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Emergenza immigrati: smettiamola di intervenire sugli effetti e agiamo sulle cause


Capisco la rabbia e il significato di quel che si vuole esprimere quando affermiamo che “gli immigrati ci rubano lavoro, case e sussidi”, ma detta così è fuorviante, ed è una forma razzista di esprimersi, poiché al sostantivo “immigrato” è stato attribuito nel tempo un significato dispregiativo giacché sovente associato a termini come “rubare”, “violenza”, e “lavoro”, “casa” e “sussidi”, ossia a quei costituenti essenziali in una società come la nostra.

Di fatto, quando un microfono si avvicina a un qualsiasi cittadino per chiedergli cosa ne pensa degli immigrati, la risposta “mandata in onda” è prevalentemente la stessa:

«Gli immigrati ci rubano lavoro, case e sussidi!» – aggiungendo, generalmente – «Io non sono razzista, ma non è giusto che si dia aiuto prima a loro mentre noi italiani veniamo lasciati per ultimi. Che rimangano a casa loro!».

Attraverso questa forma di informazione manipolatoria, deviante, nell’opinione pubblica viene a radicarsi un sentimento di astio, d’invidia nei confronti di chi “viene nel nostro paese a privarci dei nostri diritti”. Allora siamo esortati a propendere verso chi promette di liberarci dal “male che ci invade” e “ci toglie risorse vitali”. Purtroppo è tutto sbagliato. Più propriamente, sono le politiche economiche internazionali (dettate dalle multinazionali), lo sfruttamento selvaggio delle risorse, a costringere queste persone ad abbandonare i loro paesi d’origine, massacrati da guerre che hanno lo scopo prevalente di aggiudicarsi o difendere tali risorse. Gli immigrati sono in cerca di un riparo da tutto questo, dal momento che non hanno altra possibilità che scegliere fra vivere la tortura della schiavitù, oppure la morte. Non portano con sé ambizioni di conquista, ma gridi dilaniati in cerca d’aiuto. L’aiuto che possiamo dar loro, se vogliamo davvero aiutare anche noi stessi e fare in modo che questo caos termini, è quello di comprendere a fondo i motivi per i quali sono costretti a fuggire.
Sono le politiche economiche a togliere lavoro, case e sussidi, a tutti, in Italia come in Europa, e in tutto il mondo “occidentalizzato” nel quale è stato esportato (e si sta esportando) questo modello economico-sociale.
Va compreso che un essere umano che scappa da una guerra è ben più disposto ad accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi condizione salariale, pur di sopravvivere. Ciò contribuisce enormemente ad abbassare i costi di produzione, a ridurre i diritti umani di ognuno di noi, a far aumentare le disuguaglianze sociali e a diminuire il potere d’acquisto nel suo complesso.

Il sostantivo “immigrato”, diventato ormai un’appellativo dispregiativo, non dovrebbe neppure essere preso in considerazione quando vogliamo esprimere la nostra contrarietà a una situazione complessa e drammatica come quella che stiamo vivendo. Stiamo parlando di esseri umani come noi, né più e né meno.
Se pensiamo di risolvere i problemi che ci sovrastano, innalzare muri per non vedere né sentire, né sapere, cosa accade al di là, non risolve niente. Dobbiamo comprendere che i problemi nell’antartico riguardano e condizionano anche l’artico e viceversa. È il modello sociale consumistico nel quale viviamo, ad averci trascinati in questo disordine intellettivo, e che sempre più ci impedisce di razionalizzare il mondo che ci circonda.
Chi promette di “scacciare via gli immigrati”, lo fa sfruttando la nostra ignoranza rispetto a un problema ben più ampio, profondo e complesso. E non sarà un semplice muro che ci esonererà dall’affrontarlo. Il compito di una sana politica dovrebbe esser quello di interpretare nel modo giusto la rabbia della popolazione, anziché cavalcarla per raccogliere voti. Una popolazione che però è composta anche da queste povere persone in cerca di sopravvivenza per i motivi suddetti. Perché il popolo è colui che abita la Terra, una Terra che non ha più confini né identità culturale a causa del capitalismo selvaggio, alle politiche neoliberiste, non a causa di chi è in fuga da esse. Dobbiamo smetterla di giudicare gli effetti e intervenire su di essi, e agire finalmente sulle cause. Ecco poi dove si arriva.

