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I guru del sorriso


Vorrei far notare a tutti gli pseudo guru del sorriso e della felicità, secondo i quali per vivere bene bisogna circondarsi di persone positive ed allontanare quelle negative, che le persone più manipolabili di questo mondo siete proprio voi, perciò non potreste avere al vostro seguito altri che persone con un carattere altrettanto debole e fragile.

Ve ne andate in giro tappandovi orecchie e occhi, facendo finta che il male nel mondo e quel che produce non esista, perché secondo voi affrontarlo faccia a faccia significherebbe condizionare e rallentare la vostra corsa verso il successo personale.

Insomma, per avere successo (ma poi che significa per voi avere successo?) avete bisogno di fingere che vada tutto bene, di stampare sorrisi da pubblicare ogni giorno sui vostri social, corredati da didascalie anatomiche tipo “ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio ma solo dodici per sorridere”. Che poi se andiamo a vedere tra le due quella più utile è la prima. Ma lasciamo perdere.

Ecco, fossi in voi invece smetterei di ridere. Smettetela di dare consigli su come vivere e iniziate a mostrarvi veramente per quello che siete: tristi, problematici, frustrati, in cerca di qualcosa e di qualcuno che vi faccia sentire vivi, diversi, che vi consideri, proprio come la vita non sta facendo nei vostri confronti. E non dite che non è vero, perché siete i primi a perdere la ragione e la calma appena qualcuno non vi asseconda, come si dovrebbe fare appunto con i pazzi. Non siete (e nemmeno lo diventate) automaticamente felici solo perché vi fate una foto mentre sorridete.

Se siete tristi, infelici e vi sentite irrealizzati non è colpa degli altri, e nemmeno vostra, e solo quando capirete il vero motivo scoprirete finalmente che la vita, nonostante tutto il male che produce, è bella perché è varia, e che nelle sue varietà purtroppo si cela anche il male, che non va nascosto sotto il tappeto, ma affrontato e compreso. E se avete paura che questo vi condizioni negativamente, beh, fatevi due domande.

Sorridete di meno, leggete di più. La cultura è l’unica vera strada in grado di condurvi verso la quiete interiore.

Coronavirus: informare significa condizionare


La funzione dei Media tradizionali e moderni, è quella di informare. “Informare” non ha necessariamente l’accezione di buono, favorevole, utile, vantaggioso, ma anche i suoi contrari. E devo dire che oggettivamente siamo arrivati a livelli davvero angoscianti.

Tutto quello che sta accadendo attorno alla vicenda del Coronavirus conferma e rafforza ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che i social network hanno dato parola ad un esercito di ignoranti pronti a condividere la propria incapacità. Con le aggravanti, peculiari nell’ignoranza, della spontaneità e della istintività, che amplificano tutto in maniera smisurata.

Purtroppo l’unico virus letale in grado di uccidere milioni di persone nel più breve tempo possibile su questo pianeta si chiama proprio ignoranza.
Condividete, dicevano. La condivisione sarà la nostra salvezza, dicevano.

I Media hanno uno scopo… Non è certo mai stato quello di renderci migliori.

Fremiamo tutti quanti di conoscere, di sapere, di capire, però tutti condividiamo prima di conoscere, di sapere, di capire, e lo facciamo attraverso canali che per primi non conoscono, non sanno, non capiscono, e non hanno alun interesse a farlo, ma soprattutto noi non conosciamo.

Buona fortuna a tutti.

In fondo che ci frega? A Natale siamo tutti più buoni


L’amore, che è l’unico antidoto contro il narcisismo, il primo a lanciare allarmi quando c’è da demolire la falsità delle pretese alle quali cerchiamo di tenere aggrappata la nostra autostima, oggi impallidisce davanti all’esuberanza e all’eccitazione, ma anche all’ansia, spesso all’angoscia e alle frustrazioni che scaturiscono da un senso di inadeguatezza sempre più marcato, nei confronti di emozioni e impulsi primordiali sempre più indecifrabili, ma obbligati a manifestarsi a comando poiché fissati sul calendario. Ed è così che, in questo enorme vortice di partecipazioni prescritte, capita che si avverta il bisogno di raccogliere le idee per dar vita all’indignazione. E’ da quest’ultima che emerge la necessità di adoperarsi per dare (anzi ridare) “un senso al senso”.

L’amore appunto, declassato a sottoprodotto di quel che erano nostri più intimi e antichi sentimenti, è impiegato oggi come un’efficace espediente per commercializzare quella che somiglia sempre più a una fiera delle ostentazioni. Il boom elettronico, i favolosi profitti ammassati dalla vendita di strumenti capaci di obbedire a qualsivoglia volontà del padrone, offre un vasto assortimento dal quale attingere l’esperienza della meraviglia. E non ha rilevanza alcuna che sia essa artificiosa o autentica, simulata o sincera, purché sia in grado di accomunarci tutti, di regalarci quel senso di appartenenza cui tanto aspiriamo, più o meno dichiaratamente, più e meno consapevolmente. Perché è dalla solitudine prodotta dai nostri schermi portatili che nasce il nostro senso di aggregazione, non più, quindi, dalla solitudine esistenziale di natura amletica, o filosofica che dir si voglia. Non desideriamo avere dubbi: desideriamo e basta, e lo facciamo per decreto. Non ci interessa imparare ad amare, tanto meno porci domande: ci interessa l’esibizione dell’amore, affinché altri possano riconoscersi e riconoscerci, affinché noi ci riconosciamo in quella degli altri. Ma un senso di appartenenza filtrato, e in aggiunta provocato per decreto, potrà mai renderci consapevoli d’essere “qualcuno” e di far parte, di conseguenza, di “qualcun altro”? Se tutto muove e scivola sulla superficie ornamentale dell’esistenza, se rifiutiamo la comprensione, la consapevolezza e soprattutto l’esperienza, allora rifiutiamo l’amore.

