Come si fa a volare con le ali spezzate?


Allora, se siamo nell’era delle post-ideologie, perché continuare a parlare di sogni? Che senso ha parlare di sogni quando sistematicamente a questi vengono spezzate le ali prima che riescano spiccare il volo? Con il termine “Post-ideologia” si indica chi ha superato le ideologie, chi, quindi, arranca nel presente nel disperato tentativo di mantenere lo status quo raggiunto. Non c’è un disegno, un’idea del futuro, né una visione storica della cultura dell’umanità nel suo complesso, che invece dovrebbe da sola costituire e costruire un’immagine del futuro ben definita. Tutti brandiscono il futuro, ma nessuno spiega quale, nessuno ne descrive i contenuti, e allora è come mostrare un quadro con la tela bianca, dove a ognuno, a proprio piacimento, ma senza pennelli e colori, è concesso di disegnarci sopra. Grazie.

La politica – la “polis” – a questo storicamente serviva, quando ancora nel praticarla con onore se ne rispettava l’etimologia, anziché annichilirla con disonore dedicandosi alla semasiologia (studio del mutamento del significato delle parole), come è avvenuto invece negli ultimi decenni facendola diventare la metafora di se stessa. Rispettare, e difendere, la storicità di un termine non equivale a una stagnazione, tutt’altro, vuol dire mantener vivi valori etici e morali che per migliaia d’anni hanno fatto la storia e la cultura dell’uomo.
Oggi il termine “politica” ha perso tutto il suo significato originale, la sua vocazione storica; non richiama più concetti come “il raggiungimento di determinati fini”, se non ormai soltanto “fini” a se stessi, ovvero la garanzia di un futuro roseo da parte di chi la esercita, il politicante, e non di chi la subisce, l’elettorato. Pensiamo a quante volte sono cambiate le società nella storia dell’uomo, e quante ideologie, quanti modelli sociali, giusti e sbagliati, si sono susseguiti. I mutamenti sono da sempre parte della natura umana, e il fatto che negli ultimi centenni, dall’inizio della Prima Rivoluzione Industriale e l’avvento del Capitalismo, ci sia stato un assestamento, un adagiarsi sugli allori e un innegabile arroccamento, non può non farci riflettere sulle cause e sulle conseguenze. La crescita indefinita e illimitata dove, in quali e a quali condizioni ci sta facendo vivere e ci farà vivere in futuro? È inconcepibile constatare come la politica non riesca più a vedere oltre il mantenimento dei propri privilegi e di coloro che nel modello di crescita infinita si arricchiscono sempre più. È inutile ricordarlo ancora una volta, ma necessario, come in questa crisi economico/culturale (l’ennesima) i ricchi si siano arricchiti in maniera esponenziale nella stessa misura in cui i poveri si sono impoveriti drasticamente. La politica è ormai pienamente collusa con chi in questa crisi sta arricchendosi.

Siamo dentro un sistema di mobilità verticale, di competizione, un sistema nel quale lo status di élite è il premio di una lotta senza regole.
La competizione è simile ad una gara sportiva, nella quale molti sono i concorrenti e pochi i premi, e la manipolazione delle regole per arrivare a tagliare per primi il traguardo individuale è vista come una qualità ammirevole. Non si tiene conto delle differenze fisiche degli atleti: apparentemente tutti partono in condizioni di parità, senza però curarsi minimamente della muscolatura, delle abilità fisiche e mentali dei concorrenti. È come se giocassimo tutti ai massimi livelli, indistintamente dalle capacità di ognuno, così diventa una sfida senza regole e senza i dovuti riconoscimenti delle differenze.

Per ciò la corruzione dilaga.

È un problema di portata globale, non certamente solo italiano, anche se il nostro Belpaese “vanta” i primi posti nella classifica dei paesi più corrotti a livello mondiale, non soltanto europei. Il numero dei parlamentari e il costo per il loro mantenimento li conosciamo tutti.

Il problema, di ognuno di noi, è che raggiunto il benessere – individuale – non si ha più il desiderio di cambiare (che dovrebbe invece essere un istinto e un pregio connaturato nell’uomo), di migliorarsi, ma pensiamo solo a godere il successo raggiunto, fregandocene altamente della comunità, del resto del mondo.

La nostra è una crescita verticale, non orizzontale, come invece dovrebbe essere. È infatti il benessere individuale, presunto, effimero, a rendere tutto stabilmente instabile.

Oggi nessuno si scandalizza più veramente, ormai siamo abituati a tutto. Nessuno più si indigna nell’animo per le tragedie che si consumano ad un ritmo vertiginoso; ci si stizzisce, ripetutamente, in piena sintonia con l’era post-ideologica, o meglio “liquida“, come Bauman ci insegna. Sentiamo di tragedie e proviamo sdegno ma, alla fine, finisce lì, giriamo pagina, cambiamo canale, andiamo per vetrine, e tutto sembra scorrere normalmente, quando invece, nell’ormai impercettibile reale realtà, c’è un mondo sul piede di guerra, che combatte, si ammazza e soffre per la mancanza di sensibilità umana, che ci convinciamo essere una mancanza che non ci appartiene, che “è sempre di qualcun altro“, mai la nostra, completamente alienati come siamo.

La metafora tanto in voga che paragona la vita a un film non è più appropriata. Siamo semmai i protagonisti degli spot pubblicitari che si susseguono tra una scena e l’altra del film drammatico della vita, se proprio vogliamo conservare la metafora.

La vita viene ormai vissuta tra una scena e l’altra.

Siamo circondati dalle distrazioni, e ci va bene così: fino a che quella “disumanità” non ci raggiunge perché mai dovremmo preoccuparci? Meglio godersi la vita finché si è in tempo. E andiamo avanti così mentre il mondo affoga nell’apatia, nell’egoismo, nell’avidità. Termini, questi, talmente d’uso comune che non fanno più alcun effetto.
Insomma, non ci siamo dentro fino al collo, ma fin sopra gli occhi.

