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Viaggio alle origini del male


C’è una storiella che parla di un ubriaco e di un bidone d’immondizia. Sembra che questo ubriaco fosse seduto sul marciapiede di fronte ad un bidone di spazzatura e che tentasse con molto impegno e con il massimo sforzo di abbracciarlo. Alla fine, dopo un certo numero di tentativi falliti, l’ubriaco riuscì a circondare con entrambe le mani il bidone di immondizie: sorrise con un ghigno di trionfo, ma immediatamente gli si dipinse in viso un’espressione di sgomento ed egli mormorò tra sé e sé: «Sono circondato!».

La società è l’esperienza che noi facciamo di altre persone intorno a noi: questa esperienza è con noi praticamente dal momento in cui vediamo la luce. È nostra madre la prima che ci chiama per nome e ci spiega la differenza tra un albero e un palo della luce. Questo va avanti per tutta la vita, sia che si tratti di nostra madre, o di altri individui o gruppi che siano. Noi continuiamo a cercare gli altri e gli altri continuano a cercare noi. La società è un’esperienza che dura tutta la vita, ed è anche una delle esperienze che più contano per noi. Essa poi è tutto questo molto prima che noi cominciamo a riflettere su di essa deliberatamente. La società è il nostro modello di riferimento fin dapprima di essere-nel-mondo. È un’esperienza con la quale non possiamo dialogare da subito, dapprima di subito. La società è tutto ciò che ci influenza e influenziamo noi stessi. La società è però una prospettiva che, se vogliamo, possiamo anche cambiare.

Fatta questa breve ma doverosa premessa, con lo scopo di chiarire il fatto che non siamo i soli responsabili, ma che allo stesso tempo tutti lo siamo, e che la miseria umana dalla quale siamo circondati è, che ci piaccia meno, che lo si creda o meno, o che lo si accetti o meno, “anche” una nostra responsabilità.

Un tempo “solidarietà” era sinonimo di “collettività”, e anche di “appartenenza”, un loro complemento, adesso invece è praticamente la succursale di un suo surrogato, ovvero un mezzo per scaricarci di dosso ogni responsabilità, per avere più tempo a disposizione da dedicare ai “nostri” interessi, alla “nostra” vita. La nostra è diventata ormai una “solidarietà delegata”, alienata. È come avere una vicina di casa anziana, sola, impedita, che ogni giorno per poter mangiare necessita di qualcuno che le vada a fare la spesa. Noi siamo a casa tutto il giorno e saremmo disponibilissimi, nonostante ciò, preferiamo chiamare un volontario che nemmeno conosciamo chiedendogli di farci il favore di fare il favore alla nostra vicina di casa di andarle a fare la spesa. È strano, tuttavia ogni giorno ci comportiamo (dai, non tutti) proprio così.

Come ci siamo arrivati?

