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L’esperienza simbolica dell’assenza


Ognuno di noi nella vita si batte per qualcosa. C’è chi si batte per un sogno, chi per un parcheggio, chi per un viaggio, chi per un cellulare, chi per un concorrente del Grande Fratello, chi per un’ideale politico, chi per mantenere vivo un ricordo, chi per un’ambizione, chi per una speranza, chi per un illusione e chi per illudere; chi per un amico, chi per una risposta, chi per sembrare… chi per essere e chi per distinguersi; chi per una relazione, chi per migliorarsi, chi per migliorare e chi per essere migliore d’altri… Chi per avere un’altra occasione e chi per offrirla, chi per coloro che soffrono e chi per non soffrire più. C’è chi si batte per mantenere viva la propria dignità, chi per mentire e chi per scoprire una menzogna, chi per affermare una verità, chi per nasconderla… e chi per difendere una verità altrui; chi per lasciare una traccia di sé, chi per vincere una partita, chi per farla perdere e chi per giocarla e basta… Chi per vivere e chi per aiutare a vivere. Lottiamo, contro un abbandono o un’unione, contro il silenzio o il frastuono, contro l’incoscienza, l’insensibilità, contro l’ignoranza, l’arroganza, e contro la ragione… contro il razzismo, contro la morte, contro l’inganno, contro l’oblio, l’assenza, contro un’ingiustizia… Ma una cosa è indiscussa: anche se a tutti sembra di lottare per un principio di sopravvivenza in realtà molto spesso ci battiamo, più e meno consapevolmente, o più o meno eteronomamente, per l’esatto contrario.

Non è solo l’“essere umani” che ci fa vivere nella paradossalità dell’essere “assoggettati a”, anziché “soggetti autonomi” che vivono affermando la propria individualità.

Accumuliamo, aggiungiamo, rilanciamo… abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza. Oggi non siamo più capaci di affrontare l’esperienza simbolica dell’assenza, e siamo immersi nell’illusione inversa, disincantata, che è quella della moltiplicazione degli schermi, delle immagini e delle “verità”. Oggi siamo più la derivazione di un’idea, il prodotto di un’idea consigliata, stimolata, persuasa, che non l’idea stessa formata, matura, compiuta, costituita, conosciuta e compresa autonomamente. Immersi come siamo nelle illusioni di queste realtà, dove la “comunicazione schermata”, sintetica (polisemicamente), temporanea, passeggera, prevale su quella permanente, duratura, lenta, che solca e affonda nella superficie, chi ha più forza di comunicazione ha più possibilità di vincere, di esistere e imporsi. Ma è diventata una battaglia per affermare la sopravvivenza di qualcosa o qualcuno che neppure riusciamo più a focalizzare, a ricordare… in mezzo a questa babele prescritta.

Per cosa, o per chi, lottiamo? Sono sicuro che ognuno di noi ha già la risposta pronta, lì, che aspetta solo che qualcuno la reclami. Pronta all’uso. O usa e getta.