Oggi nessuno crede più negli ideali.

Nessuno ci crede più per il fatto che negli ultimi decenni sono state tradite tutte le promesse. Ostinarsi a volerne parlare a che serve? È come pretendere di tenere in piedi un uomo con le gambe spezzate: è sadico.

Meno chiacchiere e più fatti aiuterebbero, certamente, ma si deve anche dire quale modello sociale vogliamo. Nessuno ne ha in mente uno definito, e nessuno parla pubblicamente dei problemi endemici di questa società, riconoscibili non soltanto attraverso le esperienze passate, ma anche dalla realtà che ci circonda. Di fatto, la lungimiranza, che dovrebbe essere la prima qualità di un politico, non esiste più.

Non ammettere gli errori del passato non può che servire a mantenere un potere finanziario riservato a pochi prescelti, ad arroccarsi per mantenere privilegi individuali, e non comunitari. Non esistono altre spiegazioni razionali. Quando siamo malati tutti andiamo dal dottore, o in ogni caso tutti andiamo in cerca di una cura; è il nostro istinto di sopravvivenza che ci spinge a farlo. Lo stesso dovrebbe valere nel caso di una società malata, eppure così non accade. E fino a che la politica dibatterà su come tamponare, aggiustare, correggere, anziché su come rivoluzionare, cambiare, stravolgere, questo modello sociale consumistico, nulla potrà mai cambiare, ma solo peggiorare. Fino a che non ci sarà coerenza fra ideologia e azione, e fino a quando non ci sarà qualcuno con la volontà di dare il buon esempio, tutto peggiorerà. Ce lo insegna la storia.

Fino a che nessuno parlerà e spiegherà la radice dei problemi, è inutile parlare di sogni. È questo atteggiamento che ci ha fatti sprofondare nell’era post-ideologica. Iniziamo a parlare dei veri problemi, e dopo si potrà anche tornare a parlare di sogni, a esprimere pensieri autentici, anziché di convenienza individuale. Lasciamo perdere le semantiche ideologiche, che sono espressioni della recitazione di un ruolo. Oggi non abbiamo bisogno di questo, ma di tornare alla realtà, di ricostruire delle basi solide sulle quali poggiare i sogni di un futuro possibile, e non di basi sempre più instabili dove i sogni annegano nell’oblio ancor prima di avere una speranza di realizzazione. Medichiamo le ali ai sogni, e poi torniamo a volare… Non ostiniamoci a fare il contrario, perché le cadute stanno facendo sempre più male, e sempre più vittime.

Perché oggi critichiamo tutto?


Non è vero. Anche in passato criticavamo tutto, o almeno quello di cui venivamo a conoscenza, ma è solo di recente che i media si sono accorti che anche il popolo ha dei gusti (criticabili, ovviamente), e “pensa” e si “esprime”.
Partiamo da un fatto incontrovertibile: i mass media hanno da sempre presentato un pensiero a senso unico, unilaterale: io parlo, tu ascolti. Non c’erano alternative e nessuna diretta interazione. Dagli esordi delle comunicazioni di massa si è sempre inscenato uno spettacolo basandolo su questo principio, e con l’avvento della radio prima e della televisione poi, è stato introdotto negli anni in tutte le case, in tutte le famiglie, trasformando tale “canone di unilateralità” in atto routinario culturale, che antropologicamente è sempre appartenuto alle rappresentazioni teatrali. Un altro fatto incontrovertibile è appunto che le maschere, gli attori, che presentavano uno spettacolo al pubblico, da quest’ultimo ispiravano le loro narrazioni, dalla plebe e dai nobili, dalle sfumature dell’uomo, dai suoi intimi difetti o capricci o debolezze, con tutte le contraddizioni culturali del caso. E la caricatura dei difetti dell’uomo era appunto ciò che più attirava (e attira) il pubblico. Ma lo spettacolo, la comunicazione e l’informazione di massa poi, sono sempre stati omologati come “rappresentazione unilaterale“.

Negli ultimi decenni, spettacolo e informazione di massa si sono amalgamati sempre più, andando oltre, nella ricerca esasperata delle più intime sfaccettature dell’uomo, per tenere incollata l’attenzione su se stesso che non sulle radici delle sue drammaticità e inefficienze. In passato il dramma raccontava una storia che aveva una logica narrativa, un messaggio ben preciso, oggi ci troviamo invece di fronte a una rappresentazione esasperata delle contraddizioni umani che non raccontano più una storia, ma un susseguirsi di fatti che non hanno alcuna connessione fra loro, se non la loro stessa contraddizione: non esiste più un percorso definito e definibile, ma tanti sentieri senza indicazioni che formano un labirinto privo di di entrata e vie d’uscita. Tali irrazionalità, divenute oltremisura caricaturali, imbarazzanti, avevano (ed hanno) come unico scopo quello di aumentare i “dati di ascolto” per incrementare i profitti economici derivanti dagli sponsor, dai produttori che investono parte del loro capitale per vendere i loro prodotti. Tutta la comunicazione vive grazie a questi investimenti.

Ogni notizia o spettacolo infatti enfatizza aspramente i lati oscuri e bizzarri dell’uomo che non i suoi aspetti positivi, che invece non riuscirebbero a suscitare la stessa attenzione con altrettanta efficacia, ad eccezione di alcuni casi che, comunque, non incidono sulla regola dominante. L’entrata in scena dei “reality” sono infatti l’emblema e il culmine di quest’abitudine. Lo “spettacolo da buco della serratura” è oggi l’elemento predominante nella comunicazione.

Raccontare le intimità della gente è come circondare scenografia e attori di specchi: è una debolezza umana, ed è normale che allo spettatore venga il desiderio di specchiarsi, di immedesimarsi, di immaginare cosa farebbe “al posto degli altri“. Il narcisismo, come la curiosità, sono elementi che hanno da sempre prevalso negli esseri umani e che lo hanno contraddistinto da qualunque altra forma di vita.