Siamo “nel” mezzo e al contempo “il” mezzo a disposizione di chi genera povertà collettiva e ricchezza individuale. Noi, che siamo diventati operai (naturalmente mal pagati) nella fabbrica della povertà, in questo siamo certamente, seppur inconsciamente, e ovviamente “obbligati” a farlo, molto più solidali di quanto si riesca a immaginare; siamo una collettività di individui che lavorano uniti per conseguire un unico scopo: permettere a chi vuole arricchirsi sulle nostre spalle di raggiungere l’obiettivo.
Basti pensare che la ricchezza di 85 “paperoni” è pari a quella della metà più povera del pianeta: l’1% della popolazione mondiale detiene metà della ricchezza del pianeta. E il reddito di quest’1% dei più ricchi ammonta a 110.000 miliardi di dollari, ossia 65 volte il totale della ricchezza della metà della popolazione più povera del mondo: circa 1700 miliardi di dollari. È evidente che esiste un problema di confini, di limiti, di disuguaglianze, di ridistribuzione della ricchezza. E noi siamo coloro che con il nostro “surrogato di solidarietà” facciamo in modo che questa ricchezza si alimenti e consolidi ogni giorno di più. E devo dire che ce la stiamo mettendo davvero tutta. A me non piace parlare di euro, di tassi di scambio, di alta finanza, di numeri, tabelle, PIL, manovre economiche, borsa, e quant’altro serva a distogliere lo sguardo dal vero problema: il “consumismo“, che già il termine in sé mi fa rabbrividire. Preferirei parlare di educazione e di modelli educativi, di consapevolezza, di appartenenza, di cultura, ovvero degli unici fattori in grado di concorrere alla risoluzione dei nostri problemi. Le politiche, che oggi sono affidate al mondo finanziario, ossia a quella sfera che si occupa di interessi economici privati, hanno smesso di fare il mestiere per cui erano state (o avrebbero dovuto essere) chiamate ad operare dopo le due Guerre Mondiali, con tutto quello che c’è stato nel mezzo, come la Grande Depressione del ’29, che non sempre ricordiamo, e non certo per una questione anagrafica. Le politiche sociali, come le tragiche esperienze ci avevano insegnato, dovevano servire a ridurre le disuguaglianze fra i popoli e a ridistribuire la ricchezza, invece si sono ridotte ad essere uno strumento alle mercé di una élite che guarda solo al proprio interesse, che per raggiungere gli obiettivi preposti ha sfruttato (e continua a sfruttare) e alimentato (e continua ad alimentare) la nostra ignoranza, riuscendoci talmente bene che i risultati possono essere sotto gli occhi di tutti, se si ha la pazienza e la volontà di vederli, e soprattutto di ascoltarli. Oggi ci troviamo a fare i pezzi di un puzzle nelle mani di meno di un centinaio di persone che, metodicamente, usando tutta la tecnologia (mi passo il termine da solo) psicologica persuasiva che la ricerca ha messo a disposizione dell’umanità negli ultimi anni, ci incastrano assieme anche quando non coincidiamo per niente, a farci così assumere forme e disegni disordinati, scoordinati, che non hanno logica e forma, ma che a noi appaiono tutt’altro, istruiti e abituati ormai come siamo a guardare la cornice anziché il contenuto, o il singolo pezzo anziché l’insieme dei pezzi.

Cosa li spinge a farlo?

Il massimo che gli appartenenti all’élite dei potenti globali riescono a gestire rientra in un raggio che non va oltre i loro interessi. Se le cose si fanno troppo problematiche per potersi sentire a proprio agio, e lo spazio attorno a sé si dimostra troppo difficile da gestire, possono trasferirsi altrove; dispongono di un’opzione che il resto della popolazione non ha. L’opzione di trovare un’alternativa più piacevole ai fastidi della convivenza sociale gli altri se la possono solo sognare: è il lusso di un’altezzosa indifferenza che quegli altri non possono permettersi.

Come riescono a farlo?

Siamo esortati ogni giorno a compiere scelte che mai sentiremmo di dover fare se non fossimo costretti dagli esempi che ci circondano, e a nostra volta noi stessi siamo e diamo l’esempio. Come in un circolo vizioso, siamo ormai convinti, assuefatti dal fatto che se la maggioranza si comporta in un certo modo, allora ci sentiamo legittimati a fare altrettanto, a imitare comportamenti, copiare azioni, riprodurre suoni, parole, concetti, ragionamenti, in una sorta di simulazione che non sembra avere (e in definitiva non li ha) limiti e fini, tanto meno ragioni. Non è un caso che le politiche odierne effettuino tagli ai budget della ricerca, del sistema scolastico e a tutto ciò che riguarda la sfera culturale. Le chiamano politiche di austerità, o “austerity” che fa più figo, che è sinonimo di rigore, di severità, e che evoca una punizione per qualcosa di sbagliato che si è fatto. E se a sbagliare è stato un manipolo di finanzieri, poco importa, a pagare deve essere (sempre) il popolo, naturalmente quello più povero, che con le speculazioni finanziarie non ha nulla a che vedere… D’altronde non possono mica autopunirsi. Bisogna capirli.

Quali sono le conseguenze?

Non è un caso, dicevo, e anche in questo di caso: che ci piaccia meno, che lo si creda o meno, o che lo si accetti o meno.

È scientificamente provato che mantenere la popolazione sotto un certo livello culturale ne garantisce la governabilità da parte di chi desidera approfittarsene. È un dato oggettivo, essenziale, e non andrebbe mai trascurato. Un altro dato oggettivo è il fatto che questa élite non mette in conto le violenze che inevitabilmente scaturiscono dalla povertà: togli il pane da sotto i denti a qualcuno, e costui per sopravvivere si “dedicherà” a pratiche illegali, pur di sopravvivere. Dunque, con la povertà aumenta il tasso di delinquenza; è una conseguenza naturale, umana, endemica; purtroppo l’uomo è pieno di vizi, fra i quali la fastidiosissima inclinazione alla sopravvivenza.

