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C’era una volta l’umanità… (Seconda parte, con “obbligo di fermata”)


Oggi, grazie a internet, quel vuoto che ci assorbe quando siamo in solitudine, può essere ignorato o dissimulato; il dolore dell’assenza può essere quanto meno sedato. Se vogliamo compagnia non dobbiamo far altro che accendere i nostri schermi elettronici, non più varcare porte di legno. Oggi le porte sono “d’accesso“, digitali, analogiche, impalpabili, ideali, e ci permettono di sfuggire da quella tormentata solitudine che ancestralmente ci appartiene. Alcuni considerano questo nuovo tipo di rapporto un apprezzabile passo in avanti rispetto a quelli più “tradizionali” di tipo faccia-a-faccia, e sono proprio le nuove generazioni, che si trovano gettati-nel-mondo delle “connessioni virtuali“, ad apprezzarlo di più. Queste (ma non solo queste), non avendo mai appreso (fondamentalmente) le modalità che le interazioni faccia-a-faccia richiedono, avvertono e subiscono maggiormente – inconsapevolmente – la rivoluzione avvenuta nella sfera dei rapporti umani, ma al contempo accolgono con molto entusiasmo gli aspetti negativi che offrono le “connessioni virtuali”.

Infatti, Facebook, Twitter, Instagram, whatsapp, e gli altri social più gettonati, offrono quanto di meglio si possa desiderare, secondo coloro che provano un disperato bisogno di eludere la solitudine, ovvero secondo coloro che hanno bisogno di rapporti umani ma che hanno obliato il “come” e il “dove” cercarli. Molto spesso, di fatto, capita di sentirci a disagio, fuori luogo e infelici in compagnia, ma sono sentimenti che, là dove suscitassero una riflessione, trovano un “obbligo di fermata” in prossimità delle chat e dei social che il mondo virtuale offre. Così disimpariamo a dialogare con noi stessi per cercare di sentire o quantomeno intuire le ragioni del nostro disagio.

Non c’è più alcun bisogno di rimanere ancora da soli: in qualsiasi momento (ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana) basta premere un tasto per entrare in contatto con una vastità di individui soli come noi. Nel mondo virtuale nessuno si allontana mai e tutti sembrano sempre a disposizione. Inoltre, questi siti permettono di contattare gli altri senza doverci necessariamente introdurre in uno scambio che ci esporrebbe ad una conversazione poco gradita. I contatti possono essere sospesi o troncati non appena la comunicazione prende un verso sgradito; quindi non si corrono rischi, e non c’è neanche bisogno di cercare scuse o pretesti, o di mentire: basta un tocco delicato col dito, completamente protetto dallo schermo e indolore.

La minaccia di rimanere soli non sussiste più, e il rischio di doversi sottomettere al volere del prossimo, compiere sacrifici o compromessi, o fare qualcosa che non vogliamo soltanto perché altri lo desiderano, è scongiurato. E tutto ciò è possibile stando semplicemente seduti in una stanza, vuota ma affollata al contempo di persone, oppure mentre gironzoliamo in un centro commerciale o per strada, circondati da amici e passanti: in qualsiasi momento abbiamo la possibilità di “assentarci” per rimanere “da soli” e far capire a chi ci è accanto che intendiamo interrompere i contatti. Possiamo estraniarci dalla folla componendo un messaggio, entrando in un social, per comunicare con chi è “fisicamente assente” e quindi alienarci dal mondo reale che ci circonda.

Ecco, questa “alienazione” ricorrente è ciò di cui dovremmo avere maggior paura. Ma più di ogni altra cosa dovrebbe farci riflettere seriamente sull’eventualità di rimanere privi di questi strumenti di connessione virtuale. Proviamo un attimo ad immaginare seriamente come potremmo sentirci se di punto in bianco tutte le connessioni venissero interrotte, oppure, per chi come me ha abbastanza anni da ricordarlo, proviamo a tornare indietro di venti o trent’anni: ci sentiamo più, o meno umani?