Perché l’esibizione dell’amore, la costrizione a cui siamo implicitamente chiamati ad ubbidire per ragioni programmatiche e come già detto per supplire, o peggio ancora surrogare, a quel che è rimasto del nostro senso di appartenenza, è un’ostentazione fine a se stessa, che dietro al buonismo sentimentale di facciata nasconde in realtà inquietudini come agonismo, emulazione, insoddisfazioni, incomprensioni… che ci è permesso di lavar via in un determinato momento fissato sul calendario, compiendo determinati gesti fissati sugli schermi, dai quali sfilano infinite immagini che richiamano (si voglia o no, o lo si creda o meno) la nostra attenzione convincendoci ad entrare a far parte di “qualcuno filtrato”, e attraverso i quali facciamo gran parte delle esperienze della vita, e dunque dell’amore. Ora, è vero che il mondo è un mondo spietato, che sfrutta, inganna e mente, e che noi siamo la massima espressione di quest’inganno, di cui a volte ci adoperiamo per conoscere le cause, non per farvi fronte e ritrovare la verità dei nostri sogni, della nostra vita, del nostro senso di appartenenza… dell’amore; ma per adattarci e ingannare, e ingannarci, a nostra volta, perché in fondo che ci frega? A Natale siamo tutti più buoni.

Libri vs Facebook: 0 – 1


La prima cosa che un libro insegna è come stare in solitudine, poi ad apprezzarla, a conversarci, spesso per questo privilegiandola, in quale posizione la si gradisce di più, e a portarla a spasso a volte facendole fare i suoi bisogni come un cane. Ma quel che involontariamente insegna un libro, un buon libro, è a leggere e scrivere, sia concretamente che intellettualmente.

La prima cosa che Facebook insegna è come fare i selfie, poi è un crescendo di: guardare e condividere prevalentemente video, leggere le notizie a metà, cliccare sui titoli sensazionalistici e condividerli di volta in volta, non approfondire, non verificare, come dimenticarsi della grammatica, della sintassi, della coerenza, della logica, dei familiari, come far perdere di significato la parola “amicizia”, come dire senza un briciolo di vergogna che non si è razzisti e che non si fanno discriminazioni però prima vengono i nostri figli e poi tutto il resto del mondo se c’è tempo altrimenti può anche crepare, come far gli auguri a persone che non conosci ed augurare ad altrettante la morte. Alimenta l’ignoranza e la diffidenza poiché elementi presenti in chi, statisticamente, lo utilizza con più frequenza. Facebook, in ultima analisi, è il luogo in cui spesso la solitudine assume aspetti inquietanti, perciò insegna a diffidare di se stessi e ad evitare accuratamente di rimanerci da soli, e, non da ultimo, a leggere e scrivere male, concretamente e intellettualmente.

“SCOPRIRSI” NELL’ERA DEI SOCIAL


Svestirsi, vale a dire ciò che di più facile viene da fare nella società delle immagini, è un gesto che non confina esclusivamente nella fisicità, ma anche nella mentalità, nel modo in cui ci abituiamo ad esibire i nostri pensieri, i più e i meno intimi. Nell’era dei social infatti tale comportamento è ampiamente dimostrabile, praticato, e più o meno implicitamente riconosciuto e accettato dalla maggior parte di noi.
Mettere in piazza i propri pensieri equivale a spogliarsi.

Si è molto parlato del video/esperimento (poi emulato, riprodotto in serie ovunque nel mondo) nel quale si vede una ragazza vestita con un jeans e una maglietta neri che passeggia per le strade di New York ricevendo un centinaio fra commenti e complimenti da parte di uomini. Il video, chiaramente di stampo razzista, è un girato di 10 ore riassunte in nemmeno 2 minuti, nei quali si vedono soltanto uomini di origini africane rivolgere le loro attenzioni nei confronti della ragazza, come a voler indirettamente documentare che di questi bisogna diffidare, dal momento che di tale evidenza non si fa alcun cenno alla fine del video, che i media non hanno perso tempo a titolare “molestie subìte da”, come non si fa cenno della fine che hanno fatto le altre 9 ore 58 minuti. L’autore lascia quindi al pubblico, velatamente già consigliato durante la visione del video, il compito di aggiungere e fare la somma, sollevandosi così di ogni responsabilità. E il risultato è un susseguirsi di altri commenti, prolificati in seguito alla sua condivisone – in Rete come in Tv –, che in poco o nulla differenziano da quelli ricevuti dalla protagonista del video, mescolando così altra confusione a quella già presente.

Prendiamo come esempio Facebook, spazio più che appropriato per osservare il diffondersi di pensieri contrastanti, data l’infinita mole di immagini, video e pensieri che gli iscritti offrono alla platea.

Cattiveria, ignoranza e depravazione si possono trovare nei commenti sotto una foto innocua pubblicata sul proprio profilo, ma anche in quelli sotto un “pensiero” dato in pasto al pubblico. L’errore più comune che facciamo in certi casi sta nel non considerare che spesso giudichiamo chi ci giudica, entrando così in un circolo vizioso dal quale non se ne esce. Ci è difficile accettare osservazioni o critiche contrastanti con il nostro modo di vedere, fondamentalmente perché disorientati, oltre che condizionati, dagli altri inesauribili modi di vedere. Il selfie, ad esempio, entrato prepotentemente a far parte del nostro linguaggio espressivo ormai sempre più scarno, riprodotto in serie in maniera esasperata ed esasperante tanto da sentirsi a volte circondati dal nulla, è l’emblema di quel che siamo diventati e stiamo vivendo. Un comportamento che nel giro di un anno ci ha contagiati come fa un virus, grazie a quella gran cassa di risonanza che sono i media e i loro fruitori, per primi i personaggi celebri (o celebrati, personaggi politici inclusi), sempre pronti in prima linea quando si tratta di lanciare prodotti o modi di fare o di pensare, e che può trovare ragioni solo nella totale dipendenza alla quale siamo asserviti, nella stessa misura in cui un tossicodipendente è asservito alla sua droga.