Il disagio sociale


A cominciare da Darwin, l’umanità ha avuto costanti conferme sul fatto che l’ambiente circostante modifica non solo l’organismo delle specie viventi, il patrimonio genetico, ma anche le abitudini, lo stile di vita, la capacità di adattamento a un determinato ambiente: psicologicamente e biologicamente. Tutti i più recenti studi scientifici, che spaziano dalla psicologia moderna alla fisica quantistica, hanno dimostrato e continuano a confermare che l’ambiente che ospita una forma di vita modifica radicalmente la sua struttura costringendola, per istinto di sopravvivenza, all’adattamento. Non solo. L’essere umano nell’ultimo centennio è riuscito ad andare oltre modificando lui stesso l’ambiente circostante a una velocità sempre maggiore adattandolo alle sue esigenze e ai suoi capricci, stravolgendo i normali equilibri ecosistemici, mutando il corso della natura e degli eventi. In questa corsa sfrenata dei mutamenti, l’unica cosa che risulta chiara è la mancanza di equilibri. Lo si può notare con le estrazione del petrolio, dei gas, con la deforestazione, le estrazioni minerarie, le coltivazioni di ogm,
eccetera, che mutano e consumano il pianeta senza conoscere limiti per supplire a bisogni (che non più sono tali) andati ormai oltre i limiti. Il nostro è un modello di sviluppo che si pone come obiettivo una crescita infinita in un mondo finito quale è il nostro. È follia spacciata astutamente per norma. Una follia che si estende in ogni direzione e che non conosce confini e dimensioni. Un modello di sviluppo orizzontale, obliquo e verticale che scava fin nelle profondità delle sensibilità umane che hanno sempre accompagnato l’evoluzione naturale degli eventi. Si è passati infatti da un’evoluzione naturale a un’involuzione innaturale, artificiale, che mette a rischio la sopravvivenza della gran parte delle specie viventi, compresa la nostra. Se per sopravvivenza intendiamo quell’istinto innato, connaturato alle specie viventi, nel rispetto dell’ambiente circostante, oggi ci troviamo di fronte a un’istinto autodistruttivo che non ha eguali nella storia dell’umanità.
Quel che è evidente, oltre che paradossale, è che il nostro essere ne coglie le contraddizioni, ma non è in grado di gestirle. Nasce così uno scontro tra il nostro sentire e quello che ci viene imposto dall’esterno come modello, così ci troviamo con un gran vuoto dentro che non riusciamo a (tantomeno possiamo) riempire, ma ogni volta che avvertiamo quel vuoto invece tentiamo di riempirlo, consumando e consumandoci di un piacere fugace ed effimero. E appena l’effetto della novità sarà scomparso, il vuoto si farà nuovamente sentire e ricominceremo a cercare le soluzioni nelle cose anziché nelle relazioni.
Il nostro equilibrio psicologico è da sempre direttamente proporzionale alla nostra capacità di dare e ricevere come persone, indipendentemente dalle cose materiali, ma oggi appare chiaramente che tale equilibrio tende sempre più a vacillare nel vuoto interiore che ci siamo scavati. E i messaggi dai quali siamo bombardati ogni giorno sono che la nostra salute passa attraverso il consumo: più acquisto e più io acquisto personalità e fiducia in me stesso.

C’è un altro aspetto da valutare e che io non smetterò mai di sottolineare, che riguarda proprio il senso di appartenenza verso l’ambiente che abitiamo, ovvero il nostro essere-nel-mondo (con-essere). Non ci sentiamo più parte di una comunità: fino a non molto tempo fa i nostri problemi erano i problemi della comunità alla quale appartenevamo e viceversa. Ci siamo trasformati oggi in individui separati dagli altri, e la competizione è infatti un sentimento sempre più comune, di conseguenza tendiamo a fare i nostri esclusivi interessi personali innalzando attorno a noi un egoismo a difesa. E in una realtà sempre più precaria e competitiva, dove la persona viene ridotta a merce o, nel migliore dei casi, a consumatore di merce, il senso di inadeguatezza, di alienazione cresce. Il vero rischio è che questo venga interiorizzato a tal punto che lo si accetti, che lo si consideri inevitabile. Allora soffriamo di fronte a ciò che si è convinti di non poter cambiare, pertanto lo accettiamo ma non proviamo a combatterlo. È un meccanismo che seda la rabbia, la reprime anziché spingerci ad esternarla, creando una pericolosa assuefazione al disagio quotidiano, dove lottiamo continuamente non per cambiare le cose ma per arrivare alla fine del mese o avere fra le mani l’ultimo modello di smartphone da esibire come simbolo di appartenenza, in un modello sociale dove si viene riconosciuti soli in quanto consumatori.