Fatto sta che negli anni la comunicazione si è avviluppata sempre più in se stessa, alla ricerca del profitto anziché del messaggio. Possiamo parlare di un’evoluzione involutiva: ossimoro che rispecchia bene le contraddizioni della comunicazione.
Noi, gli spettatori, come da prassi, abbiamo assistito passivamente a questo processo involutivo, e in un certo qualmodo ancora lo subiamo.

Diciamo pure che se la sono cantata e suonata da soli per anni.

Oggi, però, con l’avvento delle nuove tecnologie, i social network, il digital sharing, si è data voce a tutti, e i media, che per loro natura devono fare spettacolo, trovano nella voce e nelle espressioni del popolo un’inesauribile fonte di materiale da spettacolo, perciò non esiste più un minimo di ragionevolezza nell’informazione.

Per vendere un prodotto – una notizia, un programma, un talk-show, una personalità – si deve colpire l’attenzione del consumatore/spettatore, e non importa quanto quel prodotto sia di qualità o quale contenuto nasconda al suo interno, ciò che conta è la capacità di attirare attenzione su di sé. È un principio fondamentale del marketing, che se non utilizzato complica e riduce l’aspettativa di vita sul mercato del prodotto. Ed è proprio questa concorrenza sfrenata, priva di un fondamento logico narrativo, a rincorrere se stessa senza trovare misura o buon senso.

Il pensiero critico è innato nell’essere umano, non deriva dall’esperienza ma anzi la precede, altrimenti oggi non saremmo qui. Ma quello che non si è capito, o si fa finta di non capire, è che oggi tutto è divenuto pubblico: il pubblico (lo spettatore) è di dominio pubblico. E in questo circolo vizioso, più o meno consapevolmente ci stiamo affogando tutti, informazione compresa, che per prima non riesce a cogliere il senso del profondo cambiamento che è avvenuto nella cultura sociale.

Non esiste, e non può esistere un unico pensiero, e pretendere di spigare questo fenomeno criticando la critica, è davvero paradossale. Ma è ciò che sta avvenendo.

È emblematico, ma solo perché attuale, il caso de “La grande bellezza“, dove leggo di giornalisti che si lamentano del fatto che una parte di italiani o intellettuali critichino l’Oscar assegnatogli, autoinnalzandosi a supercritici inconsapevoli e spesso anche arroganti. Questo è un chiaro esempio di nostalgia del “pensiero unilaterale“. Come si può pretendere che a tutti, tutti, possa piacere qualcosa, qualunque cosa essa sia, alla stessa maniera e con la stessa passione? Allora la “Merda d’artista” di Manzoni, secondo i super critici, dovrebbe piacere oggettivamente a tutti? Oppure oggettivamente non dovrebbe piacere? Per fortuna esiste la relatività, la soggettività, l’individualità. La qualità è quella cosa che sta tra il soggetto e l’oggetto: non si può pretendere di oggettivarla a priori anteponendo i propri gusti come modello universale. È sciocco.

Giornalisti, opinionisti e commentatori che si vantano di essere più intelligenti di altri per il semplice fatto che loro, a differenza di “quegli altri” che non capiscono nulla di cinema (nel caso specifico) e quindi non meritano di esprimersi, certe cose invece le capiscono. Ecco, io vorrei far notare a tutti, tutti, che “il mondo è bello perché vario“, ricco di sfumature, odori, pensieri, culture. Pensa un po’ che noia fossimo tutti uguali.

Un altro esempio di esasperazione è un caso che mi è capitato di vedere sulla Tv pubblica di recente:
Una tizia, sconosciuta alle masse scrive un post sul suo profilo Facebook nel quale esprimeva tutta la sua disapprovazione riguardo a un cambiamento apportato nelle scuole del comune di Milano. Il cambiamento riguardava il riconoscimento delle coppie conviventi dello stesso sesso con figli. Con tale riconoscimento il comune ha deciso di cambiare la voce “Firma dei genitori o di chi ne fa le veci” con “Genitore 1” e “Genitore 2“. Al di là delle considerazioni, che non voglio discutere qui, i media hanno ripreso quel post e ci hanno costruito una puntata sopra dove gli ospiti invitati erano uno psichiatra, un transessuale, una scrittrice e la tizia che aveva scritto il post incriminato. Lo psichiatra, con un evidente spilla a forma di crocifisso attaccata sulla giacca, era contrario alla modifica, e lo esprimeva con rabbia e disgusto. Nella discussione è venuto fuori che lui non ha mai avuto il padre, che è cresciuto con la zia e la mamma, e quando una di loro doveva firmare qualcosa per la scuola non si è mai sentito in imbarazzo per la sua situazione: «Non è una scritta su un foglio che può cancellare l’amore in famiglia». Salvo poi inveire sul fatto che la scritta “Genitore 1” e “Genitore 2” erano quanto di peggio si potesse fare poiché destabilizzano profondamente la psicologia del bambino, che per natura ha un padre e una madre. È evidente la confusione. La tizia che aveva scritto il post non è riuscita a dire mezza parola, la transessuale veniva schiacciata dalle urla dello psichiatra, così come la scrittrice. Risultato: un programma di intrattenimento senza storia né logica, né messaggio. Poi è arrivata la pubblicità.
L’unico elemento certo è che la puntata è stata “organizzata” prendendo come spunto la “critica” di una tizia sconosciuta postata su un social. Ma questo è solo un caso su tanti.

Come sappiamo, grazie alla rete, ai social, al digital sharing, ognuno ha la possibilità di esprimere le proprie idee. È una grande libertà. Ma anche una colpa, un demerito della società, perché nella stessa misura in cui è concessa “libertà” di pensiero, ci è dato il suo opposto: ci incateniamo ad esso e pretendiamo di imporlo con ogni mezzo, perché “noi abbiamo ragione, e la pretendiamo“. Infatti è difficile affrontare una conversazione senza cadere in una discussione litigiosa, spesso fatta di colpi di link. Critichiamo, ma difficilmente accettiamo le critiche.

