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Elezioni europee: il malato che prescrive la cura al dottore


Noi, la nostra generazione, quella dei nostri padri, dei nostri nonni, veniamo da una società strutturata sulla base di un’Etica del lavoro sulla quale le nostre identità si sono modellate, educate, organizzate, caratterizzate, determinate. Abbiamo imparato a relazionarci fra noi attraverso le nostre identità lavorative suddivise in categorie, ceti, gruppi, eccetera. La crisi che ci ha investiti dimostra però l’incapacità di alcuni uomini di governo nel garantire lo status di convivenza di tali «gruppi», ma anche una profonda inettitudine a garantire quello individuale. Si è dimenticata l’inevitabilità dell’essere umano d’essere vincolato (ci piaccia o meno), per cause esistenziali, alla coesistenza con altri gruppi al di fuori di uno specifico. Perciò l’accanimento a perseguire la il-logica del successo individuale non potrà che condurci – e ci ha condotti – verso il caos sociale.

La produzione incontrollata, la libera circolazione delle merci, la privatizzazione dello Stato sociale, sono misure partorite da menti offuscate dal profitto, dal voler dimostrare a se stesse (e solo a se stesse) di essere le uniche in grado di governare quella stragrande maggioranza di popolo ‘ignorante’, privo d’ambizioni, e che s’accontenta di quel tanto che gli basta per vivere dignitosamente. Il risultato di questa ostentazione di superiorità (ma che è invece espressione di un grave complesso di inferiorità e di emozioni represse), è quella che oggi viene definita insistentemente, arrogantemente «crisi economica», ma che dovrebbe invece essere chiamata col suo vero nome: «crisi Culturale», per evitare – come del resto è sempre avvenuto – di occultare ancora una volta le radici della grana con cui si vanno a scontrare sistematicamente i «signori dell’individualismo».

Il tentativo miserabile di voler mantenere – ulteriormente – nel limbo, problemi di natura strutturale del modello economico-sociale in corso comprova inconfutabilmente la loro incapacità. La rivoluzione avvenuta nel sistema delle intercomunicazioni non viene presa minimamente in considerazione da lorsignori, confidando e speculando sul fatto che l’eccesso, la sovrabbondanza di notizie messe in circolazione non siano in grado di condizionare o colpire i punti vitali del “loro” modello di società. È vero che «se si distribuisce una crescente quantità di informazioni a una velocità anch’essa crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive» (Eriksen, “Tempo tiranno”), ma è proprio a causa di ciò che cresce il senso di angoscia, d’inquietudine, di preoccupazione, di sofferenza, di inconsapevolezza, e la storia ci insegna quanto sia arduo e decisamente azzardato scommettere sulla governabilità di tali emozioni, specie quando si è mossi da convenienze economiche individuali. Non è una sfida sulla quale conviene giocare come costoro sono abituati a fare in borsa; quando si tratta della vita delle persone, della loro sopravvivenza, messa ogni giorno più a rischio, non esiste governo in grado di contenere la rabbia di chi cerca pane da mettere sotto i denti dei propri figli, e poco importerà, in quel caso, quanto siano o meno consapevoli della realtà che li circonda.

Il gioco vale davvero la pena?

Siamo in piena campagna elettorale per le europee, e fino a ieri nessuno aveva messo in discussione le politiche di austerità messe in campo dai governi, che hanno ridotto alla povertà centinaia di milioni di persone non solo in Europa, ma in tutto il mondo cosiddetto “occidentale” (i dati sulla crescita del PIL americano, ad esempio, non dimostra affatto che la qualità della vita sia migliorata, anzi, le disuguaglianze sono in aumento a fronte di una drastica riduzione dei diritti), definizione, questa, implicitamente divenuta una formula autoassolutoria per ogni occasione, un’autolegittimazione per giustificare qualsiasi cosa nel nome di un progresso presunto ma che sistematicamente si è rivelato essere più un difetto che un pregio, più un fallimento che una conquista, più un demerito che un merito. Oggi, a due passi dalle elezioni, sembra che tutti concordino nell’ammettere che tali misure erano sbagliate e che, forse, avrebbero dovuto agire diversamente.