E allora come fare per fronteggiare tutto ciò?

La risposta non è facile. Bisogna tener conto di un altro aspetto dell’uomo, anch’esso profondamente sottovalutato, ma fondamentale per comprendere la situazione in cui ci troviamo, ovvero l'”avidità“; difetto cresciuto esponenzialmente con la stessa velocità e la stessa grandezza con le quali sono cresciute le tecnologie e i comfort effimeri.
Essa, come tutti sappiamo, rende ciechi, non consente di trovare la volontà di risolvere i problemi alla loro radice, specie quando quei problemi sono causati da chi viene chiamato a risolverli, pertanto, le uniche misure in concessione/delega ai governi sono di natura repressiva, ovvero l’inasprimento delle pene, che a loro volta riempiono le carceri, che arrivate a un certo punto di sopportazione rischiano di far scoppiare in rivolta gli “ospiti”, perciò non rimangono che misure estreme, “emergenziali“, come indulti e amnistie. La repressione alimenta rabbia e frustrazioni, e indulti e amnistie insicurezze poiché si ha la percezione che ci siano più delinquenti in libertà, mentre la costruzione e la successiva eventuale gestione di nuove carceri comporterebbe un enorme esborso di denaro, e dal momento in cui non si ha intenzione di sovvenzionare le politiche sociali, per quale motivo si dovrebbero sostentare i delinquenti? L’insicurezza è anche una debolezza che viene sfruttata dalle politiche, e anche qui, non è un caso che le campagne elettorali vengano incentrate sempre più su questo aspetto.

Come ne usciamo, dunque?

La povertà è ingovernabile, e la storia è piena di esempi dimostrativi. Ostinarsi a continuare su questa strada può solo portare alla distruzione, a nuove guerre di proporzioni inimmaginabili.
Per me la risposta sta tutta nella cultura. Aumentare i finanziamenti all’istruzione, alla ricerca, alla cultura… Ma non basta. Bisogna capire, prendere coscienza del fatto che il vero problema, quello che sta alla radice, è il consumismo. Le nostre impulsività, i nostri acquisti irrazionali, non meditati; gli sprechi che ogni giorno ci lasciamo alle spalle non finiscono nel passato senza conseguenze sul futuro, e i residui di tutto quello che acquistiamo non finiscono nel bidone dell’immondizia e chi si è visto si è visto. Bisogna cambiare il nostro stile di vita, radicalmente, e fare la guerra alla pubblicità, al marketing sfrenato, e chiedere con prepotenza, attraverso le istituzioni, che i media inizino a farci capire quali sono le conseguenze di una società consumistica, che non riguardano solo l’ambiente, che da solo è comunque un buon motivo, ma anche il nostro equilibrio psicologico, di convivenza sociale, di appartenenza. Se veniamo definiti “consumatori”, dobbiamo opporci. Come facciamo ad accettare una definizione così stupida?
Dobbiamo rifiutare i modelli sbagliati, quelli che con molta leggerezza fanno passare il messaggio che tutto è scontato, ma sbagliatissimo, come colorarsi i capelli una volta la settimana, o avere due telefoni, centinaia di vestiti negli armadi, due macchine e nemmeno una bicicletta per percorrere brevi tragitti, il rubinetto aperto mentre ci si lava i denti, due docce al giorno, cercare di acquistare solo generi alimentari di provenienza locale e stagionale, e un’infinità di piccoli accorgimenti che messi insieme fanno un’enorme differenza. Se vogliamo limitare gli sprechi ma “non sappiamo come fare“, non è una giustificazione ammessa: basta cercare, basta volerlo. Sono piccole cose che tutti noi possiamo mettere in pratica, quotidianamente. Rifiutando il consumismo, credetemi, credeteci, i bambini che “vivono” (parola davvero inadeguata) dall’altra parte del mondo avranno più probabilità di mangiare che non donando “due euro con delega“, la signora anziana impedita vicina di casa, non sentirebbe nemmeno l’esigenza di chiedere un favore a qualcuno, perché la precederemmo sempre, senza volerlo, e inconsapevolmente saremmo tutti più solidali in prima persona, senza mai più deleghe.
In alternativa, se mai un giorno riuscissimo a ridurre i degradi generati da questa crisi, in futuro ce ne saranno altre, poiché il problema alla radice è la nostra abitudine impulsiva a consumare, e a pensare solo ai nostri interessi.