Ed è così allora che i “mi piace” accrescono un’autostima fittizia, al contrario dei “mi piaccio”, che avvalorerebbero quella autentica. Quando infatti i “mi piace” non convalidano quella autentica, ecco che disimpariamo a conoscerci, ad ascoltare quel che di più intimo abbiamo nelle nostre profondità, a lasciarci soggiogare, poiché sempre più complessi da osteggiare, dai sempre più travolgenti condizionamenti provenienti dall’esterno. Se dalle contraddizioni siamo circondati, se viviamo in un mondo dove ogni elemento che lo compone trova il suo nemico pronto ad affermare una verità opposta altrettanto supportata, come uscirne? In mezzo al caos, di conseguenza, sempre più spesso preferiamo rinnegare, piuttosto che rivendicare con sensatezza; oppure l’esatto contrario: pretendiamo con un’esasperata irrazionalità d’aver ragioni. Vedi chi pubblica pensieri omofobi, razzisti, o foto nelle quali impugnano un’arma, e che solo dopo “si accorgono” d’esser stati vittima dell’impulso ritornando maldestramente sui loro passi. Ma c’è anche chi ovviamente reclama con vigore cadendo spesso nel ridicolo.

L’impulso a denudarsi, a render pubblica la nostra ricchezza intima, a confessarsi costantemente sul proprio profilo social o in quello altrui, rappresenta l’ostentazione frustrata del narcisismo. Preferiamo appunto i “mi piace” ai “mi piaccio”, e lasciamo che siano altri a dire “chi” e “come” dovremmo essere.
Non c’è dubbio: siamo tutti personaggi pubblici, nelle mani di un pubblico che ci conosce ancor meno di noi.
E’ vero, siamo liberi di tornare sui nostri passi quando sbagliamo. Ma qual è il metro di giudizio del quale ci serviamo per stabilirlo? E quanta libertà c’è in un comportamento che si avvicina sempre più a una catena di montaggio?

Manifestazioni di dissenso: ecco perché, “grazie ai media”, sono ininfluenti


Ruberie, soprusi, discriminazioni, disuguaglianze e povertà sono in costante crescita in Italia e nel mondo, eppure il popolo sembra aver perso la capacità di ribellarsi, o quantomeno di manifestare disgusto verso una
classe dirigente sempre più incapace, attenta solo a salvaguardare i propri interessi personali e quelli di chi finanzia le loro perenni campagne elettorali. Il dio denaro, sempre lui, abbatte tutto e tutti, comprese le manifestazioni di protesta che hanno da sempre evidenziato il carattere umano, solidale e comunitario delle società nei momenti di maggior sofferenza. Ma da solo il denaro non basta. Bisogna disporre anche dei giusti strumenti (che il denaro ovviamente compra) in grado di corrompere e compromettere la struttura psicologia e percettiva degli eventi cui il popolo viene a conoscenza ogni giorno. Ecco allora che i mezzi di comunicazione di massa, compresi i nuovi media, svolgono un ruolo fondamentale a tal fine.

Un tempo l’uomo si riuniva attorno a un fuoco e più tardi a una tavola imbandita dove assieme con altri consumava i pasti discutendo degli accadimenti passati, quotidiani e di quelli futuri; oggi il fuoco non ha più quell’utilità e i pasti, nell’era dei “fast food”, vengono consumati in tutta fretta e dove capita, magari chiusi ognuno nella propria stanza davanti al proprio televisore sintonizzati sul proprio programma preferito. Si è soli, teoricamente in compagnia di altri individui soli come noi, tuttavia ciò non ha la prerogativa di renderci meno soli. Anzi.

La Tv in particolare, oltre ad essere una fabbrica di stereotipi e di spettacolo, ha la funzione primaria di dare al pubblico spettatore ciò che la fantasia riesce a produrre, ovverosia offre una valvola di sfogo fittizia, priva di reale consistenza capace di placare sul nascere ogni forma di espressione costituita individualmente. Con l’avvento dei talent-show ad esempio — a sostegno di quella che non è certo una teoria — il numero di persone sedotte da essi che aspirano a diventare ballerini, cantanti, attori, scrittori, eccetera, è aumentato smisuratamente. I nuovi media a tal proposito, grazie al prezioso contributo dei social network, amplificano, esaltano e sviluppano ancor di più tutto il materiale che la Tv produce — anche se in alcuni casi può verificarsi l’inverso ottenendo comunque lo stesso risultato —, interagendo fra loro come una protesi fa con chi la indossa.

“Diventare famosi!”, di fatto, è il feticcio cui gran parte della società delle apparenze ambisce. «Essere famosi» non significa nulla di più (ma anche nulla di meno!) che essere i protagonisti delle prime pagine di migliaia di riviste ed essere presenti su milioni di schermi, essere visti e notati, essere oggetto di conversazione e dunque, presumibilmente, “di desiderio” da parte di tante persone.

La nostra fantasia produce empiricamente i suoi frutti, ovvero elabora desideri che gli giungono ai sensi attraverso l’esperienza dei fenomeni e degli accadimenti. E in un mondo, come afferma Germaine Greer, in cui “la vita non è fatta solo di media, ma quasi”, ciò che giunge ai sensi è accuratamente selezionato per essi dal mondo dei mass media.

L’aspirazione dell’umanità è sempre stata, utopisticamente, quella di raggiungere la “bellezza” della perfezione — o “la perfezione della bellezza” — e i modelli offerti dai media volgono dispoticamente verso quella che dal modello sociale dominante è spacciata per tale. Ma, come acutamente ci illumina Baudrillard, “la perfezione è sempre stata punita: la punizione della perfezione è la riproduzione”. Perfezione, pertanto, alla quale noi tutti siamo sottomessi indefessamente, cui noi tutti dobbiamo obbedire, sopportare e ambire di riprodurre, imitare per tentare di realizzare le nostre fantasie istigate dalla perfezione stessa dalla quale sono accerchiati.

