffidenze, invidia, così chi è costretto a scappare da quelle realtà si ritrova a sbattere ancora contro la stessa insensibilità.
Perché è grazie ai potenti mezzi oggi a disposizione se siamo capaci di credere, come ingenui fanciulli incantati dalle favole, nella reale esistenza di Babbo Natale (un Salvini qualunque) e dell’Uomo Nero (un immigrato qualsiasi). E allora ti capita sovente di ascoltare in giro ragazzini che per offendersi si scambiano epiteti come «sei un marocchino», e ti accorgi di quanti passi è retrocessa l’umanità, e di quanti invece è avanzata la spietatezza.
Viviamo così nell’Era glaciale dei sentimenti, nel pieno di una catastrofe, e questo mondo somiglia sempre più a un mondo privo di umanità, e di comprensione, pietà, accoglienza, sostituita da marionette senz’anima, né calore né ombra. E non è un caso che in numero sempre maggiore l’uomo venga sostituito nei suoi compiti dalle macchine, come non lo è il fatto che ad un aumento del degrado corrisponda una diminuzione della coscienza.
Nessuno ha più responsabilità in questo carosello di scaricabarili, dove il colpevole si è fatto invisibile, attore di questa tragicommedia che è la vita, in cui svolge le sue attività solo su comando, e dove non è concesso, poiché non ne ha facoltà, domandare, avere dubbi, per non destabilizzare il fragile equilibrio economico da cui dipende la sua esistenza. L’oppressione della libertà di pensiero, della consapevolezza di un mondo alienato, dà origine a tensioni fra popoli che nulla hanno di opposto, e che anzi hanno in comune tutti la stessa oppressione e la stessa incolpevolezza. L’inciviltà verso la quale siamo diretti reprimerà quel po’ di empatia che ancora sopravvive educandoci a considerare la “nostra razza” superiore, e come l’unica degna di occupare terre. Ebbene sarà sempre guerra, una guerra stabilita dalla favola del PIL. Nel frattempo, quanto più il mercato è libero, tanto meno ci sentiamo sicuri. Ma è solo un caso.