Può il mondo cambiare?

Si dice che credere di poter cambiare il mondo sia un’utopia. È poi così vero?

Utopia: dal greco Eutopia, cioè «buon-luogo», e Outopia, che significava «nessun-luogo».

Partiamo dalla proposizione che, se si vuole, è possibile cambiare se stessi. Ciò basterebbe a dimostrare che cambiando noi stessi, coerentemente anche il mondo avrebbe “almeno una possibilità” di cambiare; se non altro, almeno la prospettiva che avremmo verso di esso. Si dice sempre che il mondo è relativo, una prospettiva: ognuno di noi ha la propria finestra soggettiva che si apre sul mondo; ognuno di noi èed abita il proprio mondo, il proprio universo. È possibile affermare allora che cambiando prospettiva, cambia anche il mondo.

È dimostrato che l’unione fa la forza, perciò tanti individui volenterosi di formare una comunità, o meglio, resisi consapevoli di costituirla, aggiungono un’altra possibilità affinché il famigerato cambiamento si realizzi. Bauman ad esempio afferma che «la comunità tiene in pugno i singoli finché questi vivono nell’ignoranza di essere una comunità». Quel che andrebbe andrebbe messa in evidenza, infatti, è questa mancanza di consapevolezza.

Allora, potremmo dire che cambiare se stessi significa diventare, ed “essere”, un «buon-luogo», mentre pensare di cambiare il mondo, secondo la veduta “outopica”, sottintenderebbe voler vivere in «nessun-luogo». Non si scorge una certa incongruenza nei due propositi? Cambiare il mondo è un’utopia, tuttavia non la è cambiare se stessi…

Cambiare il mondo da soli è infattibile, eppure legando le forze è quantomeno plausibile: quest’affermazione implica ulteriormente che il mondo può essere cambiato.

Postulando che da soli non possiamo avere la forza di cambiare il mondo (poiché ci sono grandi nomi che indubitabilmente hanno fatto la differenza nel corso della storia), abbiamo però la possibilità di capire chi lo abita. Capire chi abita il mondo, ovvero noi stessi, presuppone si possa comprendere cosa si può fare (o andrebbe fatto) per cambiarlo, il ché non vuol dire necessariamente cambiarlo, bensì potenzialmente: “correggere” noi stessi, anche in questo caso, pertanto consequenzialmente il mondo.

Ma allora non ho capito: il mondo può essere cambiato o no? E è vero oppure no che è sempre stato cambiato (in meglio e in peggio) da un manipolo di persone che hanno fatto la differenza? Se è vero, allora è vero anche che il mondo può cambiare.

E dobbiamo cambiarlo perché?

La nostra è una “società consumistica“; ciò implica la sua distruzione. È un esito logico, ineccepibile. Questa società cambia tutto ciò che tocca in una fonte potenziale di sfruttamento, di arricchimento e di repressione. Grazie ai mezzi di comunicazione di massa – più efficaci di qualsiasi legislazione – tende a ridurre, anzi ad assorbire ogni forma di protesta. Il risultato è l’atrofia di organi mentali necessari per afferrare contraddizioni ed alternative. Un solo uomo, davanti a una telecamera, è in grado di condizionare l’opinione di centinaia di migliaia di persone senza dar loro l’impressione di farlo, e di apparire allo stesso tempo immune alle critiche brandendo sofismi e congetture tipiche degli ambienti politici. È un fatto, appunto, che la politica non vien più fatta negli ambienti preposti, bensì attraverso i media. Ed è proprio attraverso di essi che si opera – più e meno intenzionalmente – affinché venga repressa ogni forma di critica utile ad incoraggiare un’alternativa. L’esibizione del dolore e della protesta, sono un pretesto per dare in pasto all’opinione pubblica, a questo modello sociale, ciò di cui ha bisogno: comfort e sicurezze. Fare da spettatori – comodamente dalle proprie abitazioni – della protesta è meno rischioso, e meno impegnativo, che unirsi ad essa. Ci viene offerta su un piatto d’argento e sapientemente condito, guarnito, la possibilità di partecipare senza partecipare. Che senso avrebbe, quindi, parteciparvi? E quale senso avrebbe riflettere, se già c’è chi lo fa per noi?
Italo Calvino nel suo memorabile “Le città invisibili” sosteneva che: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto da non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» (“Le città invisibili“, pag. 170).
Tuttavia è vero che coloro che si sforzeranno di capire «chi e cosa non è inferno» si troveranno a fare i conti con pressioni di ogni genere che li spingeranno ad accettare ciò che essi insistono a voler chiamare «inferno».

Quelli che pensano che cambiare il mondo, renderlo migliore, sia un’utopia sono, di fatto, i demoralizzati (e i demoralizzanti), rassegnati, profondamente condizionati (e condizionanti) da coloro che scientemente hanno educato – noi individui, in massa -, dalla nascita, che il mondo scorre in un certo modo, e che di conseguenza poco possiamo fare, noi, per modificare il suo flusso; certamente non perché sia vero, bensì perché così com’è fa comodo a chi vuol persuaderci nel ritenerlo.
Il sociologo statunitense William Thomas affermava che: «Se la gente definisce una situazione come reale, essa produce delle conseguenze reali». Ed è proprio questo stravolgimento della realtà, “realizzato” attraverso i mass media, che ha prodotto la completa alienazione dalla reale «realtà». E la realtà di questo momento non sarebbe assolutamente accettabile, se se ne avesse una percezione incondizionata.

Ecco che allora io voglio credere che la realtà sia quella che il mondo possa cambiare veramente. Non pretendo di cambiarlo da solo, tantomeno di avere le forze di mettere insieme “una” comunità, ma sono fermamente convinto che ciò ha almeno una possibilità di realizzarsi.

Per concludere lascio un’affermazione di Castoriadis, che mi piace richiamare spesso, è vero, ma che rende al meglio l’idea del tipo di cambiamento che noi tutti dovremmo considerare. Alla domanda di uno dei suoi intervistatori:
«Ma allora lei cosa vuole? Cambiare l’umanità?»
Lui rispose:
«No, una cosa molto più modesta: voglio che l’umanità cambi, come ha già fatto due o tre volte».

Il «buon-luogo» non realizza «nessun-luogo», ma ci dà la possibilità di rendere questo certamente migliore.

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