Assorbiamo tutto e il contrario di tutto, e tutto e il contrario di tutto viene amplificato e rilanciato dai media all’ennesima potenza, fino a generare una concatenazione di eventi che non seguono alcuna logica, ma solo la “notizia” più eclatante, adatta a tenere incollata l’attenzione di un pubblico.

Di fatto, i nostri Tg sono pieni di “social”, di commenti, di email, di video, post, e molti programmi televisivi sono ideati sulla base dei “presunti” gusti del pubblico espressi attraverso i social: pensiamo solo ai “mi piace”. In questa forma esasperante di “assecondare” i gusti del pubblico, mettendo in scena lo spettacolo del “tutto e il contrario di tutto“, chi ne soffre di più, alla fine, è proprio il pubblico, la capacità cognitiva degli individui che lo compongono, il loro senso individuale di percepire il mondo intorno sé, e quindi anche le informazioni che continuamente gli arrivano dai media. E più il pubblico viene portato all’esasperazione, più esasperatamente si cerca di inseguirlo. I media generalmente stavano davanti e il pubblico dietro: oggi il pubblico sta davanti, confuso dai media, e media stanno dietro, confusi dal pubblico che tentano con ogni mezzo di “accontentare“, e lo spettacolo che mettono in scena, esasperatamente confuso, viene riposto davanti al pubblico. È una catena di Sant’Antonio.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Per concludere, la confusione è data dal privato che è divenuto di pubblico dominio, che prima dell’avvento dei social era pressoché privato. La comunicazione non riesce a cogliere e a razionalizzare questo cambiamento, e più di tutto non riesce a contenere il disprezzo che prova nei confronti della critica che, come abbiamo visto, fino a pochi anni fa rimaneva dentro le quattro mura di casa, o al bar, o nei teatri, o nelle piazze. Si cerca di accontentare tutti, ma quel che nessuno comprende o fa finta di non comprendere, è che si ottiene l’effetto opposto.

Non è un caso che il mondo dell’informazione sia dominato dall’ignoranza.

(Ultima Parte) Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner.


(Qui puoi trovare la 1ª Parte, qui la 2ª, qui la 3ª, qui la 4ª)

Abbiamo bisogno di qualcuno da odiare perché abbiamo bisogno di qualcuno a cui attribuire la colpa per la nostra abominevole e intollerabile condizione, così come per le sconfitte che patiamo allorché tentiamo di migliorare tale condizione e renderla più sicura. Abbiamo bisogno di quel qualcuno per scaricare (e in questo modo eventualmente mitigare) il senso devastante della nostra stessa inadeguatezza. Affinché questo scaricamento abbia successo, c’è comunque bisogno che l’intera operazione nasconda ogni traccia di vendetta personale. L’ultimo legame tra la percezione del carattere disgustoso e odioso dell’obiettivo prescelto e la nostra frustrazione in cerca di uno sfogo deve rimanere segreto. In qualunque maniera sia stato concepito, tenderemo dunque a giustificare la presenza dell’odio, degli altri che ci sono intorno e a noi stessi, con il nostro desiderio di difendere quelle cose buone e nobili che loro, quegli individui maligni e spregevoli, denigrano e contro cui cospirano. Lotteremo per dimostrare che il nostro odio, la nostra determinazione a sbarazzarci di loro, trovano ragione (e giustificazione) nel desiderio che abbiamo che possa sopravvivere una società ordinata e civile. Insisteremo nel sostenere che li odiamo perché vogliamo un mondo libero dall’odio.
Forse non si accorda con la logica delle cosec ma si accorda bene con la logica delle emozioni il fatto che “die unterklasse” (la sottoclasse) e altri come loro – rifugiati senza casa, sradicati, “non apparenti“, richiedenti asilo che non lo ottengono, sans papiers (senza documenti) – tendono ad attirare il nostro risentimento e la nostra avversione. Sembra che tutta questa gente sia stata creata a misura delle nostre paure. Sono disegni animati su cui i nostri incubi incidono incidono le didascalie. Sono tracce viventi (sedimenti, segni, incarnazioni) di tutte quelle forze misteriose, comunemente chiamate “globalizzazione“, a cui attribuiamo la responsabilità per il timore che abbiamo di venire forzatamente strappati dal luogo che amiamo (dal paese o dalla società) e di finire per strada senza alcuna indicazione stradale e senza conoscere la destinazione. Summa summarium, sono adatti, perfino ideali per il ruolo di una effige su cui, anche solo per procura, bruciate quelle forze che non riusciamo a domare e che sono al di là della nostra portata.
Il “leitmotiv” introdotto da da Wozzeck con le parole wie arme Leute (noi povera gente) segnala l’incapacità dei personaggi dell’Opera di trascendere la loro situazione: un’incapacità che i personaggi sulla scena condividono con la folla che assiste alla rappresentazione. Gli artisti romantici vollero vedere l’universo in una goccia d’acqua. I detrattori di Wozzeck, come lui stesso, non potrebbero essere che delle gocce d’acqua, ma, se tentassimo, vedremmo in loro, se non l’Universo, sicuramente la nostra “Lebenswelt” (mondo vitale, il nostro universo, la nostra comunità, società).
Fine.