Non smettere mai di desiderare è infatti il principio economico base che tiene in piedi la nostra società.

In questo disagio ci convinciamo di essere responsabili dei nostri fallimenti, la critica ricade su noi stessi, cerchiamo di darci sempre più da fare, ma il contesto è talmente avverso che la nostra operosità a portare il cambiamento risulta inutile, inefficace, perciò non riponiamo fiducia nelle nostre potenzialità. Ci sentiamo impotenti di fronte al sistema nel suo complesso e, a breve termine, non possiamo che rimanerne sconfitti.

Le uniche soluzioni a nostra disposizione non possiamo che trovarle nella cultura, nell’educazione, nella corretta informazione e nei gruppi di autoconsapevolezza, che sono gli unici elementi in grado di agire a livello sociale.
Non è un’epoca facile, e non possono avvenire cambiamenti rapidi per ristabilire i giusto equilibri, e il problema è a questo punto una questione di tempo: quanto ancora ne abbiamo a disposizione per limitare gli stravolgimenti sociali dovuti al modello imperante?

Ma quel che è importante da capire è che non esistono soluzioni individuali a problemi psicologici di natura sociale. Dobbiamo ritrovare quel senso di umanità, di comunità che abbiamo messo da parte e pretendere con tutte le nostre forze un’educazione rivolta a sensibilizzare gli individui su questi temi per tornare ad essere quelli che siamo sempre stati in natura.