Qualcuno ha abbastanza anni per potersi ricordare come si viveva quando ancora non esistevano i telefonini? Non avevamo niente e ci pareva di avere tutto… compresi i rapporti umani.

“Io so’ io… e voi non siete un cazzo”


È da un po’ di tempo che avverto una certa repulsione nell’affrontare una riflessione. Ci barrichiamo sempre dietro a postulati tipo: “tutto si può dire, purché corrisponda a quel che penso io”. Valutiamo ogni critica, di qualunque natura essa sia e nei confronti di qualsiasi argomento, sul piano personale, e ogni obiezione diventa così un giudizio mirato. Oggi sembra che la regola base per avere visibilità sia quella di sparare mitragliate di cazzate (quello è il loro nome, e tali devono essere definite) per dimostrare di avere sempre qualcosa da dire, e il vero dilemma è capire su chi davvero abbiamo intenzione di puntare il mirino: sulla folla, oppure contro uno specchio in cerca di autoapprovazione? A me sembra semplicemente un suicidio culturale di massa; un harakiri inconsapevole di cui tutti andiamo, profondamente, fieri. Abbiamo perso ogni valore, e la conseguenza naturale è la quasi (se non del tutto) assenza di valori in quel che facciamo e proferiamo. La nostra è un’esposizione senza fine di contenuti sempre più vuoti, di miliardi di parole dette al vento che non possono far altro che aggiungersi alle altre, formando così un’uragano di stronzate che spazza via tutto quello che di razionale e di buon senso incontra sulla sua strada. E la cosa che trovo ancor più pazzesca, paradossale, schizofrenica, nel vero senso dei termini, è che non si può più dire nulla. C’è da avere il timore d’esser fraintesi e veniamo in un certo senso sollecitati a sparare cazzate per non sembrare, perlomeno, diversi dagli altri, dalla maggioranza, dal gruppo, e allora siamo stimolati ad adeguarci, pena l’esclusione, l’indifferenza. Se proviamo a fare un ragionamento con l’intenzione di trascende dalle argomentazioni spicciole, irrilevanti ai suoi fini, quello che ne ricaveremo sarà soltanto un gran bel giudizio, certamente sul piano personale. Le cose viste dall’alto, da lontano, a volte possono sembrare diverse da come le si vedono da vicino, e con questo non voglio intendere che andrebbero viste con superiorità soggettiva, con arroganza, ma con altezza di prospettiva. Se guardi una singola formica lavorare, e ti soffermi solo su di essa, inevitabilmente perderai di vista il resto della colonia, e difficilmente riuscirai a capire come si svolge la vita sociale all’interno di un formicaio: per comprendere una società, le sue abitudini e i problemi che la soffocano, si deve studiare il suo comportamento, di tutta la colonia, non “solo il comportamento di un singolo individuo”, altrimenti perderemo del tempo prezioso, e quello che ne ricaveremo sarà una formica che segue le altre, o che girovaga qua è là a raccogliere carogne di insetti, pezzettini di legno, di foglie, e magari che viene schiacciata dal primo numero 41 che sfortunatamente si trova a passare per la sua strada. E allora diamo la colpa al destino, al fato, al numero 41, e sempre con maggior frequenza all’individuo incapace di crearsi un occasione, di costruirsi un futuro, al fatto che “quella” formica è stupida, perché avrebbe dovuto vedere la scarpa che le veniva incontro e cambiare direzione in tempo per evitare di essere schiacciata. La colpa è della stupida formica che non ha capito dove si trovava, che non ha saputo cogliere in tempo l’occasione di cambiare direzione, o che si è discostata dal resto del gruppo per andare alla ricerca del suo pezzettino di foglia. Ma quando quella formica si trova a cercare nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, e viene avvelenata da un’insetticida INSIEME al resto della colonia, su chi deve essere addossata la colpa: sulla singola stupida formica che ha seguito tutte le altre? Su tutta la colonia? Su chi ha spruzzato l’insetticida? Oppure su chi ha inventato e reso lecito e abituale, consueto, l’uso dell’insetticida?
A me viene sempre in mente il periodo nazista, al fatto che Hitler, Eichmann, e tutti i “grandi” nomi storici conosciuti che sono stati i protagonisti, gli emblemi delle atrocità di cui è capace l’essere umano, i capri espiatori di cui la nostra misera coscienza/esistenza si serve per andare avanti, e al fatto appunto che siano considerati gli unici personaggi portatori “sani” di disumanità, ma ci si dimentica, in questo esercizio di “illogica”, sempre degli sconosciuti, di tutti coloro che non hanno un nome, che non sono stati al centro delle cronache, ma “semplici” comparse, nascoste nell’ombra, gli ultimi nomi che passano che nei titoli di coda e che nessuno legge mai, di quelli che sono fuori dall’obiettivo della cronaca, dell’informazione che negli anni ci ha abituati a divorare un nome, senza mai farci riflettere sul fatto che “quel” nome non sarebbe contato un cazzo senza il sostegno di un’intera popolazione. Una volta eravamo abituati a pensare che il titolare di una fabbrica senza i suoi operai non sarebbe contato un cazzo, poiché senza di essi mai avrebbe avuto la possibilità di arricchirsi. Oggi invece siamo completamente rincoglioniti, dopo anni e anni di preparazione ed educazione scientifica, e allora basta che ci venga dato in pasto un nome, che lo diano alla folla affamata, per placare le nostre sempre più inconsapevoli frustrazioni. Sbraniamo quel nome, magari riusciamo anche a calmare per qualche minuto la nostra bulimia, e a colmare quel senso di vuoto che ci riempie, ma solo per qualche minuto, perché sistematicamente poco dopo, chissà perché (forse potremmo chiederlo alla trasmissione Mistero, visti i tempi), la fame torna a farsi sentire, e così il quel senso di vuoto. E come fossimo tutti in una grande fiera, facciamo un altro giro, un’altra corsa… In un divertimento monotono senza fine, e senza fini.