Ci troviamo così di fronte a un’esibizione criminogena della perfezione, a una produzione di fantasie e aspirazioni bramose, ma l’elemento ancor più preoccupante è la convinzione che si insinua fraudolentemente negli individui, che è quella di fargli credere di star facendo qualcosa che in realtà non fanno; di essere qualcuno che in realtà non sono, e di possedere delle qualità che in realtà non hanno. Possiamo rilevare ciò registrando il tempo che trascorrono sui palcoscenici le miriadi di presunti nuovi talenti smerciati per tali al grande pubblico dalle case discografiche o dagli improbabili talent-scout, che appunto vendono persone come pane fresco, le loro facce, le loro voci, i loro corpi, il loro modo di (farsi) vestire, come fossero ognuno migliore dell’altro, proprio come un prodotto sullo scaffale di un supermercato sulla cui confezione campeggiano frasi come “il migliore in assoluto”, oppure “eletto prodotto dell’anno”. Di facile seduzione per il pubblico, ma anche di seria frustrazione quando chi apre la confezione si rende conto (ma senza prenderne realmente coscienza) che poco differisce dagli altri prodotti, o quando “il talento” stesso si accorge di essere stato rimpiazzato da quello successivo.

Naturalmente il pubblico fatica ad accorgersi di siffatti rimpiazzi poiché tenuto in perenne suspense ed eccitazione dall’annunciato prossimo fenomeno, e quand’anche se ne accorgesse non sarebbe rilevante dacché gli individui cui si rivolge il mercato non sono interessati, anzi, non percepiscono nemmeno certe strategie di marketing. Ma le subiscono; motivo per il quale ambiscono a diventare prodotti loro stessi, convinti di dare alla “perfezione” il proprio contributo, giacché persuasi di esserne portatori.

Ed è in questa riproduzione indefinita di prodotti da consumare che ci smarriamo, che ci consumiamo, e dalla quale usciamo vinti combattendo una battaglia che non siamo noi a chiedere di combattere, ma che ci depreda delle forze e della concentrazione necessarie per affrontare quelle di una vita sempre più avversa, che andrebbero invece osteggiate con impegno e costanza.

Generare un’aspettativa è il vero nocciolo di tutta la questione fin qui trattata. Una società che regge la propria economia grazie ai consumatori, infatti, cresce rigogliosa (gonfiando le sole tasche di chi produce selvaggiamente) finché riesce a rendere perpetua l’insoddisfazione dei suoi membri. In ogni aspetto della vita sociale. Per sostenerla, l’impulso a cercare le soluzioni ai nostri problemi, alle nostre ansie e dolori nei prodotti (o persone) pubblicizzati, non solo è incoraggiato esplicitamente, ma è un comportamento che provoca assuefazione verso l’insoddisfazione e la delusione, diventando abitudine priva di alternativa. Se la soddisfazione fosse definitiva nessuno venderebbe più soluzioni.

Mantenere il consumatore in persistente tensione è la strategia madre di tutte le strategie di vendita adottate dal mercato. Per vendere un prodotto, una persona, un’idea, una riforma, non c’è necessità che questi siano ciò che per cui sono spacciati. Devono rispondere semplicemente all’esigenza di un pubblico che chiede e desidera quanto gli è stato imbeccato di desiderare, di conseguenza, se chiede una rivoluzione basterà piazzare sugli scaffali qualcuno con su scritto sulla maglietta “rivoluzione in corso” per dargli l’impressione di trovarcisi nel bel mezzo; se chiede un talento basterà mandare in scena qualcuno spacciato per tale; se chiede che i suoi sogni possano essere realizzati basterà presentargli qualcuno cui (a tale scopo) sono stati realizzati; se chiede una riforma basterà annunciare qualcosa come tale; se chiede giustizia basterà fare la telecronaca degli arresti eseguiti; se chiede un colpevole basterà indicarglielo; se chiede la fine della fame nel mondo basterà allestire un’Expo; se chiede salari più alti sarà sufficiente fargli credere di avere 80€ in più in busta paga; e via di seguito. Allora è una delusione continua, che genera frustrazione continua, che reprime la rabbia e che ci convince di essere sempre più impotenti di fronte alle infinite complessità che ci vengono rappresentate quotidianamente, ininterrottamente, e alle quali, nonostante tutti i nostri sforzi, non troviamo soluzioni definitive. Del resto ansia da prestazione, eiaculazione precoce e orgasmi simulati sono peculiarità di una società esigente e “fast” come la nostra, insieme ad un consumo sempre più massiccio di antidepressivi.

Thomas Hylland Eriksen spiega perfettamente la società confusa nella quale viviamo:
“Invece di organizzare la conoscenza secondo schemi ordinati, la società dell’informazione offre un’enorme quantità di segni decontestualizzati, connessi tra loro in maniera più o meno casuale. […] Per riassumere: se si distribuisce una crescente quantità di informazioni a una velocità anch’essa crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive. C’è il rischio che i frammenti prendano il sopravvento, con conseguenze rilevanti sul modo di rapportarsi al sapere, al lavoro e allo stile di vita in senso lato”.
(“Tempo tiranno”, p. 139 – 144)

Non essendoci narrazione logica, tantomeno percezione di quel che accade attorno a noi, ne consegue che preferiamo astenerci e lasciar fare agli altri, convinti, in senso lato, di dare lo stesso il nostro contributo poiché apparentemente ci sentiamo al centro del dibattito, quale che sia. In fondo, crediamo tutti di essere dei talenti e di poter cambiare il nostro microcosmo, nonostante il sempre più degradato macrocosmo che ci avvolge, e non viceversa, come invece dovrebbe essere.

Linguaggio abbreviato: sbagliando s’impara a sbagliare


Il linguaggio abbreviato accorcia la vita alla ragione.

Scrivere non è l’unica forma di linguaggio espressivo che abbiamo, è vero, ma sforzarsi di farlo meglio, se non bene, in ogni circostanza, non solo rafforza l’efficacia, l’incisività di quel che vogliamo comunicare, ma anche preserva, aiuta a custodire uno dei beni più preziosi di cui gode l’essere umano; un bene conquistato attraverso un processo evolutivo lungo e complesso che ci portiamo dentro e che tramandiamo di generazione in generazione; è parte di noi: ci fa contenenti, non soltanto contenitori.

