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“Bisogna avere più cervello e meno cuore…”, perché siam bravi tutti a parole


Riprendendo il filo da dove avevo lasciato, come già detto, finita la Seconda Guerra mondiale dopo la Liberazione rientrarono nelle case, 20 mesi più tardi, 200.000 partigiani e circa 500.000 italiani nascosti o fuggiti all’estero nonché 1 milione e 360.000 di prigionieri sparsi in tutto il mondo, senza contare quelli che non sono mai più tornati, fondando e radicando comunità in ogni angolo del pianeta. Inevitabilmente fu un esodo di massa, che però non riusciamo neppure a paragonare con quello che sta avvenendo oggi nei paesi schiacciati dalle guerre. Perché? Eppure le affinità ci sono tutte: dittatori che opprimono e schiavizzano le popolazioni ai loro voleri per soddisfare una personalissima concezione del mondo che si erge sulla supremazia come pure sugli interessi economici. Non c’è la “razza ariana” a fare da capro espiatorio, ma c’è quel comune impulso avido a controllare e annullare gli Altri, considerati unicamente come strumenti per raggiungere i propri scopi, atti ad affermare un vantaggio competitivo in un mondo che fa del dominio e della competizione le sue ragioni d’esistenza.

Quando le Guerre si conclusero, l’Europa fu liberata, ma non finirono i disagi e le violenze da un giorno all’altro. Era tutto distrutto; c’era tutto da ricostruire. La produzione industriale italiana era bassissima: se 100 era quella del 1938, nel 1942 scese a 89, nel 1943 a 69, e alla fine della guerra era piombata a 29. C’era una diffusa indigenza: con la tessera alimentare si arrivava ad appena 900 calorie al giorno, gli altri saltavano i pasti o erano costretti trovare il modo di arrangiarsi. Iniziava in questo clima “la grande avventura della ricostruzione”, non solo materiale ed economica, ma anche dei valori, spirituale. Possiamo oggi dire di esserci riusciti?

Prendiamo il Sud. Era la parte del paese che più aveva risentito dalla guerra. Oltre ai danni provocati dalle bombe, l’economia era al tracollo, le regioni del sud si trovavano in serie difficoltà, isolate dal resto del paese, e questo non aiutava la popolazione ad avere fiducia.
Nel ’50, tra disagi e rivolte popolari (contro i latifondisti) generate dopo varata l’inefficace riforma agraria, meglio nota come Riforma Segni, fu creata la Cassa del Mezzogiorno, con l’intento di istituire un’ente autonomo in grado di garantire la realizzazione di strutture e attività economiche nel meridione, ma che finì per trasformarsi in un ente politicizzato che dipendeva intrinsecamente dalle direttive delle diverse coalizioni politiche che si alternavano al governo. Così, invece di incentivare la crescita delle regioni del Sud, contribuì a incrementare il mercato per le imprese del Nord favorendo la crescita del reddito e dell’occupazione nelle zone meno disastrate. Quanto è cambiato da allora?

L’Italia dunque, da paese aggressore e oppressore, riscattatasi alla fine della guerra, divenne nuovamente preda dell’avidità istituitasi attraverso interessi economico-politico-strategici. A chi poteva permetterselo non rimaneva che emigrare, non solo verso l’Italia settentrionale, ma anche verso la Svizzera, la Germania, il Canada, le americhe, l’Australia, eccetera. Gli italiani sono numerosi e ovunque nel mondo.
È inoltre doveroso ricordare, per comprendere le allora condizioni, che insieme alla fame e alla grande miseria, alla fine della guerra furono molte le donne costrette a prostituirsi, ed erano costretti a vendersi per 2 o 3 dollari (300 lire) anche ragazzini e ragazzine di 10 anni, che venivano valutati a palpeggi prima di essere sceglierli. Costava molto di più un chilo di carne che una ragazza o un ragazzino.

C’era una dignità da ricostruire ma l’indigenza, le ruberie delle amministrazioni e le discriminazioni rendevano tutto più difficile; certo è che le emigrazioni non si arrestavano.