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Catastrofi di Stato


Se le catastrofi naturali non sono (dichiaratamente, per definizione) un prodotto dell’uomo, la successiva sciattezza degli uomini certamente lo è. La vera catastrofe, dopo una catastrofe naturale, è la trascuratezza dello Stato nel far fronte alle sue conseguenze. Negare il sostegno a chi è stato colpito dalla mano della natura, nel tempo a venire, è la vera tragedia che si abbatte sull’uomo, poiché di sua mano, irresponsabilmente, ne amplifica l’impatto distruttivo, morale, materiale, psicologico, esistenziale. Abbiamo imparato, a nostre spese, che una catastrofe non dura mai il tempo che passa ad abbattersi sull’uomo. Oggi abbiamo smesso di attribuire a Dio la colpa per lo stato del mondo, e la moderna comprensione delle responsabilità, grazie alla scienza, ci fa essere in grado di farle ricadere sull’uomo, ma paradossalmente possiamo constatare come l’essere umano invece neghi di volersele assumere. La moderna concezione dell’esistenza è stata sviluppata nel tentativo di razionalizzare eventi catastrofici che in precedenza ci erano incomprensibili, introducendoci in una società costruita e modellata a immagine e somiglianza dell’ingegno, e delle più profonde fantasie, estrosità, nonché paure, dell’uomo. Secondo questo principio di costituzione e costruzione della società – sulla base degli eventi passati – l’uomo moderno avrebbe dovuto essere preparato ad affrontare, quantomeno, molti dei cataclismi che sempre con maggior frequenza si abbattono sulla sua testa, invece, nel tentativo di ripararsi dietro alla “casualità” e alla “cecità” degli eventi climatici, nega la possibilità di ammettere che possa esserci un rimedio “preventivo“. Il mantra è sempre lo stesso: non esiste alternativa. È più che certo che nessuno è in grado di prevedere quando, dove, e con quale forza distruttiva un evento catastrofico possa abbattersi su di noi, ma è pur vero che gran parte della comunità scientifica concorda nel sentenziare che la causa della frequenza con la quale negli ultimi anni si sono verificate immani tragedie, sia da attribuirsi alla mano dell’uomo: l’eccessivo inquinamento con conseguente aumento delle temperature, la cementificazione di intere aree che avremmo dovuto invece proteggere e tenere lontane dalle mani dei costruttori omicida, sono solo alcune delle principali cause che scatenano la reazione chimica, sempre meno indulgente, della natura.
Ogni volta che veniamo a conoscenza di catastrofi abbattutesi in qualche parte del pianeta, accade che la macchina sociale, gli eserciti, le protezioni civili, la Croce Rossa, e quant’altro serva a tirar su assistenza, come su un campo di battaglia, si mettono in moto e lavorano incessantemente per dare aiuto e sostegno, materiale e morale, alle vittime; e si mettono in moto, come un ingranaggio di un orologio che ha appena ricevuta la carica, campagne mediatiche per inviare un contributo economico, e di seguito i quotidiani ci informano sulla situazione in “stile bollettino di guerra”: vittime, sopravvissuti, sciacallaggio, e una lunga lista del necessario, che non abbonda mai, anzi. Questo va avanti per giorni, anche settimane, persino mesi, quando poi, tutt’a un tratto, i titoli in prima pagina iniziano a cambiare, e ritroviamo quelli della tragedia in seconda, in terza, in un cammino inesorabile fino alla cronaca locale, per poi scomparire definitivamente del tutto. Quello che avviene nei mesi, negli anni successivi è una routine: documentari, speciali una tantum, frammenti di denunce per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo Stato assente… Eh già, perché anch’esso, puntuale come un’orologio scarico, come fossero sincronizzati, più o meno volutamente non spetta a me dirlo, ma ai fatti, nel momento in cui l’attenzione mediatica inizia come d’abitudine la sua omertà, i suoi silenzi, e torna a interessarsi di come tenere a bada l’opinione pubblica e il consenso verso le istituzioni additate come “assenti“, le vittime dei cataclismi iniziano la loro discesa implacabile verso l’emarginazione, passando attraverso una fitta nebbia, che è solo l’anticamera dell’oblio dove verranno – è il caso di dirlo – deportate definitivamente. Immersi nella nebbia, per densa o rada che sia, si può vedere solo fino a una certa distanza, ma quanto più l’attenzione diminuisce, tanto più questa s’infittisce attorno a chi ne è “Stato” circondato. Trovo inutile, oltre che riduttivo, citare qui le catastrofi naturali susseguitesi in questi ultimi decenni, e trovo difficile, non certo solo per motivi di spazio, documentare il numero di famiglie lasciate sole, nella nebbia, dove, alla fine, non si vede a un passo lo Stato, che non manca mai di dichiarare lo “stato di emergenza“, ma che manca sempre, con la spietata sfrontatezza dei suoi silenzi, di dichiarare, e ammettere, lo “stato di responsabilità“, o per meglio dire la “responsabilità di Stato“.
La domanda è nascosta, o piuttosto non scritta ma implicita, e alla fine retorica, ed è sempre la stessa (ma solo questa conosco e riconosco utile alla razionalizzazione): perché?