Quel che è certo, è che con l’avvento delle nuove tecnologie questa forma espressiva sta andando sempre più sciupandosi, storpiandosi, deformandosi, spogliandosi, amputandosi, standardizzandosi a un modello sociale che, come spesso ripeto, esorta a tener conto della sola superficie anziché del contenuto. Esprimiamo perciò attraverso il linguaggio, affermiamo nel modo di parlare, la nostra disumanizzazione. Il linguaggio di oggi si “articola” in modo tale che venga utilizzato un significato abbreviato che blocca lo sviluppo del contenuto, e che ci spinge ad accettarlo come l’unica forma da apprezzare.

Il linguaggio abbreviato, e ripetuto assiduamente, fissa l’analisi abbreviata nella nostra mente e in quella del destinatario. Riducendo il linguaggio costringiamo il pensiero in uno spazio limitato. Oggi pensiamo e ci esprimiamo attraverso slogan che “scarnificano” l’analisi. La politica per prima si esprime utilizzando slogan persuasivi e noi, costretti ad ascoltarli poiché meticolosamente ripetuti, li approviamo e avvaloriamo erigendoli a metodo, giusti, sinceri, verità.

Nelle chat dei social network, oppure quando inviamo un messaggio dal cellulare, la tendenza è quella di tagliare le parole, riassumere concetti, sintetizzare frasi quanto più è possibile, di “onomatopeizzarle” per renderle ancor più brevi.

L’accorciamento della sintassi è la rovina del linguaggio espressivo: reprime lo sviluppo del significato, limita le capacità cognitive e pietrifica con concretezza sopraffattoria l’estensione della riflessione. Nel marketing l’immagine prevale sul contenuto, e lo slogan sull’analisi, di conseguenza una forma espressiva sprovvista di una corretta sintassi minimizza l’autorevolezza del contenuto. Ciò, oltre a rendere poco comprensibile ai nostri interlocutori quanto vogliamo comunicare, ci abitua a tralasciare sfumature che renderebbero più vigoroso, intenso e penetrante il linguaggio. Questo chiaramente vale anche per quel che concerne la punteggiatura, che pare non essere mai esistita. Una corretta punteggiatura dà il giusto tono alle nostre frasi, che altrimenti parrebbero atonali o stonate, senza sfumature anch’esse.

Oggi più che mai incombe la necessità di riprendere ad esprimerci come un tempo, di tornare ad apprezzare una qualità conquistata, ereditata, acquisita, avvalorata da grandi scrittori e oratori che hanno segnato profondamente l’esistenza umana, regalando alla storia opere d’arte senza tempo.

I gesti ripetuti diventano prassi, norma, senza che a nessuno venga imposto e nessuno imponga nulla esplicitamente, e se sono gesti sbagliati, ripetendoli non possiamo far altro che imparare a sbagliare, non a migliorare. Difendiamo la scrittura. Sempre. Non adattiamoci ai metodi persuasivi del marketing. Di sicuro c’è che a trarre vantaggio da questo modo di apprende ed esprimerci, non siamo noi.
“Errare humanum est, perseverare diabolicum”.

C’era una volta l’umanità… (Seconda parte, con “obbligo di fermata”)


Oggi, grazie a internet, quel vuoto che ci assorbe quando siamo in solitudine, può essere ignorato o dissimulato; il dolore dell’assenza può essere quanto meno sedato. Se vogliamo compagnia non dobbiamo far altro che accendere i nostri schermi elettronici, non più varcare porte di legno. Oggi le porte sono “d’accesso“, digitali, analogiche, impalpabili, ideali, e ci permettono di sfuggire da quella tormentata solitudine che ancestralmente ci appartiene. Alcuni considerano questo nuovo tipo di rapporto un apprezzabile passo in avanti rispetto a quelli più “tradizionali” di tipo faccia-a-faccia, e sono proprio le nuove generazioni, che si trovano gettati-nel-mondo delle “connessioni virtuali“, ad apprezzarlo di più. Queste (ma non solo queste), non avendo mai appreso (fondamentalmente) le modalità che le interazioni faccia-a-faccia richiedono, avvertono e subiscono maggiormente – inconsapevolmente – la rivoluzione avvenuta nella sfera dei rapporti umani, ma al contempo accolgono con molto entusiasmo gli aspetti negativi che offrono le “connessioni virtuali”.

Infatti, Facebook, Twitter, Instagram, whatsapp, e gli altri social più gettonati, offrono quanto di meglio si possa desiderare, secondo coloro che provano un disperato bisogno di eludere la solitudine, ovvero secondo coloro che hanno bisogno di rapporti umani ma che hanno obliato il “come” e il “dove” cercarli. Molto spesso, di fatto, capita di sentirci a disagio, fuori luogo e infelici in compagnia, ma sono sentimenti che, là dove suscitassero una riflessione, trovano un “obbligo di fermata” in prossimità delle chat e dei social che il mondo virtuale offre. Così disimpariamo a dialogare con noi stessi per cercare di sentire o quantomeno intuire le ragioni del nostro disagio.

Non c’è più alcun bisogno di rimanere ancora da soli: in qualsiasi momento (ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana) basta premere un tasto per entrare in contatto con una vastità di individui soli come noi. Nel mondo virtuale nessuno si allontana mai e tutti sembrano sempre a disposizione. Inoltre, questi siti permettono di contattare gli altri senza doverci necessariamente introdurre in uno scambio che ci esporrebbe ad una conversazione poco gradita. I contatti possono essere sospesi o troncati non appena la comunicazione prende un verso sgradito; quindi non si corrono rischi, e non c’è neanche bisogno di cercare scuse o pretesti, o di mentire: basta un tocco delicato col dito, completamente protetto dallo schermo e indolore.

La minaccia di rimanere soli non sussiste più, e il rischio di doversi sottomettere al volere del prossimo, compiere sacrifici o compromessi, o fare qualcosa che non vogliamo soltanto perché altri lo desiderano, è scongiurato. E tutto ciò è possibile stando semplicemente seduti in una stanza, vuota ma affollata al contempo di persone, oppure mentre gironzoliamo in un centro commerciale o per strada, circondati da amici e passanti: in qualsiasi momento abbiamo la possibilità di “assentarci” per rimanere “da soli” e far capire a chi ci è accanto che intendiamo interrompere i contatti. Possiamo estraniarci dalla folla componendo un messaggio, entrando in un social, per comunicare con chi è “fisicamente assente” e quindi alienarci dal mondo reale che ci circonda.