Tuttavia, il sentimento di solidarietà e umanità non si estinse, ma era più diffuso fra gli italiani emigrati all’estero che non fra coloro rimasti sul territorio. Nella storia dell’emigrazione italiana hanno prevalso a lungo sentimenti di appartenenza locale, generati dalla sostanziale assenza dello Stato nei confronti dei propri emigranti ma anche di quella dello stato che li ospitava. Più o meno è quanto accade fra gli immigrati stranieri presenti in Italia e altrove: escluse le necessarie cure di primo soccorso, di fatto gli stranieri fuggiti dalle guerre e richiedenti aiuto sono prevalentemente lasciati a se stessi, senza alcuna struttura che si occupi minimamente della loro integrazione (le strutture di accoglienza sono sempre più simili a lager). Accade allora che pur di sopravvivere c’è chi è costretto a delinquere, chi a mendicare, chi a fare lo schiavo di qualche padroncino in cambio di un pasto, chi cerca in tutti i modi di raggiungere parenti sparsi in Europa, ma ognuno di loro è sostanzialmente lasciato allo sbando. Per fare un paradosso (neanche tanto), in Brasile, che ospiterà i prossimi Mondiali di calcio, le prostitute (la prostituzione è legale in Brasile) stanno recandosi in massa a studiare l’inglese (gratuitamente nelle strutture preposte sul territorio), in modo tale da essere pronte a fronteggiare l’invasione dei turisti provenienti da ogni parte del globo per seguire la competizione (ma anche per riuscire a comunicare meglio evitando di trovarsi in situazioni pericolose – che certo non mancheranno lo stesso, ma non per questo debbono essere abbandonate a se stesse). I Mondiali di calcio non sono un evento che si può interrompere, come non si può reprimere la prostituzione, come pure gli esodi di massa generati dalle guerre, e giacché non c’è la volontà di fermare nessuna di queste “contingenze”, l’unica via intelligentemente, razionalmente e umanamente praticabile è quella dell’integrazione: predisporre servizi di assistenza e tutela sul piano culturale ed educativo è sempre meglio che reprimere. La consapevolizzazione e l’istruzione hanno sempre aiutato la gestione di situazioni che altrimenti sarebbero lasciate totalmente in mano alla criminalità, come del resto avviene quando le istituzioni vengono a mancare. Basta vedere le condizioni in cui versa l’Italia.

Ad ogni modo, fosse per me i mondiali di calcio non si farebbero, almeno non in mezzo a sprechi colossali che portano solo violenza e dividono il popolo, ma non ho il potere di cancellarli, e in ogni caso il calcio è uno sport che piace, evidentemente così com’è; per alcuni la prostituzione è da condannare senza appello, per altri andrebbe legalizzata, ma nessuno ha il potere di eliminare le prostitute, anche se i fatti di cronaca a volte fanno supporre il contrario; e così vale per la guerra: per alcuni va fatta, è un’esigenza, un’urgenza, una fatalità (?), mentre per altri è inservibile, corrotta, indecente, disumana, immonda, ma nessuno — tantomeno noi italiani — può arrogarsi del potere di decidere “chi” e “se” deve essere aiutato quando da essa scappa. Gli animali in moltissimi casi hanno dimostrato di essere migliori di noi. Ma il punto centrale è che i fattori più importanti, il “come” e il “perché”, non sfiorano alcuno, introiettati di paura come siamo che ci portino via le risorse vitali da un momento all’altro. La stessa paura verso gli immigrati italiani ce l’avevano in molti, ma i governi li facevano entrare poiché servivano a sviluppare le economie infrastrutturali dei paesi stranieri che li accoglievano, non certo per una questione di solidarietà umana, che esisteva solo endemicamente per le ragioni sopra dette. Infatti le condizioni lavorative erano paragonabili alla quelle della schiavitù. L’emarginazione sociale gli italiani all’estero l’hanno sperimentata, e chi l’ha vissuta sa quanto sia da condannare, ma chi si atteggia come coloro che quando non ci sono problemi sono tutti fratelli e allora è giusto darsi una mano, però se ce ne sono “sparisci dalla mia vista”, è ancora più deprecabile, specie se il “sermone” arriva da chi si diverte a elogiare figure come quella di Gandhi, incarnazione della non-violenza e dei Diritti umani, o di Gino Strada, il fondatore di Emergency, l’associazione umanitaria fatta da volontari che si occupa di portare assistenza sanitaria nei paesi distrutti dalle guerre, e che ogni giorno rischiano la loro vita per salvarne altre, innocenti.