(Qui puoi trovare la 1ª Parte, qui la 2ª, qui la 3ª, qui la 4ª)

Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner. (4ª Parte)


(Qui puoi trovare la 1ª Parte, qui la 2ª, qui la 3ª)

Dennis Smith offre una definizione attuale del termine “umiliazione“:
“Un atto è umiliante se calpesta o contraddice in modo coercitivo la rivendicazione che determinate persone […] sostengono relativamente a chi sono e alle condizioni in cui possono affermare la propria identità. In altre parole, se all’individuo, implicitamente o esplicitamente, è negato il riconoscimento che lui/lei si aspetta per la persona che lui/lei è e per il tipo di vita che lui/lei fa; e se a lui/lei vengono rifiutati quei diritti che gli/le sarebbero stati concessi o che avrebbe continuato a vedere soddisfatti in seguito a quel riconoscimento. Una persona che si sente umiliata quando le viene brutalmente mostrato, con parole, azioni, eventi, che non le è concesso essere ciò che pensa di essere […]. L’umiliazione è l’esperienza di essere sottomessi, repressi, trattenuti o espulsi ingiustamente, irragionevolmente o contro la propria volontà”.

È una sensazione che genera risentimento. Nelle società di individui come le nostre, la sofferenza, il fastidio e il rancore di essere stati umiliati sono probabilmente le forme di risentimento più amare e implacabili che si possono provare, e le più comuni e prolifiche ragioni di conflitto, dissenso e sete di vendetta. Il diniego del riconoscimento, il rifiuto del rispetto e la minaccia dell’esclusione hanno sostituito lo sfruttamento e la discriminazione come formule più comunemente usate per spiegare e giustificare il rancore che gli individui potrebbero provare verso la società, o verso parti o aspetti della società a cui sono direttamente esposti (personalmente o attraverso i media) e di cui dunque hanno esperienza (di prima o di seconda mano). La vergogna dell’umiliazione genera disprezzo e odio verso di sé, un odio che tende a sopraffarci una volta che realizziamo quanto siamo deboli, e decisamente impotenti quando tentiamo di essere coerenti con l’identità delle nostre scelte, quando ci sforziamo di mantenere il nostro posto nella comunità che rispettiamo e che abbiamo a cuore, e di attenerci al tipo di vita che desideriamo fervidamente fosse la nostra e che rimanesse tale per un lungo periodo; ogni volta che scopriamo quanto sia fragile la nostra identità, quanto siano vulnerabili e poco salde le nostre passate conquiste, e quanto incerto debba essere il nostro futuro in vista dell’enormità delle sfide che affrontiamo quotidianamente. Questa vergogna, e così anche l’odio verso di sé, cresce come prova della nostra impotenza accumulata, e come risultato il senso di umiliazione diventa più profondo.

L’odio verso se stessi produce comunque uno stato straziante, intollerabile da vivere e da sopportare: ha bisogno di uno sfogo, e lo cerca disperatamente; deve essere incanalato lontano dal sé più intimo, che altrimenti potrebbe danneggiare seriamente o perfino distruggere. La catena che porta dall’incertezza, attraverso il sentimento di impotenza, vergogna e umiliazione, al disgusto verso se stessi, all’avversione e all’odio di sé, finisce dunque nella ricerca del colpevole “lì fuori“, nel mondo; nella ricerca di qualcuno, ancora sconosciuto e senza nome, invisibile o camuffato, che cospira contro la mia (la nostra) dignità e il mio benessere, e mi (ci) fa patire quest’atroce sofferenza dell’umiliazione. È dunque terribilmente necessario scoprire e smascherare questo qualcuno, poiché abbiamo bisogno di un bersaglio sul quale sia possibile scaricare la rabbia repressa. Le sofferenze devono essere vendicate, anche se non è per nulla chiaro contro chi. Esplodendo, l’odio verso se stessi colpisce i suoi bersagli a casaccio, proprio come ha fatto Wozzeck, e colpisce soprattutto quelli più alla mano, anche se non sono necessariamente quelli con maggiori responsabilità per la caduta, l’umiliazione e la miseria.

(Continua…)-(Qui puoi trovare la 1ª Parte, qui la 2ª, qui la 3ª) (Leggi l’Ultima Parte)

Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner. (3ª parte)


(Qui puoi trovare la 1ª Parte, e qui la 2ª Parte)