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Il disagio sociale


A cominciare da Darwin, l’umanità ha avuto costanti conferme sul fatto che l’ambiente circostante modifica non solo l’organismo delle specie viventi, il patrimonio genetico, ma anche le abitudini, lo stile di vita, la capacità di adattamento a un determinato ambiente: psicologicamente e biologicamente. Tutti i più recenti studi scientifici, che spaziano dalla psicologia moderna alla fisica quantistica, hanno dimostrato e continuano a confermare che l’ambiente che ospita una forma di vita modifica radicalmente la sua struttura costringendola, per istinto di sopravvivenza, all’adattamento. Non solo. L’essere umano nell’ultimo centennio è riuscito ad andare oltre modificando lui stesso l’ambiente circostante a una velocità sempre maggiore adattandolo alle sue esigenze e ai suoi capricci, stravolgendo i normali equilibri ecosistemici, mutando il corso della natura e degli eventi. In questa corsa sfrenata dei mutamenti, l’unica cosa che risulta chiara è la mancanza di equilibri. Lo si può notare con le estrazione del petrolio, dei gas, con la deforestazione, le estrazioni minerarie, le coltivazioni di ogm,
eccetera, che mutano e consumano il pianeta senza conoscere limiti per supplire a bisogni (che non più sono tali) andati ormai oltre i limiti. Il nostro è un modello di sviluppo che si pone come obiettivo una crescita infinita in un mondo finito quale è il nostro. È follia spacciata astutamente per norma. Una follia che si estende in ogni direzione e che non conosce confini e dimensioni. Un modello di sviluppo orizzontale, obliquo e verticale che scava fin nelle profondità delle sensibilità umane che hanno sempre accompagnato l’evoluzione naturale degli eventi. Si è passati infatti da un’evoluzione naturale a un’involuzione innaturale, artificiale, che mette a rischio la sopravvivenza della gran parte delle specie viventi, compresa la nostra. Se per sopravvivenza intendiamo quell’istinto innato, connaturato alle specie viventi, nel rispetto dell’ambiente circostante, oggi ci troviamo di fronte a un’istinto autodistruttivo che non ha eguali nella storia dell’umanità.
Quel che è evidente, oltre che paradossale, è che il nostro essere ne coglie le contraddizioni, ma non è in grado di gestirle. Nasce così uno scontro tra il nostro sentire e quello che ci viene imposto dall’esterno come modello, così ci troviamo con un gran vuoto dentro che non riusciamo a (tantomeno possiamo) riempire, ma ogni volta che avvertiamo quel vuoto invece tentiamo di riempirlo, consumando e consumandoci di un piacere fugace ed effimero. E appena l’effetto della novità sarà scomparso, il vuoto si farà nuovamente sentire e ricominceremo a cercare le soluzioni nelle cose anziché nelle relazioni.
Il nostro equilibrio psicologico è da sempre direttamente proporzionale alla nostra capacità di dare e ricevere come persone, indipendentemente dalle cose materiali, ma oggi appare chiaramente che tale equilibrio tende sempre più a vacillare nel vuoto interiore che ci siamo scavati. E i messaggi dai quali siamo bombardati ogni giorno sono che la nostra salute passa attraverso il consumo: più acquisto e più io acquisto personalità e fiducia in me stesso.

C’è un altro aspetto da valutare e che io non smetterò mai di sottolineare, che riguarda proprio il senso di appartenenza verso l’ambiente che abitiamo, ovvero il nostro essere-nel-mondo (con-essere). Non ci sentiamo più parte di una comunità: fino a non molto tempo fa i nostri problemi erano i problemi della comunità alla quale appartenevamo e viceversa. Ci siamo trasformati oggi in individui separati dagli altri, e la competizione è infatti un sentimento sempre più comune, di conseguenza tendiamo a fare i nostri esclusivi interessi personali innalzando attorno a noi un egoismo a difesa. E in una realtà sempre più precaria e competitiva, dove la persona viene ridotta a merce o, nel migliore dei casi, a consumatore di merce, il senso di inadeguatezza, di alienazione cresce. Il vero rischio è che questo venga interiorizzato a tal punto che lo si accetti, che lo si consideri inevitabile. Allora soffriamo di fronte a ciò che si è convinti di non poter cambiare, pertanto lo accettiamo ma non proviamo a combatterlo. È un meccanismo che seda la rabbia, la reprime anziché spingerci ad esternarla, creando una pericolosa assuefazione al disagio quotidiano, dove lottiamo continuamente non per cambiare le cose ma per arrivare alla fine del mese o avere fra le mani l’ultimo modello di smartphone da esibire come simbolo di appartenenza, in un modello sociale dove si viene riconosciuti soli in quanto consumatori.

Non smettere mai di desiderare è infatti il principio economico base che tiene in piedi la nostra società.

In questo disagio ci convinciamo di essere responsabili dei nostri fallimenti, la critica ricade su noi stessi, cerchiamo di darci sempre più da fare, ma il contesto è talmente avverso che la nostra operosità a portare il cambiamento risulta inutile, inefficace, perciò non riponiamo fiducia nelle nostre potenzialità. Ci sentiamo impotenti di fronte al sistema nel suo complesso e, a breve termine, non possiamo che rimanerne sconfitti.

Le uniche soluzioni a nostra disposizione non possiamo che trovarle nella cultura, nell’educazione, nella corretta informazione e nei gruppi di autoconsapevolezza, che sono gli unici elementi in grado di agire a livello sociale.
Non è un’epoca facile, e non possono avvenire cambiamenti rapidi per ristabilire i giusto equilibri, e il problema è a questo punto una questione di tempo: quanto ancora ne abbiamo a disposizione per limitare gli stravolgimenti sociali dovuti al modello imperante?

Ma quel che è importante da capire è che non esistono soluzioni individuali a problemi psicologici di natura sociale. Dobbiamo ritrovare quel senso di umanità, di comunità che abbiamo messo da parte e pretendere con tutte le nostre forze un’educazione rivolta a sensibilizzare gli individui su questi temi per tornare ad essere quelli che siamo sempre stati in natura.

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