La responsabilità che abbiamo nel ricordare certi momenti storici, non si deve limitare ai soli confini nazionali o familiari, ma si deve estendere in tutto quel senso di solidarietà che dobbiamo coltivare per impedire che appassisca definitivamente.

Pur essendo inconsapevoli abbiamo comunque delle responsabilità.

Ci consideriamo in grado di decidere chi deve morire e chi invece vivere, giustificandoci con argomenti impraticabili — ma efficaci — come la mancanza di risorsein un mondo che produce tre volte tanto quello che consuma, così tanto che sarebbe più che abbastanza per tutti. Non è assecondando queste politiche che si risolvono certe questioni sociali.

Quali sono stati dunque gli eventi e i comportamenti che hanno favorito la nascita del sentimento di paura che gran parte dei cittadini europei ha nei confronti di queste povere persone incolpevoli? Sappiamo ormai perché si fanno le guerre, e allora perché non riusciamo ad andare oltre la propaganda mediatica capace solo di infondere odio, paura, persino invidia verso chi fugge da esse? È chiaro che la realtà mediatica prevale su quella effettiva, ma la storia deve pur averci insegnato qualcosa. Già alla fine dell’800 le comunità italiane all’estero erano importanti, proviamo allora a immaginare come avrebbero potuto sentirsi i nostri avi difronte a un eventuale respingimento: sarebbero stati costretti a rimanere in patria a subire le violenze e le ingiustizie, abbandonati a se stessi e ai loro problemi, senza ricevere il minimo aiuto da parte di nessuno. Se un bambino innocente ci tende una mano in cerca di aiuto è difficile girarsi dall’altra parte e far finta di niente, eppure è quello che vogliamo fare, che stiamo chiedendo di poter fare. Qualcuno ha dichiarato che per affrontare certi problemi “bisogna avere più cervello e meno cuore”… come se le due cose, a prescindere, non fossero capaci di esistere parallelamente in comune accordo, eppure gli esempi che dimostrano che se si ha la volontà possono coesistere tranquillamente ce ne sono e sono formidabili, autorevoli, come quelli su citati, anche se i loro lasciti oggi sembrano essere più in mano alle multinazionali che ne hanno fatto dei brand. È rispettoso nei loro confronti? E verso chi crede nei valori che hanno lasciato?

Così come quando c’era il fascismo il sentimento di rivalsa nazionalistica era ben amplificato dalla propaganda di regime, allo stesso modo il moderno regime mediatico instilla nelle menti più deboli e sottomesse un senso di egoismo distogliendo la loro attenzione dalle vere cause generatrici di tanto caos sociale e dai valori centrali che tengono insieme una società fatta di comunità che vivono l’una in simbiosi con l’altra. I sentimenti pseudo-anti-straniero e le misure di respingimento degli immigrati “nemici” che ci accingiamo ad avallare vanno contro ogni principio di convivenza fra i popoli per i quali dovremmo batterci pacificamente. L’unico terreno di guerra sul quale dobbiamo combattere contro le ingiustizie si trova nelle nostre menti e nei nostri cuori, in parti uguali. I Diritti Umani sono di tutti. Tutti. Non facciamoci condizionare dalla propaganda di regime. Chi detiene l’informazione sono gli stessi che hanno interesse a mantenere bassa la consapevolezza verso certe questioni poiché chiaramente li colpiscono da vicino. Chi ha pozzi di petrolio in Niger siede nei consigli di amministrazione dei più grandi conglomerati mediatici (questi sì con un gran senso di comunità), come ci siede chi è nel tessile, nel minerario, nel settore alimentare e via di seguito. Essere consapevoli del fatto che lo sfruttamento di tali risorse distrugge e inquina interi territori lasciando le popolazioni nell’indigenza che noi tutti siamo abituati a vedere solo in foto, come potrebbe farci scegliere le politiche di respingimento? Essere consapevoli del fatto che consumiamo più di quanto ne abbiamo necessità, come potrebbe farci pensare che le risorse non possono non bastare per tutti lasciando entrare chi ci chiede aiuto? Ancora una volta: sosteniamo di essere contro la vivisezione, gli stupri, la pedofilia, gli omicidi, i femminicidi, i genocidi, ma siamo pronti a girarci dall’altra parte davanti alla prova dei fatti. E questo dimostra quanto siamo bravi a parole. Solo a parole. Di atavico ci è stato espropriato tutto, in compenso abbiamo acquisito il linguaggio, la personalità, il carattere comunicativo e apprensivo dei media. Dovremmo esserne fieri? Le amministrazioni hanno sempre rubato, in particolare quelle italiane, ma non è questo un buon motivo per continuare ad essere i loro sottoposti inconsapevoli. Anzi, forse questo è il momento giusto per smettere.