Come quello di Wozzeck, oggi il Destino si trova in un vagabondaggio ancora più sfacciato, colpisce a casaccio, e con effetti ancora più devastanti rispetto a quel che sembrava facesse nel periodo successivo alla Guerra mondiale, che si credeva fosse “la guerra che mette fine a tutte le guerre” (e che presto ha dimostrato di esserlo per un tempo tristemente breve), che annunciava tempi di pace, di maggiore benessere, di maggiori opportunità e meno miseria per tutti. Le generazioni passate hanno vissuto con il sogno e la speranza di un’imminente sicurezza esistenziale, mentre quelle di oggi vivono con la convinzione di un’insicurezza duratura, che li accompagnerà lungo tutto il corso della vita, che sarà permanente e forse irrimediabile. Oggi infatti il Destino sembra essere stato individualizzato. Il suo itinerario non è meno irregolare di quanto lo fosse prima, ma la frequenza dei colpi sferrati sembra essere regolare quanto mai prima (monotona, perfino una routine). Come nel “Grande Fratello“, che viene descritto ufficialmente e che comunemente si crede sia un “reality” show, in cui capita che uno dei protagonisti, o anche più di uno, ogni settimana deve essere escluso dal gruppo (buttato fuori con il voto), e in cui la sola cosa che rimane incerta e sconosciuta è chi sarà la persona a cui toccherà, questa o la settimana successiva. L’esclusione è nella natura delle cose, è un elemento inseparabile dell’essere nel mondo, è, per modo di dire, “una legge di natura“, per questo non ha senso ribellarsi a essa. La sola questione su cui valga la pena ragionare, e anche intensamente, è come evitare la prospettiva che “sia io” l’escluso del prossimo giro di eliminazioni servendomi di qualsiasi mezzo di cui dispongo; anche i più meschini.
Nessuno può dichiararsi immune nei confronti del vagabondaggio del Destino. Nessuno può sentirsi realmente garantito nei confronti della minaccia di essere escluso. La maggior parte di noi o ha già sperimentato l’amarezza dell’esclusione, oppure ha avuto il sospetto che in un futuro segreto potrebbe provarla. Sono veramente pochi quelli che potrebbero giurare di essere immuni dal Destino, e ci è concesso sospettare che alla fine molti di quei pochi dimostreranno di aver sbagliato. Soltanto pochi individui possono sperare che non impareranno mai la sensazione che si prova quando si vive un’esperienza simile, in particolare quando si viene disprezzati e umiliati.
Bisogna dire, comunque, che da quando è stata composta l’opera di Berg il significato e la causa principale dell’umiliazione sono cambiati. Oggi la posta in gioco della spietata competizione individuale, inclusa la lotteria dell’esclusione, non è più la sopravvivenza fisica (almeno non nella parte agiata del pianeta, per ora e “fino al prossimo avviso”), non è la soddisfazione dei bisogni biologici primari richiesta dall’istinto di sopravvivenza. E non è neanche il diritto di prendere decisioni, di stabilire da sé i propri obiettivi e di decidere che tipo di vita si preferirebbe fare, poiché, al contrario, oggi si presume che esercitare questi diritti sia un dovere dell’individuo. Inoltre, è diventato un assioma che qualunque cosa accada all’individuo non possa che essere la conseguenza dell’esercizio di tali diritti, del fallimento esecrabile o del colpevole rifiuto di esercitarli: qualunque cosa accada (sia le avversità che i successi) sarà interpretata retrospettivamente come un’ulteriore conferma dell’esclusiva e inalienabile responsabilità degli individui per le loro condizioni individuali.
Resi individui dalla storia, veniamo incoraggiati a ricercare attivamente il “riconoscimento sociale” per delle cose che sono già state pre-interpretate come una nostra scelta individuale: propriamente, quelle forme di vita che noi individui stiamo usando (sia per scelta deliberata che per caso). “Riconoscimento sociale” significa dunque accettazione, da parte degli “altri che contano”, che la forma di vita usata da un particolare individuo è degna e decente, e che su questa base l’individuo in questione merita il rispetto dovuto e generalmente concesso a tutte le persone meritevoli, degne e decenti.
L’alternativa al riconoscimento sociale è la negazione della dignità: l’umiliazione; praticata attraverso la riduzione e la rinegoziazione dei diritti fondamentali di ogni essere umano. E in un mondo in cui i poveri aumentano, le sicurezze traballano, i rapporti si rompono e le responsabilità individuali crescono senza sosta, niente e nessuno può assicurare che il diritto a una vita dignitosa sia garantito in futuro.

(Continua…)-(Qui puoi trovare la 1ª Parte, e qui la 2ª Parte) (Vai alla 4ª Parte)

Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner. (2ª parte)


Quel che risulta tanto terrificante nella “povera gente” è il Destino di cui sono, così evidentemente, delle vittime. Destino è il nome che attribuiamo agli avvenimenti che non possiamo né prevedere né prevenire: eventi che non desideriamo né causiamo. Il nome di qualcosa che ‘ci capita’, ma che non è riconducibile alla nostra volontà, e tanto meno alle nostre azioni; il nome dei cambiamenti di fortuna che ci piombano addosso che il proverbiale fulmine a ciel sereno. Il Destino ci spaventa precisamente per il fatto che è imprevedibile e inevitabile. Ci ricorda che esistono limiti a quel che possiamo fare per decidere delle nostre vite come vorremmo che fossero; limiti che non possiamo superare, cose che non possiamo controllare, per quanto affannosamente provassimo a farlo. Destino è la vera epitome dell’Ignoto, di qualcosa che non possiamo né spiegare né comprendere, ed è per questo che ci spaventa così tanto. Per citare Wittgeinstein, “comprendere” significa “sapere come andare avanti“; allo stesso modo, se accade qualcosa che non comprendiamo, non sappiamo cosa fare, e allora ci sentiamo sfortunati e vulnerabili, indifesi. Essere sfortunati è sempre umiliante, ma mai così tanto come nei casi in cui il Destino ci colpisce “individualmente“: quando sono “io stesso” quello che viene toccato, mentre gli “altri attorno a me” vengono oltrepassati dal disastro e continuano a procedere come se niente fosse accaduto. Altre persone sembrano essere riuscite a uscirne illese e senza conseguenze, mentre io ho fallito in modo esecrabile, dunque ci deve essere stato qualcosa di sbagliato in me, qualcosa che ha ‘invitato’ la catastrofe, che ha orientato il disastro nella mia direzione mentre altra gente, ovviamente più abile, perspicace e ingegnosa di quanto non sia io, l’ha evitata. Il sentimento di umiliazione erode sempre l’autostima e il senso di sicurezza di coloro che vengono umiliati, ma mai così profondamente come quando l’umiliazione viene sofferta in solitudine; in questi casi infatti all’ingiuria si aggiunge la beffa, l’insulto: si suppone che ci sia un’unità connessione tra il duro destino e i fallimenti individuali della vittima.

È per questo che Wozzeck cerca disperatamente di ‘de-individualizzare‘ sia la sua miseria che la sua inettitudine. E di riformularle semplicemente con un caso di sofferenza comune alla moltitudine della “povera gente“. Quelli che lo puniscono e lo deridono cercano al contrario di ‘individualizzare’ la sua indolenza. Non vorrebbero sentir parlare di “povera gente” e di destino comune. E cercano di addossare la colpa sulle spalle, personali, di Wozzeck, così come lui cerca disperatamente di de-individualizzare la sua sfortuna. Wozzeck, insistono rumorosamente costoro sperando di ridurre al silenzio la propria ansia, ha attirato la cattiva sorte su di sé. Con le sue azioni o con la sua inazione ha scelto il proprio destino. Noi invece, i suoi denigratori, scegliamo un diverso tipo di vita, e in questo modo non può capitarci la stessa miseria che è capitata a Wozzeck. In modo simile, recentemente un miliardario di Londra ha cercato di convincere duo curiosi giornalisti che la disparità tra il suo benessere e la povertà degli altri fosse dovuta interamente a ragioni di ordine morale:
“Parecchia gente ha lavorato bene perché voleva avere successo, e molta gente non l’ha fatto perché non lo voleva”.
Proprio così: chi vuol fare bene, lo fa, e chi non lo vuol fare, non lo fa.
Dubbi, premonizioni, sensazioni di ansia, tutto questo genere di cose, di qualunque tipo esse siano, vengono placate, almeno per un certo periodo: come le sconfitte di quanto falliscono sono dovute interamente ai loro difetti di volontà, così i miei successi sono dovuti interamente alla mia volontà e alla mia determinazione. Come Wozzeck deve nascondersi dietro il destino della “povera gente” per mettere in salvo quel che è rimasto della sua autostima, così il Capitano e il Dottore devono ricondurre il destino di Wozzeck alle nude ragioni dei suoi fallimenti individuale per mettere in salvo quel che è rimasto della loro sicurezza di sé.