È possibile dire che siamo circondati da superficialità senza pensare che qualcuno possa offendersi? È o no un dato di fatto oggettivo affermare che siamo contenitori di stronzate piuttosto che di contenuti razionali? È possibile affermarlo senza che qualcuno si senta offeso sul piano personale?

Insomma, a me sembra tutto un “io so’ io… e voi non siete un cazzo”, solo che quelli erano altri tempi, e non ci rendiamo conto, che i primi a non contare un cazzo siamo noi, povere formiche…

Chi indossiamo oggi?


Come un fiume non riesce a dominare la sua acqua oltre gli argini durante un’abbondante alluvione, o va in secca nei periodi di siccità, così l’uomo si sovraespone o sottoespone, o sproporziona nel suo modo di essere e di mostrarsi quando viene meno la consapevolezza e il controllo del sé. Quando il commercio, anche umano, il consumismo ci sopraffà, siamo come gettati in un mondo che non ci appartiene e a cui sentiamo di non appartenere, e perciò non riusciamo a decifrare.

Chi non sa mai cosa indossare, ad esempio, esprime incapacità nel mostrare se stesso. Scegliere il vestito da mettere equivale a scegliere la parte di noi che vogliamo rappresentare agli altri, e anche a noi stessi. Quando siamo indecisi sull’abito da indossare, esprimiamo un conflitto con noi stessi. Non è un caso che chi pur avendo mille vestiti nell’armadio e ne acquisti sempre di nuovi senta insieme il costante bisogno di “rinnovare” anche se stesso, o la rappresentazione che vuol dare di sé. Il corpo non è solo “una parte” del mondo esteriore ma anche “una parte” del mondo interiore, così i vestiti non sono solo oggetti materiali, ma anche “involucri personali”. “L’abito fa la persona”: in questo consiste il loro significato sociale.
“Il vestito copre”, “il vestito tradisce”, “il vestito contraffà”.
Si può però anche dire che l’abito ci fa, poiché il suo significato antropologico non si esaurisce nel fatto che ci sentiamo osservati e giudicati dagli altri secondo ciò che indossiamo; noi lo sperimentiamo non solo come qualcosa che ci espone e che contemporaneamente ci protegge e ci nasconde dallo sguardo degli altri, ma anche come qualcosa che ci appartiene, nel quale ci sentiamo bene e “liberi” oppure a disagio ed “oppressi”, e inoltre come qualcosa che non solo ci portiamo, ma che anche “ci porta”, ci aiuta (di fronte a noi stessi o agli altri), ci ostacola, ci ingrandisce o restringe, e vela e nasconde a noi stessi il nostro corpo. D’altronde oltre alla nostra pelle cosa c’è più “vicino” a noi del vestito? Dobbiamo (dovremmo) fare però attenzione al fatto che spesso “vestiamo la società” più che noi stessi, dal momento che il “marketing dell’apparire” propone prepotentemente abiti alla moda che sono ormai uniformi anziché accessori individuali, personali, intimi. La moda dà in pasto degli short particolari e tutti ci affrettiamo ad indossarli/desiderarli/possederli, così come stivali, gonne, e tutto ciò che la moda anno per anno decide di venderci (questo naturalmente è un aspetto che non riguarda solo la sfera femminile, o solo gli abiti). Anche (soprattutto) il colore viene imposto. Non siamo più noi a fare la moda, ma la moda a “costruire” noi. Non rappresentiamo più noi stessi ma la firma che indossiamo. Dunque oggi la domanda che più spesso ci facciamo (inconsciamente) quando scegliamo un vestito da indossare è “chi indossiamo oggi?”, e che si tratti di noi o della marca è irrilevante in base ai nostri criteri di scelta. È a causa di questa interconflittualità, o “interconnessione conflittuale” tra l'”interiorità” e l'”esteriorità”, che a fatica riusciamo a incanalare fuori il dentro con equilibrio. Quando l’equilibrio è assente, quando gli argini si rompono, e l’interdipendenza tra il dentro e il fuori si fa confusa, disarmonica, si verifica una sovraesposizione di uno sull’altro. Resta, però, il fatto che oggi sempre meno sappiamo vestirci di noi stessi: tanto meno sappiamo “indossare” noi stessi, tanto più ci vestiamo di estranei.