“Bisogna avere più cervello e meno cuore…”, perché siam bravi tutti a parole


Dicono che non siamo razzisti ma xenofobici, poiché la xenofobia è la paura dello straniero (quella che con tanta veemenza ci viene attribuita), mentre il razzismo si esprime con un sentimento di odio verso una determinata etnia. Pensandoci bene, però, cos’altro potrebbe mai essere, se non odio, quel sentimento che ci induce a pensare che i respingimenti in mare degli immigrati sono l’unica politica perseguibile? Abbiamo forse paura degli americani in vacanza? Dei turisti giapponesi o cinesi? I tedeschi non ci facevano paura quando in massa venivano in villeggiatura da noi, come pure i ricchi russi di oggi non ce ne fanno, eppure anch’essi sono stranieri. Non sarà che discriminiamo solo chi non ha denari da spendere? Non proviamo forse odio verso coloro che “invadono” il nostro territorio privandoci delle risorse? Siamo disposti a lasciarli egoisticamente al loro destino certo di morte e violenze, e non vogliamo ammettere che si tratti di odio? Siamo certi non si tratti di una grande ipocrisia?

La xenofobia è come l’aracnofobia o la musofobia (la paura dei topi) e, come tutte le “fobie” conosciute fino ad oggi, che possono manifestarsi più o meno acutamente, esprimono repulsioni perlopiù ingiustificate verso qualcosa o qualcuno: proviamo a mettere un ragno davanti agli occhi di un aracnofobico e osserviamone le reazioni. Se andiamo in un ristorante costoso e ci mettiamo accanto al tavolo dove è seduto un africano pieno di soldi vestito in giacca e cravatta, viene mica da pensare di scacciarlo via? Eppure è uno straniero, e uno straniero con i soldi non è pur sempre uno straniero? E i ragni di qualunque specie non sono pur sempre ragni? Si penserà allora che non si tratta nemmeno di razzismo, ma non è proprio così. Anche razzisticamente, paradossalmente, facciamo discriminazioni. Negli ambienti comuni non conta più il colore della pelle o la provenienza etnica di taluni ma quello dei fogli di carta dentro i loro portafogli. Il razzismo oggi è andato oltre la razza e la xenofobia è andata oltre lo straniero: sono entrambi sentimenti liquidi (che si conformano in base alle circostanze) che trovano sempre più motivazioni nei conti in banca. Le razze sono due e sono valutate distintamente in base alle disposizioni economiche di ognuno, così il povero viene implicitamente sistemato all’interno della “razza inferiore” o marginale, mentre il ricco in quella “superiore” o centrale. Tuttavia a un bambino povero italiano concediamo più volentieri il diritto di vivere rispetto a un bambino straniero nelle stesse condizioni: “prima vengono i nostri bambini” è il mantra in voga negli ultimi anni. Se non ci importa della sofferenza di un povero bambino straniero, come ci potremmo definire? Non sono tutti uguali i bambini? Ci dichiariamo contro la vivisezione, gli stupri, la pedofilia, gli omicidi, i femminicidi, i genocidi, ma siamo pronti a girarci dall’altra parte davanti alla prova dei fatti. Ciò dimostra chiaramente il clima di contraddizioni nel quale siamo caduti, e quanto bravi sappiamo essere a parole.

