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Sul coraggio


Coraggio è avere il coraggio d’avere paura.
E’ il coraggio di accettare la sconfitta a farci trionfare. Il coraggio è quell’inspiegabile impulso a sbagliare dal quale impariamo a riuscire. E’ fare esperienza dei propri limiti e apprendere di esserne all’altezza, non di esserne al di sopra. Il coraggio non ti sopravvaluta: ti innalza; non ti sottovaluta: fortifica le tue radici. E’ immergersi nelle angosce per annegarle. Il coraggio è il dubbio: è avere il sospetto, non la convinzione. E’ il timore maturato, evoluto. Il coraggio affronta, non si scontra; sostiene, non assale; sperimenta, non delega; non si autopromuove, prende in carico. E’ una forza intima, non svelata, è il coraggio di ammettere a se stessi le proprie debolezze. Perché il coraggio non è invulnerabilità, ma avere la capacità di rivendicare le proprie vulnerabilità. Perché coraggio non è sinonimo di invincibilità.

Coraggio è aspirare ad essere migliori, per se stessi e gli altri, non la bramosia di essere superiori a qualcun altro.

San valentino: amare per decreto


“In tutto il mondo la gente arriva ai limiti dell’assurdo
per evitare di confrontarsi con la propria anima.
Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce,
ma portando alla coscienza l’oscurità interiore.
Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”.
Carl Gustav Jung

Lasciataci alle spalle la festa di San Valentino, una fra le più incoerenti sul piano interazionale fra esseri umani messe a disposizione dei consumatori, riprendiamo la nostra routine quotidiana da dove l’avevamo “abbandonata” per un momento. Una routine già falsificata di per sé, ma sempre più snaturata dai continui attacchi che ci obbligano a vivere frangenti e provare sentimenti solo in determinate occasioni, e per un circoscritto lasso di tempo. In parole povere: le feste ormai sono un intervallo pubblicitario fra una pubblicità e l’altra.

E stendiamo allora una breve considerazione sull’amore, poiché questa la “sostanza” della festa appena trascorsa.

L’amore, che è l’unico antidoto contro il narcisismo, il primo a lanciare allarmi quando c’è da demolire la falsità delle pretese alle quali cerchiamo di tenere aggrappata la nostra autostima, oggi impallidisce davanti all’esuberanza e all’eccitazione, ma anche all’ansia, spesso all’angoscia e alle frustrazioni che scaturiscono da un senso di inadeguatezza sempre più marcato, nei confronti di emozioni e impulsi primordiali sempre più indecifrabili, ma obbligati a manifestarsi a comando poiché fissati sul calendario. Ed è così che, in questo enorme vortice di partecipazioni prescritte, capita che si avverta il bisogno di raccogliere le idee per dar vita all’indignazione. E’ da quest’ultima che emerge la necessità di adoperarsi per dare (anzi ridare) “un senso al senso”.

L’amore appunto, declassato a sottoprodotto di quel che erano nostri più intimi e antichi sentimenti, è impiegato oggi come un’efficace espediente per commercializzare quella che somiglia sempre più a una fiera delle ostentazioni. Il boom elettronico, i favolosi profitti ammassati dalla vendita di strumenti capaci di obbedire a qualsivoglia volontà del padrone, offre un vasto assortimento dal quale attingere l’esperienza della meraviglia. E non ha rilevanza alcuna che sia essa artificiosa o autentica, simulata o sincera, purché sia in grado di accomunarci tutti, di regalarci quel senso di appartenenza cui tanto aspiriamo, più o meno dichiaratamente, più e meno consapevolmente. Perché è dalla solitudine prodotta dai nostri schermi portatili che nasce il nostro senso di aggregazione, non più, quindi, dalla solitudine esistenziale di natura amletica, o filosofica che dir si voglia. Non desideriamo avere dubbi: desideriamo e basta, e lo facciamo per decreto. Non ci interessa imparare ad amare, tanto meno porci domande: ci interessa l’esibizione dell’amore, affinché altri possano riconoscersi e riconoscerci, affinché noi ci riconosciamo in quella degli altri. Ma un senso di appartenenza filtrato, e in aggiunta provocato per decreto, potrà mai renderci consapevoli d’essere “qualcuno” e di far parte, di conseguenza, di “qualcun altro”? Se tutto muove e scivola sulla superficie ornamentale dell’esistenza, se rifiutiamo la comprensione, la consapevolezza e soprattutto l’esperienza, allora rifiutiamo l’amore.

Perché l’esibizione dell’amore, la costrizione a cui siamo implicitamente chiamati ad ubbidire per ragioni programmatiche e come già detto per supplire, o peggio ancora surrogare, a quel che è rimasto del nostro senso di appartenenza, è un’ostentazione fine a se stessa, che dietro al buonismo sentimentale di facciata nasconde in realtà inquietudini come agonismo, emulazione, insoddisfazioni, incomprensioni… che ci è permesso di lavar via in un determinato momento fissato sul calendario, compiendo determinati gesti fissati sugli schermi, dai quali sfilano infinite immagini che richiamano (si voglia o no, o lo si creda o meno) la nostra attenzione convincendoci ad entrare a far parte di “qualcuno filtrato”, e attraverso i quali facciamo gran parte delle esperienze della vita, e dunque dell’amore.