Ecco, questa “alienazione” ricorrente è ciò di cui dovremmo avere maggior paura. Ma più di ogni altra cosa dovrebbe farci riflettere seriamente sull’eventualità di rimanere privi di questi strumenti di connessione virtuale. Proviamo un attimo ad immaginare seriamente come potremmo sentirci se di punto in bianco tutte le connessioni venissero interrotte, oppure, per chi come me ha abbastanza anni da ricordarlo, proviamo a tornare indietro di venti o trent’anni: ci sentiamo più, o meno umani?

Dai un’occhiata anche a questi articoli:

C’era una volta l’umanità… (Prima parte)

La libertà dà a se stessa la possibilità di un dialogo interiore

Social Network

Il disagio sociale
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Perché oggi critichiamo tutto?


Non è vero. Anche in passato criticavamo tutto, o almeno quello di cui venivamo a conoscenza, ma è solo di recente che i media si sono accorti che anche il popolo ha dei gusti (criticabili, ovviamente), e “pensa” e si “esprime”.
Partiamo da un fatto incontrovertibile: i mass media hanno da sempre presentato un pensiero a senso unico, unilaterale: io parlo, tu ascolti. Non c’erano alternative e nessuna diretta interazione. Dagli esordi delle comunicazioni di massa si è sempre inscenato uno spettacolo basandolo su questo principio, e con l’avvento della radio prima e della televisione poi, è stato introdotto negli anni in tutte le case, in tutte le famiglie, trasformando tale “canone di unilateralità” in atto routinario culturale, che antropologicamente è sempre appartenuto alle rappresentazioni teatrali. Un altro fatto incontrovertibile è appunto che le maschere, gli attori, che presentavano uno spettacolo al pubblico, da quest’ultimo ispiravano le loro narrazioni, dalla plebe e dai nobili, dalle sfumature dell’uomo, dai suoi intimi difetti o capricci o debolezze, con tutte le contraddizioni culturali del caso. E la caricatura dei difetti dell’uomo era appunto ciò che più attirava (e attira) il pubblico. Ma lo spettacolo, la comunicazione e l’informazione di massa poi, sono sempre stati omologati come “rappresentazione unilaterale“.

Negli ultimi decenni, spettacolo e informazione di massa si sono amalgamati sempre più, andando oltre, nella ricerca esasperata delle più intime sfaccettature dell’uomo, per tenere incollata l’attenzione su se stesso che non sulle radici delle sue drammaticità e inefficienze. In passato il dramma raccontava una storia che aveva una logica narrativa, un messaggio ben preciso, oggi ci troviamo invece di fronte a una rappresentazione esasperata delle contraddizioni umani che non raccontano più una storia, ma un susseguirsi di fatti che non hanno alcuna connessione fra loro, se non la loro stessa contraddizione: non esiste più un percorso definito e definibile, ma tanti sentieri senza indicazioni che formano un labirinto privo di di entrata e vie d’uscita. Tali irrazionalità, divenute oltremisura caricaturali, imbarazzanti, avevano (ed hanno) come unico scopo quello di aumentare i “dati di ascolto” per incrementare i profitti economici derivanti dagli sponsor, dai produttori che investono parte del loro capitale per vendere i loro prodotti. Tutta la comunicazione vive grazie a questi investimenti.

Ogni notizia o spettacolo infatti enfatizza aspramente i lati oscuri e bizzarri dell’uomo che non i suoi aspetti positivi, che invece non riuscirebbero a suscitare la stessa attenzione con altrettanta efficacia, ad eccezione di alcuni casi che, comunque, non incidono sulla regola dominante. L’entrata in scena dei “reality” sono infatti l’emblema e il culmine di quest’abitudine. Lo “spettacolo da buco della serratura” è oggi l’elemento predominante nella comunicazione.

Raccontare le intimità della gente è come circondare scenografia e attori di specchi: è una debolezza umana, ed è normale che allo spettatore venga il desiderio di specchiarsi, di immedesimarsi, di immaginare cosa farebbe “al posto degli altri“. Il narcisismo, come la curiosità, sono elementi che hanno da sempre prevalso negli esseri umani e che lo hanno contraddistinto da qualunque altra forma di vita.

Fatto sta che negli anni la comunicazione si è avviluppata sempre più in se stessa, alla ricerca del profitto anziché del messaggio. Possiamo parlare di un’evoluzione involutiva: ossimoro che rispecchia bene le contraddizioni della comunicazione.
Noi, gli spettatori, come da prassi, abbiamo assistito passivamente a questo processo involutivo, e in un certo qualmodo ancora lo subiamo.

Diciamo pure che se la sono cantata e suonata da soli per anni.

Oggi, però, con l’avvento delle nuove tecnologie, i social network, il digital sharing, si è data voce a tutti, e i media, che per loro natura devono fare spettacolo, trovano nella voce e nelle espressioni del popolo un’inesauribile fonte di materiale da spettacolo, perciò non esiste più un minimo di ragionevolezza nell’informazione.

Per vendere un prodotto – una notizia, un programma, un talk-show, una personalità – si deve colpire l’attenzione del consumatore/spettatore, e non importa quanto quel prodotto sia di qualità o quale contenuto nasconda al suo interno, ciò che conta è la capacità di attirare attenzione su di sé. È un principio fondamentale del marketing, che se non utilizzato complica e riduce l’aspettativa di vita sul mercato del prodotto. Ed è proprio questa concorrenza sfrenata, priva di un fondamento logico narrativo, a rincorrere se stessa senza trovare misura o buon senso.

Il pensiero critico è innato nell’essere umano, non deriva dall’esperienza ma anzi la precede, altrimenti oggi non saremmo qui. Ma quello che non si è capito, o si fa finta di non capire, è che oggi tutto è divenuto pubblico: il pubblico (lo spettatore) è di dominio pubblico. E in questo circolo vizioso, più o meno consapevolmente ci stiamo affogando tutti, informazione compresa, che per prima non riesce a cogliere il senso del profondo cambiamento che è avvenuto nella cultura sociale.