Ci troviamo così difronte a un modo inconsueto di considerare il prossimo. L’aumento delle discriminazioni ha fatto sì che questo genere di valutazioni immotivate prendessero il sopravvento, al punto che il carattere umano di ciascuno venisse oscurato prima dalla provenienza etnica, poi dalle apparenze e infine dalle sole possibilità economiche. È un pensiero sempre più comune, infatti, ritenere capaci e degne solo le persone che dimostrano di possedere la volontà di arricchirsi e avere successo all’interno della società.

Siamo dunque tutti un po’ xenofobi, un po’ razzisti, un po’ egoisti, ma soprattuto nazionalisti e disumani, però nessuno sa più come autodefinirsi, perciò devono suggerircelo: da soli non ne siamo più capaci.

Dopo le recenti elezioni europee, uno dei messaggi più chiari che il popolo ha espresso è stato quello di voler chiudere le frontiere. Dopo anni che i mezzi di comunicazione di massa presentano all’opinione pubblica rivolte, violenze, attentati, massacri, che avvengono nei paesi più poveri descrivendoli implicitamente come gli effetti provocati da popoli e culture inferiori alla nostra, incapaci di farsi governare, adatti solo a parassitare d’elemosina — essendo esseri intellettualmente inetti —, dediti alla sottomissione e all’annullamento del sesso femminile, abituati a vivere dentro baracche igienicamente lontane millenni dalle nostre moderne case con giardino e sanitari, a non lavarsi e a non cospargersi di creme di bellezza, a mangiare con le mani sporche di terra… quella terra che esiste sempre meno nell’immaginario collettivo del popolo europeo… dicevo, dopo anni di oppressione attuata dalla propaganda di regime, siamo finalmente pronti a scegliere di essere ciò che ci è stato viscidamente imposto.

Parliamo del limbo in cui è caduta la coscienza rispetto a fatti avvenuti negli anni delle Guerre, del fascismo, durante i quali fu messa in atto una delle oppressioni più violente che l’umanità abbia mai conosciuto, e che dovremmo aver desiderio di ricordare proprio per non dimenticare le atroci sofferenze che le generazioni passate furono costrette a subire affinché non si ripetano. Tuttavia, ricordare un’evento è oggi una pratica buona solo a scrollarci di dosso la responsabilità che abbiamo proprio per evitare che simili disumanità ricompaiano sulla scena della civiltà: ricordiamo limitatamente, in maniera contenuta, circoscritta, in un determinato giorno dell’anno, fatti e avvenimenti che invece meriterebbero di essere affrontati facendo lo sforzo di immergerci “empaticamente” nel clima sociale di quegli anni.

Oggi molti hanno dubbi (molti altri non sanno nemmeno di cosa stia parlando), ad esempio, sulla responsabilità diretta dell’Italia e di Mussolini nell’esplosione della Seconda Guerra mondiale che, ricordiamolo, fu dichiarata di comune accordo dal governo fascista e da quello nazista tedesco. Furono oltre 56 milioni i morti su tutto il pianeta, e in gran parte civili, ma i civili non erano solo tra i morti, poiché molti altri sostennero la dittatura, come quelli che riempivano le piazze italiane per esprimere amore e sostegno al Duce. E i dubbi sono proprio figli di coloro che hanno fatto di tutto per mantenere vivo il ricordo di un fascismo “utile ed efficiente”, omettendo, naturalmente, o arrivando perfino a giustificare, tutte le nefandezze di cui si è macchiato. Forse questo lo abbiamo dimenticato, e forse proprio perché nessuno lo ricorda mai abbastanza, quasi a voler nascondere l’errore per sottrarsi dall’impegno quotidiano dell’ammenda, che interessa ognuno di noi, nessuno escluso. E abbiamo dimenticato anche quanti furono gli italiani fuggiti all’estero durante il periodo nazifascista. Consideriamo solo che dopo la Liberazione rientrarono nelle case, 20 mesi più tardi, i 200.000 partigiani e i circa 500.000 italiani nascosti o fuggiti all’estero nonché i 1.360.000 prigionieri sparsi in tutto il mondo, senza contare quelli che sono rimasti e mai più tornati, fondando e radicando comunità in ogni angolo di esso. Come poteva essere la vita in un paese in quelle condizioni?