Come ha sottolineato Aristotele quasi due millenni e mezzo fa, non si può essere umani, e se lo si è non si può sopravvivere, al di fuori di una ‘polis’; e ha aggiunto che solo gli angeli e le bestie possono esistere al di fuori di una ‘polis‘. Scorate deve essere stato della stessa opinione, dal momento che, non essendo né un angelo né una bestia, ha preferito una ciotola di cicuta all’esilio da Atene.

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Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner. (1ª parte)


«Wir arme Leute…», “noi povera gente”. È ciò che dice Wozzeck nel corso del primo atto dell’opera, mentre canta difendendosi contro le accuse di indecenza e impudicizia che il Capitano e il Dottore gli scaricano addosso. Wozzeck ha fallito nel vivere secondo gli standard di decenza e decoro che il Capitano e il Dottore hanno fissato. Quegli standard che credono di rispettare e a cui chiedono che tutti gli altri obbediscano; questo almeno è ciò che hanno dichiarato il Capitano e il Dottore, i quali scherniscono Wozzeck, lo deridono e lo oltraggiano per il fatto che, in modo così stridente, “non è come loro”. Lo incolpano della sua bassezza, della sua grossolanità e volgarità come di un peccato abominevole e imperdonabile. «Wir arme Leute», «noi povera gente – replica Wozzeck – non potremmo vivere come voi, per quanto appassionatamente tentassimo di farlo. Nel gioco del vizio e delle virtù, le regole sono state stabilire da voi e da quelli ‘come voi’, ed è per questo che trovate facile seguirle; ma lo trovereste difficile se foste poveri come lo siamo ‘noi, povera gente’». Vi prego di notare che Wozzeck dice “wir” (noi), non “ich” (io)! In altre parole: “Quello di cui mi rimproverate – avrebbe potuto spiegare – non è una mia colpa ‘personale’. Non sono soltanto io che non rispetto gli standard che avete stabilito. Ci sono molte altre persone fallite come me. E biasimandomi, biasimate tutte queste persone, tutti noi“.
Ma chi sono quei “noi” che Wozzeck chiama in sua difesa? Wozzeck non si riferisce a una classe, a una razza, a un’etnia, a una fede, a una nazione. Non fa riferimento a nessuno di quei nomi generalmente invocati, che presumono in modo tacito o che dichiarano rumorosamente di essere delle comunità; gruppi che ritengono di essere uniti (bene o male) dal passato comune, dalla presente condizione e dal destino futuro, dalle poche gioie e dai molti dolori, dai pochi colpi di fortuna e dalle molte disgrazie. Quei gruppi che richiedono ai propri membri la lealtà, che nascono proprio sulla base di questa lealtà, e che risorgono quotidianamente grazie alla dedizione continua dei propri membri. Quei gruppi che si aspettano che ognuno dei propri membri condivida la responsabilità per il benessere di ogni altro, e che si combatta insieme per ovviare alle cattive condizioni di ciascuno. Quei gruppi che sanno chi è un membro (“uno di noi“), e chi non lo è (e che dunque è “uno di loro“), che tracciano un confine tra “noi” e “loro” e cercano con ogni mezzo di controllare il traffico al confine. Nel riferimento di Wozzeck a “wir arme Leute“, questa comunità è presente solo come un fantasma: presente attraverso la sua (deplorevole, incresciosa) “assenza“. Ma vi prego di notare che nell’opera di Georg Büchner quel che più importa non sono i pochi, sobri discorsi di Wozzeck, ma i suoi eloquenti silenzi, ampi e raramente interrotti. È come se Wozzeck obbedisse all’ingiunzione di Wittgenstein: “di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere“. Della “comunità” Wozzeck tace, dal momento che non è mai esistita e non esiste comunità di cui potrebbe parlare. E così, nella sua disperata ricerca di scuse e di qualche forma di autodifesa, ha preferito invocare la povera gente, “arme Leute“. “Arme Leute” non forma una comunità. La miseria di chi ne fa parte, piuttosto che unire, differenzia e divide. La povera gente sopporta le proprie sofferenze individualmente, e individualmente viene accusata per le proprie sconfitte e miserie (individualmente causate e individualmente sofferte). Ciascuno degli appartenenti alla povera gente è piombato nella categoria “arme Leute” a causa delle proprie colpe individuali, e ognuno e ognuna si lecca le proprie ferite da solo. Arme Leute può invidiare o temere gli altri; a volte può provare pena, o può darsi perfino che apprezzi qualcun altro (sebbene non troppo spesso). Nessuno che ne fa parte, però, “rispetterebbe” mai un’altra creatura “come lui” (o come lei). Infatti, se quest’altra persona è “come” sono io, allora anch’essa non sarà degna di rispetto, meriterà disprezzo e derisione come li merito io! Arme Leute ha una buona ragione per rifiutare di concedere rispetto e, a sua volta, per non attendersi di essere rispettata: la sua povertà, la sua mancanza di risorse materiali e dunque anche spirituali, che segnalano privazione materiale e condizioni indubitabilmente miserabili e dolorose, sono infatti delle tracce indelebili e una vivida prova della mancanza di dignità e di rispetto sociale. Testimoniano che coloro che detengono l’autorità, la gente che ha il potere di concedere o revocare diritti, ha rifiutato di assicurargli i diritti dovuti agli altri esseri umani “normali“. Se solo il nome che Wozzeck ha potuto usare quando si è riferito agli “altri come me” è stato arme Leute, noi povera gente, allora, in maniera indiretta, che ne sia stato consapevole oppure no, ha palesato la sua esclusione dalla famiglia degli esseri umani “normali“, e allo stesso tempo il suo esilio dalle comunità che conosceva e da cui era conosciuto, e il fatto che non avesse né un invito a raggiungerne un’altra né la prospettiva che gli venisse concessa l’ammissione a un’altra comunità.