Cambiare


Il mondo cambia, si trasforma, corre… Ma in che modo? E corre verso quale direzione? Badiamo bene che l’Italia è un paese tecnologicamente arretrato, oltre che culturalmente involuto, ma il cambiamento che ci propinano i “nuovi” sceneggiatori della politica siamo sicuri sia riferito a un cambiamento culturale, sociale e tecnologicamente evoluto, senza discriminazioni di alcun tipo, o è piuttosto a quel cambiamento che tutti gli Stati occidentalizzati e “occidentalizzandi” vanno rincorrendo, ossia la globalizzazione dei mercati finanziari, mediatici, il consumismo sfrenato, quindi culturalmente degradanti, a cui si fa riferimento? “Cambiamento” è un concetto-contenitore del tutto aperto, e ognuno è libero di riempirlo con quello che più desidera trovarci; racchiude in sé un’infinità di aspettative, che se dato in pasto all’elettorato addestrato efficacemente attraverso i mezzi di comunicazione a pensare che per cambiare sia necessario correre, inseguire, stare al passo, nel momento in cui arriva qualcuno che sembra avere tutte queste caratteristiche (che non sono necessariamente qualità), ecco che pensiamo di aver trovato il salvatore della patria. Il mondo corre, si trasforma, e non accenna rallentamenti o soste, perciò inseguirlo significherebbe non raggiungerlo mai. Un cambiamento richiede sopra ogni cosa “consapevolezza“, e noi siamo davvero certi di essere consapevoli del cambiamento del quale siamo sempre più spettatori passivi? Di che genere di cambiamento parliamo? Quando sentiamo dire che il mondo corre mentre noi rimaniamo indietro, che si vuol far intendere con ciò? Che anche noi dovremmo tenere il passo adattandoci alle regole dei mercati globali? Che anche noi dovremmo investire sfruttando al massimo il nostro territorio depredandolo di tutte le risorse di cui dispone per trarne il maggior profitto economico possibile? Che dovremmo deturpare anche noi il paesaggio poiché è questo il (giusto?) prezzo da pagare per il cambiamento e per rincorrere la globalizzazione? È una contraddizione in termini pedonalizzare un centro cittadino e allo stesso tempo agevolare le politiche dettate dal mondo finanziario, quello stesso mondo che ci ha immersi nella crisi economico/culturale che stiamo subendo. Questo andrebbe compreso.
Che genere di cambiamento abbiamo in mente quando pensiamo al cambiamento? Non si conosce il modo in cui le persone immaginano il “mondo-dopo il cambiamento“, né sappiamo se ne abbiano una visione chiara. Votare per il cambiamento significa scappare da qualcosa, ma questa fuga non ci dice molto sul dove vogliono andare, e ancora di meno sul dove correranno una volta che la febbre per il cambiamento si sarà abbassata e la realtà, vecchia e nuova, dovrà essere affrontata da zero. Ed è da qui che il compito degli amministratori si farà difficile, poiché impedire che le speranze degli elettori si trasformino in frustrazione sarà davvero un compito arduo. Forse mai come prima nella storia dell’umanità.
Per me il cambiamento è restare immobili in mezzo a un mondo che si deforma, degrada e consuma; per me il cambiamento è combattere contro chi, in nome della globalizzazione, priva gli esseri umani dei diritti fondamentali, di una vita dignitosa; per me il cambiamento è ritrovare nei valori del passato quei pregi e quel senso di comunità che abbiamo completamente dimenticato; per me il cambiamento è fare tesoro del passato per migliorare il presente e costruire un futuro per tutti senza discriminazioni; per me il cambiamento è riuscire a comprendere che questo mondo va a rotoli perché c’è chi vuol cambiare solo il suo conto in banca.
Dobbiamo prima cambiare il nostro stile di vita, il nostro approccio verso le informazioni e le pubblicità che ci investono, e recepire il mondo non come un pianeta sul quale correre e consumare terreno, ma come un paesaggio da ponderare e proteggere. Ricordandoci anche che non a tutti gli esseri umani piace correre, perciò lasciarli indietro, come del resto sta accadendo, è una enorme, profonda discriminazione. “Il mondo è bello perché è vario”, ma dobbiamo anche difenderle e rispettarle queste varietà.

A questo proposito rimando la riflessione a questo articolo.

Degrado esistenziale


Chi siamo? Che ci facciamo su questa terra, in mezzo a quest’universo infinito e sconosciuto? Qual è lo scopo della nostra esistenza? Come è successo tutto questo? Il Big Bang, l’espansione e l’evoluzione di miliardi di milioni di miliardi di milioni di miliardi eccetera di tonnellate di materia e particelle subatomiche che hanno dato origine al nostro universo così come lo conosciamo, sono spiegazioni che non bastano a dare risposte a domande che ci poniamo da millenni. Questa è la parte scientifica, che non spiega i tanti “perché”, ma solo i “come”. Ci sono voluti miliardi di anni per creare questa terra, in questa parte infinitesimale dell’universo che ci inghiotte nel nulla più assoluto, e fra i miliardi e miliardi di pianeti presenti nella nostra galassia sappiamo, o possiamo affermare con determinazione, entro i confini della nostra conoscenza, di essere una presenza quantomeno rara in quest’infinito vuoto apparente.
Oggi la scienza moderna, con i suoi paradossi, gli enigmi della teoria della relatività, della meccanica quantistica e del mondo submicroscopico, trova armonia con lo spirito e la saggezza del passato, con le teorie dei filosofi greci così come con le filosofie orientali.
Ci sono sensazioni, emozioni, pensieri, domande, che tutti noi in un modo o nell’altro cerchiamo di definire, di comprendere, spinti da qualcosa che sentiamo dentro, come fa un bambino appena nato che per la prima volta si attacca al seno e inizia a succhiare latte come lo avesse fatto sempre. È istinto primordiale, desiderio di vivere, di esistere, pur non sapendo cosa ci riserverà il futuro. Abbiamo l’ambizione di vivere, vogliamo crescere, conoscere, sognare… ci evolviamo.