Emerge così il problema dell’informazione. Abbiamo, in Italia, ma non solo, dei poteri che controllano i media e tutto quello che ci passa dentro, che sono arrivati a sconvolgere la realtà e la storia con una efficacia pari solo al periodo propagandistico nazifascista. Alcuni di questi sono così spudorati da essere capaci perfino di spacciarsi come le vittime delle campagne mediatiche. Abbiamo giornali, televisioni, convegni, che diffondono in abbondanza la propaganda egemone-nazionalista, riuscendo a offuscare valori e ricordi che piuttosto andrebbero custoditi con cura e rispetto. Il risultato è che si è delineato un vero e proprio odio nei confronti di chi chiede aiuto, non solo verso lo straniero: odiamo “la razza inferiore in difficoltà” poiché la consideriamo un’ostacolo per il nostro benessere. Siamo xenofobici, dicono, ma la verità è che si tratta di un po’ di tutto: razzismo, xenofobia, nazionalismo, disumanità.

Sorprendono, per esempio, le enormi contraddizioni che emergono fra tutti coloro che si dichiarano solidali, e che ritengono personaggi come Grandhi, Papa Francesco, Madre Teresa di Calcutta, modelli di umanità da seguire e emulare, quando invece alla prova dei fatti viene a galla quel che in realtà sono diventati: dei perfetti egoisti amanti delle belle frasi ad effetto. È diffuso infatti il sentimento patriottico che sembra non avere più attenzione per gli altri, giacché tantomeno ne riceve. Un sentimento che raggiunge connotazioni di vero entusiasmo e sentita passione in ormai troppi casi. Un protagonismo egemone entrato di soppiatto nella nostra cultura, insinuandosi nelle nostre menti come i più “ingegnosi” e potenti virus informatici fanno con i cervelli elettronici. Quelli più esposti sono difatti coloro che guardano e sperimentano la vita attraverso uno schermo qualsiasi, ovvero prevalentemente i giovani, schermo-dotati ormai fin dalla nascita. È stato ed è, quello della gioventù, un mondo percorso attraverso evoluzioni mediatiche sempre più presenti ed efficaci e viceversa.

Continua…

I veri “sottosviluppati” siamo noi


La politica, la democrazia, che un tempo credevamo essere soluzioni, oggi si rivelano inefficaci, trappole, sabbie mobili nelle quali l’umanità organizzata sta sprofondando. E così guerre, barbarie, razzismo e follia sono il risultato dei fallimenti delle operazioni pseudo-democratiche che perseveriamo, la vera forma di questo inestricabile groviglio. Troppi si ostinano a pensare che la fuga da paesi in guerra sia un segno di rinuncia e di codardia; al contrario suggerisce ch’essa è l’impossibilità di reazione nei confronti d’un sistema troppo grande e troppo forte da poter essere combattuto, contrastato, controllato. Nei paesi “sottosviluppati” (termine davvero inadeguato) si combatte per vedersi riconosciuti una ciotola di riso, una medicina, un po’ d’acqua, o un briciolo di istruzione, che i paesi “sviluppati”, subdolamente negano loro. È evidente la contraddizione nei termini utilizzati per definire e distinguere i “due mondi”, dal momento che per “sviluppati” s’intendono tutti quei territori industrializzati, evoluti, progrediti. Al contrario, la definizione di “sottosviluppati” suggerisce infatti d’intendere l’opposto: arretrati, primitivi, perciò sprovvisti di un sistema industriale che, come avviene appunto nelle società industrializzate avanzate (almeno fino a qualche anno fa), dovrebbe sostenere l’economia, la cultura, tutta la struttura sociale, essendo il lavoro fondamento e realizzazione dell’organizzazione collettiva. Ma le industrie, soprattutto multinazionali, nei paesi sottosviluppati ci sono, sono preseti, e in maniera anche massiccia grazie all’abissale carenza di leggi internazionali atte a garantire il rispetto dell’ambiente dei diritti della forza lavoro, degli individui. Non esistono leggi e organi che vigilano e tutelano né l’ambiente né le popolazioni che lo abitano. Non esistono essendo questi territori dominati dalla corruzione che l'”occidente” ingrassa e sfrutta a proprio vantaggio.
Il nostro modello di sviluppo economico-sociale, il nostro modello democratico, non garantisce a noi, che facciamo parte di questa porzione di mondo, il giusto rispetto per una vita dignitosa, ma anzi sfrutta e alimenta l’ignoranza attraverso tagli alla Cultura, all’Istruzione, e mettendo altresì in atto campagne mediatiche mascherate sotto il nome di “informazione”, ma che nei fatti fornisce un surplus di notizie contrastanti, contraddittorie fra loro, celando in questo modo, dietro la facciata apparentemente democratica, una squallida, totale e assoluta disinformazione. La trasmissione di notizie di oggi assomiglia sempre più a un perpetuo funerale che celebra la morte dell’individualità, della razionalità, e che sembra avere il solo fine di alimentare ignoranze e inconsapevolezza. È l’eccesso della ragione ad uccidere la ragione stessa.