Tutto questo, naturalmente, è in linea con il senso di alienazione che proviamo, e che è provocato dalla società dei consumi, dove tutto ha solo ed esclusivamente un valore commerciale fine a se stesso; dove tutto, personalità compresa, viene consumato. Un conflitto interiore, che si potrebbe definire “alla moda”.

Diventare famosi


«La mia mamma insegna in una scuola elementare», ha dichiarato Corinne Bailey Rae in una intervista, «e quando chiede a un bambino cosa vuole fare da grande, le risponde: “Diventare famoso!”. Allora lei chiede perché, e lui risponde “Boh, voglio solo diventare famoso”». In quei sogni «essere famosi» non significa nulla di più (ma anche nulla di meno!) che essere sbandierati sulla prima pagina di migliaia di riviste e su milioni schermi, essere visti e notati, essere oggetto di conversazione e dunque, presumibilmente, “di desiderio” da parte di tante persone…

Germaine Greer:
“La vita non è fatta solo di media, ma quasi”.

Il sogno “cieco”


Nel 2004 Filip Remunda e Vit Kausák, studenti della Scuola di cinematografia di Praga, finanziata dal ministero della cultura ceco, hanno prodotto e diretto “Il sogno ceco“, un’opera cinematografica diversa dalle altre: più che un semplice documentario, un esperimento sociale, un ritratto della realtà sociale utile a far emergere la finzione nascosta dietro i ben noti programmi di reality TV.
I due hanno annunciato con un’intensa campagna pubblicitaria condotta su scala nazionale l’imminente inaugurazione di un supermercato. La campagna stessa, pianificata e realizzata da un’agenzia di comunicazione appositamente incaricata, è stata un capolavoro di marketing. È iniziata con la diffusione di voci su un presunto segreto molto ben custodito, secondo cui un misterioso e straordinario tempio del consumismo era in corso di costruzione in una località ancora segreta e sarebbe stato presto aperto ai consumatori. Attraverso varie fasi la campagna è riuscita a modificare e infrangere la routine di acquisto e di consumo del pubblico, chiamandolo a riflettere su prassi quotidiane di shopping banali e monotone, trasformando così delle abitudini fino ad allora mai oggetto di riflessione.
I destinatari della campagna di comunicazione sono stati “provocati” a fermarsi a riflettere, insinuando, attraverso slogan come “smetti di spendere il tuo denaro!” o “non comprare”, che era giunto per loro il momento di “rinviare” (cosa assai insolita) la gratificazione, e stimolandone gradualmente la curiosità e interesse facendo trapelare informazioni sempre più invitanti sulle delizie che attendevano chi avesse accettato di ritardare la soddisfazione dei propri desideri fino all’apertura del misterioso supermercato nuovo di zecca. Quest’ultimo, l’azienda che intendeva aprirlo e le meraviglie che vi sarebbero state offerte erano pure invenzioni. Ma la curiosità e l’avidità create dalla campagna erano assolutamente reali.
Quando, infine, centinaia di manifesti hanno resi noti la data e il luogo dell’inaugurazione, la mattina annunciata, nel posto annunciato, la folla di consumatori accorsi e pronti all’acquisto ha trovato soltanto una lunga distesa di campi incolti e con l’erba alta. All’orizzonte si intravedevano solo i contorni di un edificio colorato e riccamente decorato. Le migliaia di persone impazienti, tutte protese a guadagnare per prime l’ingresso dell’edificio in lontananza, hanno attraversato di corsa, ansimando, i prati umidi, finendo per trovarsi davanti a un’enorme ponteggio costruito per l’occasione: dietro la facciata c’erano solo altri campi incolti, con l’erba alta che cresceva rigogliosa e disordinata…