L’evoluzione darwiniana, l’evoluzione esistenziale, l’evoluzione scientifica, l’evoluzione dell’universo: ogni cosa si evolve, e noi siamo il risultato di un processo evolutivo complesso che non si riduce alla sola rigenerazione cellulare, ma a quella dell’universo intero, e nel nostro corpo, nelle nostre cellule, nel nostro DNA, sono impresse tutte quelle informazioni che derivano dal passato, come del resto è stato dimostrato in uno studio recente. Così come la luna determina le basse e le alte maree, lo spazio che ci circonda definisce e condiziona la nostra esistenza.

In realtà, a chi interessa più farsi domande sull’esistenza? Il benessere materiale di cui siamo circondati è un ottimo sostituto, riempie i nostri pensieri, suggerisce scelte, indica direzioni, ci dice dove andare facendoci fare il minimo sforzo possibile; ci dice chi siamo e dove stiamo andando. Miliardi di anni passati ad evolverci per ridurre tutto ad un senso di appagatezza lussureggiante, effimero, dotato di ogni genere di comfort che come un placebo non esistono se non nelle nostre convinzioni. I nostri nonni, nell'”ignoranza” di un epoca tecnologicamente poco sviluppata, avevano inconsapevolmente la consapevolezza armoniosa della vita e della morte. Sapevano che il raggiungimento del benessere era al primo posto tra gli scopi dell’esistenza, e sapevano bene, quindi, che tutto il loro lavoro, tutte le loro scelte e azioni avevano come unico scopo la prosecuzione della specie umana in una società migliore, senza guerre e povertà. Di certo, nessuno si aspettava che questo benessere si sarebbe trasformato in indigenza, in miseria esistenziale, sotto tutti i profili. Lo sapevano però i grandi industriali, chi finanziava la ricerca e lo sviluppo tecnologico per aumentare la quantità produttiva tralasciandone la qualità e ampliare così il loro raggio di vendite. E lo sapevano i grandi pensatori, che non hanno mai mancato, dall’inizio della prima Rivoluzione Industriale, dalla nascita del capitalismo, di evidenziare le profonde lacune della società che oggi abitiamo. E non si doveva certo essere profeti per prevedere che saremmo arrivati a questo. Non sono mai stati presi in considerazione, accecati dall’accumulo indefinito di ricchezza materiale.
Il risultato che abbiamo ottenuto è più cattivo che buono, più inutile che utile, più distruttivo che costruttivo, più degradante che decoroso. Non è un buon risultato.