E allora si chiede agli immigrati di rimanere nei loro paesi a combattere piuttosto che scappare (vorrei vedere ognuno di noi nei loro panni); gli si chiede di rispettare Leggi e costumi dei paesi che li ospitano (ovvietà banali, ma anche stupide e autoritarie quando espresse senza cognizione di causa: dove sono le politiche d’integrazione?); gli si chiede di non prendere i sussidi che lo Stato offre loro (perché la colpa è dell’immigrato e non delle leggi dello Stato); gli si chiede di rimboccarsi le maniche invece di venir qua a fare i mantenuti (prima fanno lavori – sottopagati e schiavizzanti – che noi occidentali non vogliamo più fare giacché ci siamo accomodati troppo, poi sono fannulloni: decidiamoci, oppure basta con le generalizzazioni); gli si chiede in pratica di morire, in nome di un non ben preciso e precisato motivo, poiché nessuno sembra in grado di riconoscerlo, d’individuarlo. Nessuno conosce le ragioni di tanto disordine, di tanta mescolanza di popoli, di tanta disorganizzazione democratica, eppure tutti c’ostiniamo a esprimere la nostra opinione che, per carità, è legittima, permessa, sacrosantissima, ma che non vuol dire necessariamente sia giusta, ragionevole, razionale, fondata sul raggiungimento d'”una” verità, che esiste, e che comprende tutte le verità: la verità è una sola, poi diverse, poi di nuovo una sola. Invece oggi ci perdiamo a metà strada, lungo un percorso sempre più accidentato, indecifrabile, privo di segnaletica, di regole, tantomeno d’una direzione stabilita. Certo non da noi. “Contare fino a dieci prima di parlare” ci piace come locuzione da esibire, ma ci riesce meno metterla in pratica. Allora ci piacciono le filosofie orientali, ma siamo tutti rabbiosi; ci piacciono personaggi come Mandela, Gandhi, Martin Luther King, il Dalai Lama, e tutti coloro che hanno dato la vita in nome del riconoscimento dell’uguaglianza fra i popoli, ma siamo subdolamente più razzisti e ignoranti che mai, con solo il desiderio d’estrapolare frasi a effetto pronunciate da taluni personaggi eroici col solo fine di raccogliere consenso (va di moda), senza però aver mai letto un loro libro, conosciuto, studiato e, miracolosamente sposato i loro pensieri, la loro storia, la loro tenacia… la loro forma di non-violenza. Non sappiamo più chi siamo noi (se mai lo abbiamo saputo), figuriamoci se sappiamo interpretare correttamente tanta immensità di pensiero.

I veri “sottosviluppati”, riconosciamolo con umiltà, questa maledetta sconosciuta, siamo noi.