Non esiste, e non può esistere un unico pensiero, e pretendere di spigare questo fenomeno criticando la critica, è davvero paradossale. Ma è ciò che sta avvenendo.

È emblematico, ma solo perché attuale, il caso de “La grande bellezza“, dove leggo di giornalisti che si lamentano del fatto che una parte di italiani o intellettuali critichino l’Oscar assegnatogli, autoinnalzandosi a supercritici inconsapevoli e spesso anche arroganti. Questo è un chiaro esempio di nostalgia del “pensiero unilaterale“. Come si può pretendere che a tutti, tutti, possa piacere qualcosa, qualunque cosa essa sia, alla stessa maniera e con la stessa passione? Allora la “Merda d’artista” di Manzoni, secondo i super critici, dovrebbe piacere oggettivamente a tutti? Oppure oggettivamente non dovrebbe piacere? Per fortuna esiste la relatività, la soggettività, l’individualità. La qualità è quella cosa che sta tra il soggetto e l’oggetto: non si può pretendere di oggettivarla a priori anteponendo i propri gusti come modello universale. È sciocco.

Giornalisti, opinionisti e commentatori che si vantano di essere più intelligenti di altri per il semplice fatto che loro, a differenza di “quegli altri” che non capiscono nulla di cinema (nel caso specifico) e quindi non meritano di esprimersi, certe cose invece le capiscono. Ecco, io vorrei far notare a tutti, tutti, che “il mondo è bello perché vario“, ricco di sfumature, odori, pensieri, culture. Pensa un po’ che noia fossimo tutti uguali.

Un altro esempio di esasperazione è un caso che mi è capitato di vedere sulla Tv pubblica di recente:
Una tizia, sconosciuta alle masse scrive un post sul suo profilo Facebook nel quale esprimeva tutta la sua disapprovazione riguardo a un cambiamento apportato nelle scuole del comune di Milano. Il cambiamento riguardava il riconoscimento delle coppie conviventi dello stesso sesso con figli. Con tale riconoscimento il comune ha deciso di cambiare la voce “Firma dei genitori o di chi ne fa le veci” con “Genitore 1” e “Genitore 2“. Al di là delle considerazioni, che non voglio discutere qui, i media hanno ripreso quel post e ci hanno costruito una puntata sopra dove gli ospiti invitati erano uno psichiatra, un transessuale, una scrittrice e la tizia che aveva scritto il post incriminato. Lo psichiatra, con un evidente spilla a forma di crocifisso attaccata sulla giacca, era contrario alla modifica, e lo esprimeva con rabbia e disgusto. Nella discussione è venuto fuori che lui non ha mai avuto il padre, che è cresciuto con la zia e la mamma, e quando una di loro doveva firmare qualcosa per la scuola non si è mai sentito in imbarazzo per la sua situazione: «Non è una scritta su un foglio che può cancellare l’amore in famiglia». Salvo poi inveire sul fatto che la scritta “Genitore 1” e “Genitore 2” erano quanto di peggio si potesse fare poiché destabilizzano profondamente la psicologia del bambino, che per natura ha un padre e una madre. È evidente la confusione. La tizia che aveva scritto il post non è riuscita a dire mezza parola, la transessuale veniva schiacciata dalle urla dello psichiatra, così come la scrittrice. Risultato: un programma di intrattenimento senza storia né logica, né messaggio. Poi è arrivata la pubblicità.
L’unico elemento certo è che la puntata è stata “organizzata” prendendo come spunto la “critica” di una tizia sconosciuta postata su un social. Ma questo è solo un caso su tanti.

Come sappiamo, grazie alla rete, ai social, al digital sharing, ognuno ha la possibilità di esprimere le proprie idee. È una grande libertà. Ma anche una colpa, un demerito della società, perché nella stessa misura in cui è concessa “libertà” di pensiero, ci è dato il suo opposto: ci incateniamo ad esso e pretendiamo di imporlo con ogni mezzo, perché “noi abbiamo ragione, e la pretendiamo“. Infatti è difficile affrontare una conversazione senza cadere in una discussione litigiosa, spesso fatta di colpi di link. Critichiamo, ma difficilmente accettiamo le critiche.

Assorbiamo tutto e il contrario di tutto, e tutto e il contrario di tutto viene amplificato e rilanciato dai media all’ennesima potenza, fino a generare una concatenazione di eventi che non seguono alcuna logica, ma solo la “notizia” più eclatante, adatta a tenere incollata l’attenzione di un pubblico.

Di fatto, i nostri Tg sono pieni di “social”, di commenti, di email, di video, post, e molti programmi televisivi sono ideati sulla base dei “presunti” gusti del pubblico espressi attraverso i social: pensiamo solo ai “mi piace”. In questa forma esasperante di “assecondare” i gusti del pubblico, mettendo in scena lo spettacolo del “tutto e il contrario di tutto“, chi ne soffre di più, alla fine, è proprio il pubblico, la capacità cognitiva degli individui che lo compongono, il loro senso individuale di percepire il mondo intorno sé, e quindi anche le informazioni che continuamente gli arrivano dai media. E più il pubblico viene portato all’esasperazione, più esasperatamente si cerca di inseguirlo. I media generalmente stavano davanti e il pubblico dietro: oggi il pubblico sta davanti, confuso dai media, e media stanno dietro, confusi dal pubblico che tentano con ogni mezzo di “accontentare“, e lo spettacolo che mettono in scena, esasperatamente confuso, viene riposto davanti al pubblico. È una catena di Sant’Antonio.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Per concludere, la confusione è data dal privato che è divenuto di pubblico dominio, che prima dell’avvento dei social era pressoché privato. La comunicazione non riesce a cogliere e a razionalizzare questo cambiamento, e più di tutto non riesce a contenere il disprezzo che prova nei confronti della critica che, come abbiamo visto, fino a pochi anni fa rimaneva dentro le quattro mura di casa, o al bar, o nei teatri, o nelle piazze. Si cerca di accontentare tutti, ma quel che nessuno comprende o fa finta di non comprendere, è che si ottiene l’effetto opposto.