Che dire…? Peccato non averlo capito mentre la gente iniziava a suicidarsi, mentre le fabbriche chiudevano lasciando per strada milioni di famiglie, mentre le associazioni caritatevoli imploravano per essere degnate di un minimo di attenzione (mai ricevuta), mentre lo Stato sociale crollava (e continua a farlo) a causa delle loro politiche assassine. E non è finita, perché oggi si ostinano a parlarne come se tutto ciò appartenesse al passato, come se la ripresa “fosse alle porte”, come se da domani tutto cambierà. E allora mi chiedo come si può essere tanto idioti e sfacciati quando dietro alla propaganda le piccole e medie imprese continuano a chiudere o quelle più grandi a delocalizzare, e le richieste di assistenza crescono a un ritmo incessante? Come si può essere tanto cinici? È possibile non riuscire davvero a trovare limiti decenti e non così offensivi? Dopo aver distrutto milioni di famiglie, solo adesso, a ridosso delle elezioni europee si rendono conto dei loro errori? È la stessa storia che si ripete, fino alla nausea: per un voto venderebbero la propria madre. Sono un pugno di falliti che si possono contare sul palmo di una mano, e nei loro fallimenti hanno trascinano e continuano a trascinare interi popoli. È come se il malato prescrivesse la cura al dottore, che è e deve essere più democrazia, più poteri decisionali al popolo, più partecipazione nelle scelte di governo.

Forse sarebbe il caso di smetterla. Forse è il momento di mandare in onda un altro film.

Degrado esistenziale


Chi siamo? Che ci facciamo su questa terra, in mezzo a quest’universo infinito e sconosciuto? Qual è lo scopo della nostra esistenza? Come è successo tutto questo? Il Big Bang, l’espansione e l’evoluzione di miliardi di milioni di miliardi di milioni di miliardi eccetera di tonnellate di materia e particelle subatomiche che hanno dato origine al nostro universo così come lo conosciamo, sono spiegazioni che non bastano a dare risposte a domande che ci poniamo da millenni. Questa è la parte scientifica, che non spiega i tanti “perché”, ma solo i “come”. Ci sono voluti miliardi di anni per creare questa terra, in questa parte infinitesimale dell’universo che ci inghiotte nel nulla più assoluto, e fra i miliardi e miliardi di pianeti presenti nella nostra galassia sappiamo, o possiamo affermare con determinazione, entro i confini della nostra conoscenza, di essere una presenza quantomeno rara in quest’infinito vuoto apparente.
Oggi la scienza moderna, con i suoi paradossi, gli enigmi della teoria della relatività, della meccanica quantistica e del mondo submicroscopico, trova armonia con lo spirito e la saggezza del passato, con le teorie dei filosofi greci così come con le filosofie orientali.
Ci sono sensazioni, emozioni, pensieri, domande, che tutti noi in un modo o nell’altro cerchiamo di definire, di comprendere, spinti da qualcosa che sentiamo dentro, come fa un bambino appena nato che per la prima volta si attacca al seno e inizia a succhiare latte come lo avesse fatto sempre. È istinto primordiale, desiderio di vivere, di esistere, pur non sapendo cosa ci riserverà il futuro. Abbiamo l’ambizione di vivere, vogliamo crescere, conoscere, sognare… ci evolviamo.

L’evoluzione darwiniana, l’evoluzione esistenziale, l’evoluzione scientifica, l’evoluzione dell’universo: ogni cosa si evolve, e noi siamo il risultato di un processo evolutivo complesso che non si riduce alla sola rigenerazione cellulare, ma a quella dell’universo intero, e nel nostro corpo, nelle nostre cellule, nel nostro DNA, sono impresse tutte quelle informazioni che derivano dal passato, come del resto è stato dimostrato in uno studio recente. Così come la luna determina le basse e le alte maree, lo spazio che ci circonda definisce e condiziona la nostra esistenza.

In realtà, a chi interessa più farsi domande sull’esistenza? Il benessere materiale di cui siamo circondati è un ottimo sostituto, riempie i nostri pensieri, suggerisce scelte, indica direzioni, ci dice dove andare facendoci fare il minimo sforzo possibile; ci dice chi siamo e dove stiamo andando. Miliardi di anni passati ad evolverci per ridurre tutto ad un senso di appagatezza lussureggiante, effimero, dotato di ogni genere di comfort che come un placebo non esistono se non nelle nostre convinzioni. I nostri nonni, nell'”ignoranza” di un epoca tecnologicamente poco sviluppata, avevano inconsapevolmente la consapevolezza armoniosa della vita e della morte. Sapevano che il raggiungimento del benessere era al primo posto tra gli scopi dell’esistenza, e sapevano bene, quindi, che tutto il loro lavoro, tutte le loro scelte e azioni avevano come unico scopo la prosecuzione della specie umana in una società migliore, senza guerre e povertà. Di certo, nessuno si aspettava che questo benessere si sarebbe trasformato in indigenza, in miseria esistenziale, sotto tutti i profili. Lo sapevano però i grandi industriali, chi finanziava la ricerca e lo sviluppo tecnologico per aumentare la quantità produttiva tralasciandone la qualità e ampliare così il loro raggio di vendite. E lo sapevano i grandi pensatori, che non hanno mai mancato, dall’inizio della prima Rivoluzione Industriale, dalla nascita del capitalismo, di evidenziare le profonde lacune della società che oggi abitiamo. E non si doveva certo essere profeti per prevedere che saremmo arrivati a questo. Non sono mai stati presi in considerazione, accecati dall’accumulo indefinito di ricchezza materiale.
Il risultato che abbiamo ottenuto è più cattivo che buono, più inutile che utile, più distruttivo che costruttivo, più degradante che decoroso. Non è un buon risultato.