Tempi moderni


Si ha l’accezione che la società sia incapace di organizzarsi e interagire, come invece avviene nelle comunità locali, che debba quindi essere consigliata necessariamente da qualcuno, e che naturalmente abbia bisogno di esser guidata da un ristretto e privilegiato numero di persone, semplicemente perché la storia antropologica sociale ci racconta questo. Secondo la logica evolutiva, di fatto, esseri umani e animali vivono le loro esistenze basandole su società strutturate gerarchicamente con la funzione di definire ruoli, stabilire regole di convivenza, organizzare le classi sociali e, in particolare nell’uomo, servirsi di simboli intersoggettivi (religiosi, sociali, culturali, etnici) in grado di indicare una direzione, un ideale condiviso da un gruppo. Tutto vero, ovviamente. Ogni epoca è stata caratterizzata da società strutturate gerarchicamente. Generalmente a definire le classi sociali sono le succitate persone privilegiate. Esse, grazie alle conoscenze acquisite proprio per la loro posizione privilegiata (non hanno problemi economici a mandar i loro figli nelle scuole più prestigiose e hanno più facilità nel trovare lavoro nell’ambito dei loro ceti), hanno deciso e decidono il corso della storia dell’uomo, organizzandolo, educandolo, e impartendogli ordini. Sempre la storia ci insegna che solo quando l’oppressione raggiunge metodi insostenibili, nelle società si verificano situazioni in cui gli individui prendono coscienza di sé. In termini marxisti (più moderni) questa consapevolezza viene definita “coscienza di classe”. Le classi sociali più basse prendono coscienza della loro condizione, le ingerenze non vengono più sopportate e si ribellano. È un meccanismo, anche questo, connaturato nell’essere umano. Nelle società moderne questo comportamento fa grande fatica a presentarsi. La debolezza e la superficialità con cui ci poniamo verso la concezione dell’esistenza rallenta, e spesso sopprime sul nascere, segnali di rivolta servendosi di metodi che non erano a disposizione in passato, come la psicologia e il conglomerato dell’informazione. Indebolire psicologicamente il nemico vuol dire aver già vinto metà della battaglia.
Mi chiedo se davvero è possibile far funzionare una società senza differenziazioni sociali.
Ci viene raccontato che la globalizzazione avrebbe dovuto portare uniformizzazione dei consumi e dei modelli culturali, ma nei fatti ci ha condotto verso il consumismo più sfrenato, potendo avere a disposizione qualunque genere di cosa proveniente da qualunque parte del mondo. Questo ha provocato l’aumento della produzione, quindi maggior consumo di risorse e l’aumento dell’inquinamento dovuto in gran parte al trasporto delle merci. Su questo fronte l’essere umano ha fallito, scegliendo un modello di società che amplifica enormemente le differenze fra le varie etnie, per non parlare del grave disequilibrio tra i vari ceti. Chi apparteneva il cosiddetto ceto medio adesso si ritrova di svariati gradini sotto, mentre chi già era ai livelli inferiori ha la sensazione di non esistere più. Non è difficile notare che le popolazioni a fatica riescono a far sentire i loro disagi e la loro rabbia. Quando i mass-media smettono di interessarsi di un problema, possiamo stare sicuri che quel problema scomparirà anche dai nostri pensieri. Da quando è iniziata questa crisi economica abbiamo sentito parlare esperti, luminari, scienziati, premi Nobel, santoni, sensitivi, economisti di ogni genere, cultura e religione, preti, papi, presentatori, show man, politici, maghi, netturbini, calzolai e schiaccianoci! Sono anni che l’informazione ci dà appuntamento al giorno dopo. Sono anni che ci viene detto “questo si può fare”, “domani ci sediamo a un tavolo”, “abbiamo presentato una proposta”, ma soprattutto sono anni che sentiamo dire che “la colpa è tutta sua”. Solo che non si è ancora capito chi è “costui”, e perché tutti dicono la stessa cosa.
La repressione della rabbia, del disagio, della drammaticità in cui versano gran parte delle società mondiali viene fatta con metodo e sistematicità, con un’organizzazione meticolosa di cui non ci rendiamo conto. Sappiamo di star male, lo diciamo, ne parliamo con i nostri amici, con i nostri conoscenti, col passante, col panaio, con la commessa del supermercato, col barista, col fruttivendolo, col tabaccaio, con l’impiegata delle poste, con le persone in coda alle poste! Ne parliamo continuamente, poi torniamo a casa, accendiamo la tivù per sapere cosa è accaduto durante il giorno, guardiamo un tg o aspettiamo il giornale del mattino, ma tutti dicono la stessa cosa, tutti i giorni, incessantemente, inesorabilmente, inquietantemente. Giornalisti che criticano alcuni politici, alcuni politici che criticano giornalisti, politici che criticano la legge ma non la cambiano, domande senza risposta, visioni personali dei fatti, opinioni imbarazzanti, analisi scientifiche di qualunque frase venga pronunciata da chiunque si trovi sotto il fuoco di un microfono o di una telecamera; esperti del comportamento e del linguaggio che si affannano per dire la loro, che sovraffollano il già gremito palco delle analisi ideologiche.
Sarebbe ora di fare un po’ di silenzio, oppure di dare veramente parola a chi se lo merita. Il merito è un altro argomento su cui riflettere più approfonditamente, perché non concerne solo nell’ambito delle virtù e delle capacità individuali. Il concetto di merito non è disciplinato da norme giuridiche; sostanzialmente esprime un’attività del tutto discrezionale, compie valutazioni ed apprezzamenti circa l’opportunità, l’utilità, la convenienza e la giustizia di una certa scelta. Il merito non è l'”X-Factor”. Quanta giustizia c’è nel voler rendere la società indecifrabile? E quanta nel lasciare che questo accada?