Non è un caso che il mondo dell’informazione sia dominato dall’ignoranza.

Social network


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I social network, da quello che speravo diventassero nel giro di pochi anni: strumenti che avrebbero annientato i mezzi di comunicazione tradizionali, sono diventati semplicemente una bacheca dove appendere alla vista di tutto il mondo quel che facciamo e pensiamo in tempo reale in barba all’intima individualità, che così ha perso ogni barlume di mistero, e di curiosità nel prossimo nel volerla scoprire. “Sto respirando”, “sto mangiano”, “sto evacuando”, “rimettendo”, “pisciando di traverso”, “ho schiacciato un brufolo”, “una piattola”, “sono andato lì”, “sono qui”, “domani vado là”, “ho cambiato acconciatura”, “mi sono fatta lo smalto”, “ho la colite”, “mi fa male l’ombelico”, “sono felice”, “triste”, “mi sto depilando”, “sto bevendo”, “ho le doppie punte”, “ho messo questo vestito”,”ho acquistato questo”, “ho l’unghia incarnita”, eccetera, eccetera, eccetera. Talmente banale che è persino banale dire che è banale. Non c’è più gusto a conoscersi perché ancor prima che ne sentiamo il desiderio il “social” lo ha già esaudito per noi, senza noi.
Avevo la speranza che Skype diventasse il mezzo di videocomunicazione più comune spazzando via gli oligarchi dello scatto alla risposta. Mi sono sbagliato. Credevo che Facebook avrebbe contribuito ad abbattere il degrado culturale attraverso lo scambio di riflessioni. Mi sono sbagliato. È tutto storto, al contrario. Se da una parte è un utile strumento di aggregazione, di legami comunicativi e di scambio di notizie, dall’altro è un superpotentissimo mezzo di disgregazione dei più elementari rapporti interpersonali. Se prima ancora resisteva, a fatica, una certa intimità, adesso è tutto esposto al pubblico, e più è pubblico quello che pensiamo e facciamo più ci sentiamo appagati. Come ad esempio gli album di famiglia, quelli che aprivi una volta l’anno in determinate occasioni e in presenza di determinate persone per farti un bagno di ricordi e di malinconia (che non è affatto una malattia degenerativa), sono diventati album pubblici alla mercé dei feticisti, nei quali chiunque voglia ha facoltà di immergersi. Rassicurati, però, dalla sezione “impostazioni sulla privacy”. Sembriamo spinti dall’esigenza di mercificare noi stessi, conformi, del resto, alla società dei consumatori nella quale viviamo. La cosa più importante è diventata per noi quella di gridare al mondo che esistiamo e che siamo fatti in questo o in quel determinato modo, poiché siamo convinti che altrimenti gli altri non si accorgano di noi, però lo gridiamo tutti alla stessa maniera senza distinzioni. Questo ci rende inconsapevolmente uguali, omogenei, conformati a un unico modo di essere e di esprimerci. E più “mi piace” riceviamo più ci sentiamo stimolati ad esteriorizzare quanto di più intimo abbiamo. E poiché inevitabilmente non si esaurirà mai l’infinita vastità interiore, difficilmente questo bisogno estremo di mercificare la nostra identità troverà appagamento. Così riduciamo tutto e tutti a strumenti di autoapprovazione, senza i quali ci sentiamo disarmati, inutili e invisibili. L’esigenza, poco allettante, di accettare la nostra autonomia e originalità e di rivendicare una propria intima identità, e di accettare l’altro in questi termini, è stata completamente eliminata, abbattuta, disintegrata dai social network, proprio perché abbiamo bisogno di approvazioni, e le vogliamo immediate, istantanee, in tempo reale. La socializzazione virtuale segue ormai gli schemi del marketing, del piacere superficiale e immediato della e nella finzione, e ci preoccupiamo prevalentemente di dimostrare che “facciamo qualcosa” e che la facciamo “così”; che “esistiamo” e che siamo “qui”.
Vorrei capire che differenza c’è tra Facebook e il Grande Fratello.
Ci sentiamo tanto in compagnia, parte di qualcosa o di qualcuno quanto più mettiamo in piazza la nostra intimità, quando invece, nella realtà, siamo più soli oggi di quanto non lo fossimo prima dell’avvento dei social. So che un giorno tutto questo si assesterà, che troverà un giusto equilibrio, ma sono altresì sicuro che avverrà solo dopo un brusco e drammatico scontro con la nostra coscienza e con il nostro modello di vita. Di sicuro non mi sarei mai immaginato che sarebbe stato questo il percorso. Abbiamo smesso di farci domande. Non ci chiediamo più perché ci comportiamo in una determinata maniera e siamo convinti che chiederselo equivalga ad ammettere insicurezza verso se stessi. D’altra parte, esporre le nostre debolezze rischierebbe di abbattere il muro di sicurezze artificiali che abbiamo innalzato tra noi e una società di predatori e approfittatori. E noi siamo sicuri? Farsi domande destabilizzerebbe quel che crediamo poggi su basi stabili, ma che nei fatti galleggia affannosamente su sabbie mobili che ad ogni ostacolo e ad ogni movimento brusco sprofonda là dove diventa sempre più difficile capire chi siamo e dove stiamo andando. Per ciò abbiamo un bisogno costante di certezze e le cerchiamo nel prossimo anziché in noi stessi.
Sembra non ci sia più spazio per la riflessione e che le bacheche di ogni profilo si siano ridotte ad essere semplicemente un mezzo per fare pubblicità a noi stessi per venderci al prossimo. È inquietante.
Per fortuna che ci sono i centri di benessere, così per un giorno o due abbiamo la possibilità di rilassarci, prima di riaffogare in questa inquietudine.

Cornelius Castoriadis alla domanda di uno dei suoi intervistatori:
«Ma allora lei cosa vuole? Cambiare l’umanità?»
Lui rispose:
«No, una cosa molto più modesta: voglio che l’umanità cambi, come ha già fatto due o tre volte».

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