Sappiamo bene che la nostra presenza qui, su questa terra, è limitata nel tempo e che dopo sarà il turno delle generazioni successive. Non possiamo farci niente, è una condizione esistenziale che constatiamo nell’arco della nostra vita quando la morte ci separa da un familiare, un parente, un amico, un conoscente. Sappiamo che arriverà anche il nostro turno, ma facciamo di tutto per allontanare da noi quest’unica certezza esistenziale. Sostituiamo i nostri “cattivi” pensieri con azioni che ci appagano materialmente, compriamo cose che fanno assumere al tempo un valore astratto, impalpabile, concezione, questa, che ci viene introiettata sistematicamente.
Se pensiamo che il benessere esistenziale derivi tutto dal benessere fisico vuol dire stiamo andando nella direzione sbagliata.
Si stima che la produzione di beni materiali dell’intero globo potrebbe soddisfare le esigenze di ogni singolo individuo, invece nei paesi dove si producono maggiormente questi beni la popolazione versa in una condizione di assoluta povertà, degrado e arretratezza. Un degrado che produciamo noi, che ci definiamo con grande senso di appartenenza etnica “sviluppati”.
Se pensiamo che lo scopo della nostra vita sia quello di sfruttare al massimo le risorse di cui disponiamo, che non sono illimitate, allora non stiamo salvaguardando la prosecuzione della nostra specie. Stiamo andando nella direzione dell’autodistruzione, e non ne comprendiamo i motivi, non percepiamo i risultati delle nostre azioni, e crediamo di arrivare in punto di morte senza lasciare conseguenze negative del nostro passaggio. Il mondo va a rotoli, i sistemi economici mondiali non viaggiano più su linee parallele alla vita sociale; sono su un altro livello, in un’altra dimensione, e il denaro, strumento economico sociale, mezzo di scambio che ha sempre caratterizzato la nostra civiltà, è diventato etereo, invisibile, impalpabile. I sistemi economici moderni si muovono in rete, nessuno più riempie banche con contante; sono macroeconomie che provocano solo l’aumento dei consumi, della produttività e dell’occupazione a basso costo. Noi non comprendiamo certe questioni, o almeno questo è quello che implicitamente ci viene “insegnato”. Parlare di miliardi che si muovono senza muoversi per noi comuni mortali equivale a parlare di meccanica quantistica. Siamo in una dimensione differente da quella economica, siamo quelli che con le nostre domande, i nostri pseudo-desideri, allontaniamo il contatto con la realtà che ci circonda. Non sentiamo più il valore dello scambio commerciale, ci poniamo superficialmente quando facciamo un acquisto poiché altri si interpongono al nostro posto spingendoci a fare determinate scelte in piena condizione eteronoma. Desideriamo solo averla. Come fosse un desiderio normale, consueto, scontato.
Un popolo non vive di PIL, e anche se a questa frase siamo abituati, dovremmo metterci lì e rifletterci sopra, poiché in quella frase è racchiuso il nostro futuro e quello dei nostri figli. È dimostrato sotto tutti i profili filosofici, scientifici, economici, che il PIL e il benessere individuale non hanno alcuna relazione fra loro, ciononostante ci riempiono le orecchie di spread, di pressione fiscale, di politica di austerità, di debito, di credito, di titoli di stato, di borsa, di investimenti, ristrutturazioni economiche, come se questi condizionassero positivamente o negativamente la realtà della nostra vita. In realtà “avvantaggia” oltremisura chi sfrutta l’incapacità nel dare valore alla vita e alle scelte che facciamo, indotte e alimentate da essi.
È un’epoca in cui l’immagine vuole prevalere sulla parola e sulla logicità e onestà di questa, dove la confezione prevale sul contenuto, il corpo sullo spirito. È un’epoca davvero frustrante.

Quell’amore verso la terra, la vita, si è trasformato in fame bulimica, stressante, snervante, e gran parte di quel che facciamo, così come siamo stati indottrinati a fare, si è ridotto a consumare, comprare, produrre, credendo di appagare così il nostro senso esistenziale, il nostro desiderio di vivere una vita degna di essere vissuta, e soprattutto di farla vivere a chi non vuole, a chi non accetta di accomunare il benessere con il PIL. Siamo nel più completo degrado esistenziale.