(Fine 1ª Parte) (Parte seconda)

La libertà dà a se stessa la possibilità di un dialogo interiore


Nell’era della comunicazione digitale siamo diventati tutti cacciatori di notizie, o meglio “pescatori“, dal momento che la rete ha più la consistenza strutturale di un oceano che di un luogo definito e limitato come lo è una riserva di caccia. Andiamo a pesca di notizie di ogni razza, misura e peso, esigenza e gusto, e brandiamo le nostre prede come trofei sulle nostre bacheche esposte al pubblico per dimostrare e rafforzare le nostre idee, il nostro “status di appartenenza“: «Ecco! Hai visto che avevo ragione!?»

Cerchiamo continue conferme nel mare della rete.

Gettiamo continuamente le nostre reti nella rete per pescare il pesce più grosso da esibire al pubblico e confermare così a noi stessi e agli altri le nostre ragioni e rafforzare le nostre convinzioni. Da insicuri quali siamo sentiamo l’esigenza di aver qualcuno accanto, al di fuori di noi stessi, che rafforzi e confermi la nostra autostima. E nell’infinita vastità della rete possiamo trovare con facilità tutte le conferme di cui abbiamo bisogno a sostegno delle nostre ragioni. E la pesca, essendo sempre aperta e infinitamente ricca, è “felice”, esaltante, interessante, stimolante, poiché ogni qualvolta gettiamo la rete in mare non capita mai di tirarla su vuota, e quel che ci troviamo impigliato riesce sempre a mantenere alti sia il nostro senso di soddisfazione che di insoddisfazione: la sera non torniamo mai a casa con la cambusa vuota, e se ci applichiamo un po’ possiamo pescare pesci sempre più grossi, ma al tempo stesso il giorno dopo ci sentiamo ugualmente vuoti, come se quello precedente non avessimo portato a casa niente.
È un circolo vizioso che può ripetersi all’infinito.

Quello che non riusciamo più a fare, però, è esprimere la nostra opinione individuale formata attraverso un percorso culturale individuale.

Conferme.
Abbiamo bisogno sempre più di conferme poiché il bombardamento di informazioni continuo mette in crisi le nostre percezioni e convinzioni, perciò andiamo alla ricerca di articoli e notizie già confezionati e pronti all’uso.
Ma l’essere umano, per sua natura, non è colui che “dice no“, e neppure colui che “dice sì“, bensì colui che domanda “perché?“. E sembra che oggi, nell’era del digital sharing, questo approccio cognitivo nei confronti del mondo che ci circonda sia stato messo prevalentemente – inconsciamente – da parte. In effetti, come mi hanno fatto osservare, possiamo affermare con semplicità che oggi più di ieri “è più facile non pensare che farlo“. In particolare in un mondo dove i comfort, materiali e psicologici, sono imposti come meta principale dell’esistenza dal modello sociale imperante, che ci riconosce un posto “rispettabile” solo quando abbiamo imparato a limitare, o a rassegnare, o a deporre i nostri “perché?“, e ad accontentarci di quel che gli scaffali della vita – essendo ormai essa diventata un grande centro commerciale – espongono-propongono-offrono-vendono. Naturalmente, a chi non può permettersi di acquistare la subcultura disposta sugli scaffali illuminati dai neon, viene negato quel posto.

È ormai una condizione preponderante, sempre più estesa: l’uomo moderno deriva le proprie convinzioni, i propri giudizi, da fattori esterni alla propria volontà. L’eteronomia è uno stato esistenziale endemico nella nostra società.

Nella società mediatica, dove le informazioni vengono recepite/percepite attraverso i media e non attraverso un percorso evolutivo culturale individuale, soggettivo, l’uomo “sceglie” ciò che la figura mediatica predominante gli offre. Non approfondisce, ma si fida ciecamente di ciò che ascolta, e non di ciò che elabora attraverso percorsi individuali che gli consentirebbero di trascendere, di uscire da quel centro commerciale illuminato per affrontare l’oscurità, il lato notturno della vita umana.

Kant diceva che “le cose non stanno nella mente, ma esse vengono riconosciute e formate nella mente“, e quando le nostre basi culturali individuali sono carenti, e dall’esterno veniamo continuamente bombardati da informazioni ognuna in aperta contraddizione con l’altra, già in conflitto tra loro, in noi, nel nostro modo soggettivo di percepire tali informazioni si verificano corti circuiti che non siamo più in grado di dominare e razionalizzare. Da qui nascono le nostre insicurezze. Non abbiamo più certezze, e ci abbandoniamo passivamente a quel conflitto più o meno sistematico a cui assistiamo, e allora l’unica cosa che ci sentiamo in grado (e in dovere) di fare è quella di accendere i motori e navigare in mare aperto a caccia di pesci già confezionati e pronti all’uso, pronti da esibire e da mangiare. Solo che non riusciamo a capire “perché?” la nostra fame e il nostro desiderio di esibire i trofei non trovano mai soddisfazione.

Non dialoghiamo più con noi stessi, ma lo facciamo solo attraverso gli altri. È una bella gatta da pelare. È una brutta rassegnazione.