Nella storia, si sono avute circa cinquemila società diverse, classificate in base a vari criteri fra i quali: il tipo di religione, le forme dell’economia, il linguaggio, l’istituzione dominate. Questa è la peggiore in termini di libertà psicologica.

Ci sono però segnali positivi.

In tempi recenti si è visto che non è necessario il contatto fisico o la vicinanza geografica per creare un’identità comunitaria, se ci sono comunicazioni efficienti e comuni obiettivi. Si sono, ad esempio, create delle comunità virtuali tramite internet. C’è chi afferma che le suddette comunità virtuali sono frutto di scelte ben precise degli utenti, i quali possono quindi, volendo, entrare e uscirne a loro piacimento, e andare a far parte di altre comunità senza particolari problemi e in tempi ristretti, perdendo così parte del concetto stesso di comunità e facendo in modo che le regole applicabili allo studio delle comunità “materiali” (comunità locali su tutte) non siano universalmente applicabili alle nuove comunità virtuali. Non ci sono ancora studi universalmente riconosciuti riguardo la funzionalità o meno di un modello di società come questo, sappiamo solo che il merito a cui ho fatto riferimento sopra, se lo stanno riprendendo con intelligenza e scrupolo tutti quelli che lo meritano veramente (è il caso di dirlo) e che la storia ha sempre soppresso: gli ultimi. Staremo a guardare. Ma nel frattempo vorrei la smettessero tutti di servirsi dei mezzi di informazione come strumento narciso andando a professare h24 di avere la coscienza pulita. Vorrei si facesse un po’ di silenzio, e che si mettessero a lavorare chi veramente vuole migliorare questa società, e non chi vuole distruggerla proseguendo un modello dichiaratamente fallimentare. Il problema è riuscire a prendere coscienza, e comprendere a chi dare questo merito.

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