Ora, è vero che il mondo è un mondo spietato, che sfrutta, inganna e mente, e che noi siamo la massima espressione di quest’inganno, di cui a volte ci adoperiamo per conoscere le cause, non per farvi fronte e ritrovare la verità dei nostri sogni, della nostra vita, del nostro senso di appartenenza… dell’amore, ma per adattarci e ingannare, e ingannarci, a nostra volta, perché in fondo che ci frega? A Natale siamo tutti più buoni, e a San Valentino tutti più innamorati.

Bene allora, San Valentino è trascorso, i regali sono stati consumati; possiamo tornare a ingannarci nell’attesa che arrivi il Natale.

Come raggiungere l’irraggiungibile, senza raggiungerlo


Oggi, siamo sempre meno capaci di sperimentare il mondo vissuto. L'”essere-nel-mondo” sembra aver lasciato spazio a l'”essere-nel-mondo-a-domicilio“.
Le nostre esperienze sensoriali si “limitano” ad interazioni effettuate attraverso strumenti collocati nelle nostre abitazioni: acquistiamo, operiamo, pratichiamo, diciamo, scriviamo, eleggiamo, creiamo, immaginiamo, organizziamo, viaggiamo, relazioniamo, tutto attraverso medium posti tra “noi e il mondo“.
Viaggiamo da un punto A ad uno B spediti come un pacco, facciamo esperienze prive di sorpresa, accompagnati dallo stesso comfort che gli elettrodomestici ci offrono. La nostra è un’interrotta attività consumistica che non si esaurisce, data la vastità infinita delle offerte e delle semplificazioni che l’industria dell’intrattenimento e del comfort mette a disposizione.

Pur rimanendo fissi davanti allo schermo, siamo comunque in qualche modo trasportati, o forse sarebbe meglio dire “trascinati”, in contesti diversi e distanti da quella che è la nostra localizzazione fisica, e andiamo così incontro ad una costante “duplice esistenza spaziale“. Ciò comporta un’inevitabile perdita di senso del luogo: lo spazio occupato fisicamente si fa evanescente fino a diventare quasi del tutto estraneo e privo di significato, a un individuo che si trova incessantemente “qui e altrove“, e in definitiva permanentemente in un “non-luogo“. Il nostro corpo rimane fisso in uno spazio limitato mentre la nostra mente oscilla nell’universo infinito di un “pieno effimero“, dandoci la sensazione di essere presenti ovunque nel flusso della banca dati. Possiamo quindi definire questa oscillazione tra il “qui e l’altrove” come una forma di schizofrenia artificialmente prodotta. Un conflitto interiore tra spazio, tempo e fisico, tra percezione e mobilità, che sovverte la conoscenza del mondo che ci circonda nella reale realtà; un effetto dislocante prodotto dall'”assunzione” mediatica che “neutralizza” ogni luogo. Siamo, infatti, sempre altrove e mai a casa, e anche contemporaneamente ovunque e sempre in casa, accompagnati come siamo dal continuo trasmettere artificiale.

Oltre a perdere il dominio della nostra sfera privata, per via della “domiciliarità” delle relazioni, perdiamo anche contatto con la sfera pubblica, dato che ormai ogni luogo viene associato alla realtà mediatica rappresentata con tenacia negli spazi domestici. Ne consegue un abbandono di interesse verso l’esperienza sensoriale diretta, divenuta superflua e soprattutto scomoda. Tale effetto “schizofrenico” lo andiamo addirittura ricercando, poiché assuefatti a questa ripetuta “doppia esistenza spaziale“, non più avvezzi come siamo ad adattarci ad un singolo spazio privo dell’influsso degli “strumenti di dispersione“. Ricercata è, appunto, la possibilità di immergerci nel flusso mediatico, proprio perché aneliamo d’evadere dalla nostra condizione domestica.

Viviamo e facciamo esperienza di un surrogato del mondo, che è così in grado di subentrare integralmente nel vissuto.

Siamo in presenza, dunque, di una forma di condizionamento assolutamente impercettibile, visto che lo strumento stesso di questo assoggettamento è fatto coincidere pragmaticamente con la realtà che sperimentiamo.

In effetti è per questo che soffriamo tutti di un’intima forma di “complesso d’inferiorità” nei confronti di un mondo che ci viene rappresentato sempre più irraggiungibile ma allo stesso tempo surrettiziamente a portata di mano, sempre a disposizione, pur essendo inarrivabile, impalpabile e inabitabile nella reale realtà. Siamo costretti, paradossalmente, a riformulare costantemente i nostri bisogni, nei confronti di prodotti sempre più distanti da quella che è la nostra natura antropologica culturale. Sentiamo di essere sempre dietro rispetto a quello che viene messo davanti, in evidenza, e che implicitamente si presenta come l'”unica realtà“. Un’inadeguatezza che ci spinge alla corsa per tentare di tenere il passo, accompagnati dalla paura costante d’inciampare e di rischiare così di rimanere indietro, esclusi da quel mondo di meraviglie che ci sembra essere sempre a portata di mano, ma allo stesso tempo irraggiungibile. Rincorriamo l’artificiale trasformando noi stessi in esseri artificiali, disumanizzati, e questo tentativo di adeguamento quasi ci costringe a pensare che il nostro corpo debba essere qualcosa che deve venir superato.
Di fatto, se ci pensiamo bene, i limiti del nostro corpo ci impediscono di essere ciò che vogliamo: rincorriamo tutti il sogno di diventare “qualcuno“, di trasformarci un giorno in “self made man” a tutti gli effetti. In definitiva, desideriamo non essere più inferiori al prodotto che siamo abituati a consumare, ma finalmente parte integrante di esso: prodotti noi stessi.