Sappiamo bene che la nostra presenza qui, su questa terra, è limitata nel tempo e che dopo sarà il turno delle generazioni successive. Non possiamo farci niente, è una condizione esistenziale che constatiamo nell’arco della nostra vita quando la morte ci separa da un familiare, un parente, un amico, un conoscente. Sappiamo che arriverà anche il nostro turno, ma facciamo di tutto per allontanare da noi quest’unica certezza esistenziale. Sostituiamo i nostri “cattivi” pensieri con azioni che ci appagano materialmente, compriamo cose che fanno assumere al tempo un valore astratto, impalpabile, concezione, questa, che ci viene introiettata sistematicamente.
Se pensiamo che il benessere esistenziale derivi tutto dal benessere fisico vuol dire stiamo andando nella direzione sbagliata.
Si stima che la produzione di beni materiali dell’intero globo potrebbe soddisfare le esigenze di ogni singolo individuo, invece nei paesi dove si producono maggiormente questi beni la popolazione versa in una condizione di assoluta povertà, degrado e arretratezza. Un degrado che produciamo noi, che ci definiamo con grande senso di appartenenza etnica “sviluppati”.
Se pensiamo che lo scopo della nostra vita sia quello di sfruttare al massimo le risorse di cui disponiamo, che non sono illimitate, allora non stiamo salvaguardando la prosecuzione della nostra specie. Stiamo andando nella direzione dell’autodistruzione, e non ne comprendiamo i motivi, non percepiamo i risultati delle nostre azioni, e crediamo di arrivare in punto di morte senza lasciare conseguenze negative del nostro passaggio. Il mondo va a rotoli, i sistemi economici mondiali non viaggiano più su linee parallele alla vita sociale; sono su un altro livello, in un’altra dimensione, e il denaro, strumento economico sociale, mezzo di scambio che ha sempre caratterizzato la nostra civiltà, è diventato etereo, invisibile, impalpabile. I sistemi economici moderni si muovono in rete, nessuno più riempie banche con contante; sono macroeconomie che provocano solo l’aumento dei consumi, della produttività e dell’occupazione a basso costo. Noi non comprendiamo certe questioni, o almeno questo è quello che implicitamente ci viene “insegnato”. Parlare di miliardi che si muovono senza muoversi per noi comuni mortali equivale a parlare di meccanica quantistica. Siamo in una dimensione differente da quella economica, siamo quelli che con le nostre domande, i nostri pseudo-desideri, allontaniamo il contatto con la realtà che ci circonda. Non sentiamo più il valore dello scambio commerciale, ci poniamo superficialmente quando facciamo un acquisto poiché altri si interpongono al nostro posto spingendoci a fare determinate scelte in piena condizione eteronoma. Desideriamo solo averla. Come fosse un desiderio normale, consueto, scontato.
Un popolo non vive di PIL, e anche se a questa frase siamo abituati, dovremmo metterci lì e rifletterci sopra, poiché in quella frase è racchiuso il nostro futuro e quello dei nostri figli. È dimostrato sotto tutti i profili filosofici, scientifici, economici, che il PIL e il benessere individuale non hanno alcuna relazione fra loro, ciononostante ci riempiono le orecchie di spread, di pressione fiscale, di politica di austerità, di debito, di credito, di titoli di stato, di borsa, di investimenti, ristrutturazioni economiche, come se questi condizionassero positivamente o negativamente la realtà della nostra vita. In realtà “avvantaggia” oltremisura chi sfrutta l’incapacità nel dare valore alla vita e alle scelte che facciamo, indotte e alimentate da essi.
È un’epoca in cui l’immagine vuole prevalere sulla parola e sulla logicità e onestà di questa, dove la confezione prevale sul contenuto, il corpo sullo spirito. È un’epoca davvero frustrante.

Quell’amore verso la terra, la vita, si è trasformato in fame bulimica, stressante, snervante, e gran parte di quel che facciamo, così come siamo stati indottrinati a fare, si è ridotto a consumare, comprare, produrre, credendo di appagare così il nostro senso esistenziale, il nostro desiderio di vivere una vita degna di essere vissuta, e soprattutto di farla vivere a chi non vuole, a chi non accetta di accomunare il benessere con il PIL. Siamo nel più completo degrado esistenziale.

La società dei consumi


La società dei consumi è impensabile senza la deforestazione, il deterioramento, la distruzione ambientale dovuti all’estrazione di combustibili fossili. È impensabile senza la distruzione dell’intero ecosistema marino dove ogni anno vengono sversate milioni di tonnellate di agenti inquinanti e rifiuti di ogni genere. È impensabile senza una struttura industriale sorretta da forza lavoro a basso costo, possibilmente senza diritti e senza impegni familiari, costretta per sopravvivere a soddisfare i desideri ossessivo-compulsivi dei consumatori. È impensabile senza consumatori incoscienti e inconsapevoli. La società dei consumi è impensabile senza una sensibilità fatta consumare nell’ego.
Allora tanto meglio non pensarci. È più semplice conformarsi al sistema, adattarsi, non opporsi, soprassedere, delegare, fregarsene, accettare, rassegnarsi, stare a guardare.