Sulla responsabilità sociale. Dall’opera: “Wozzeck”, di Alban Berg, Berlino 1925. Fonte letteraria: “Woyzeck” di Georg Büchner. (4ª Parte)

(Qui puoi trovare la 1ª Parte, qui la 2ª, qui la 3ª)

Dennis Smith offre una definizione attuale del termine “umiliazione“:
“Un atto è umiliante se calpesta o contraddice in modo coercitivo la rivendicazione che determinate persone […] sostengono relativamente a chi sono e alle condizioni in cui possono affermare la propria identità. In altre parole, se all’individuo, implicitamente o esplicitamente, è negato il riconoscimento che lui/lei si aspetta per la persona che lui/lei è e per il tipo di vita che lui/lei fa; e se a lui/lei vengono rifiutati quei diritti che gli/le sarebbero stati concessi o che avrebbe continuato a vedere soddisfatti in seguito a quel riconoscimento. Una persona che si sente umiliata quando le viene brutalmente mostrato, con parole, azioni, eventi, che non le è concesso essere ciò che pensa di essere […]. L’umiliazione è l’esperienza di essere sottomessi, repressi, trattenuti o espulsi ingiustamente, irragionevolmente o contro la propria volontà”.

È una sensazione che genera risentimento. Nelle società di individui come le nostre, la sofferenza, il fastidio e il rancore di essere stati umiliati sono probabilmente le forme di risentimento più amare e implacabili che si possono provare, e le più comuni e prolifiche ragioni di conflitto, dissenso e sete di vendetta. Il diniego del riconoscimento, il rifiuto del rispetto e la minaccia dell’esclusione hanno sostituito lo sfruttamento e la discriminazione come formule più comunemente usate per spiegare e giustificare il rancore che gli individui potrebbero provare verso la società, o verso parti o aspetti della società a cui sono direttamente esposti (personalmente o attraverso i media) e di cui dunque hanno esperienza (di prima o di seconda mano). La vergogna dell’umiliazione genera disprezzo e odio verso di sé, un odio che tende a sopraffarci una volta che realizziamo quanto siamo deboli, e decisamente impotenti quando tentiamo di essere coerenti con l’identità delle nostre scelte, quando ci sforziamo di mantenere il nostro posto nella comunità che rispettiamo e che abbiamo a cuore, e di attenerci al tipo di vita che desideriamo fervidamente fosse la nostra e che rimanesse tale per un lungo periodo; ogni volta che scopriamo quanto sia fragile la nostra identità, quanto siano vulnerabili e poco salde le nostre passate conquiste, e quanto incerto debba essere il nostro futuro in vista dell’enormità delle sfide che affrontiamo quotidianamente. Questa vergogna, e così anche l’odio verso di sé, cresce come prova della nostra impotenza accumulata, e come risultato il senso di umiliazione diventa più profondo.

L’odio verso se stessi produce comunque uno stato straziante, intollerabile da vivere e da sopportare: ha bisogno di uno sfogo, e lo cerca disperatamente; deve essere incanalato lontano dal sé più intimo, che altrimenti potrebbe danneggiare seriamente o perfino distruggere. La catena che porta dall’incertezza, attraverso il sentimento di impotenza, vergogna e umiliazione, al disgusto verso se stessi, all’avversione e all’odio di sé, finisce dunque nella ricerca del colpevole “lì fuori“, nel mondo; nella ricerca di qualcuno, ancora sconosciuto e senza nome, invisibile o camuffato, che cospira contro la mia (la nostra) dignità e il mio benessere, e mi (ci) fa patire quest’atroce sofferenza dell’umiliazione. È dunque terribilmente necessario scoprire e smascherare questo qualcuno, poiché abbiamo bisogno di un bersaglio sul quale sia possibile scaricare la rabbia repressa. Le sofferenze devono essere vendicate, anche se non è per nulla chiaro contro chi. Esplodendo, l’odio verso se stessi colpisce i suoi bersagli a casaccio, proprio come ha fatto Wozzeck, e colpisce soprattutto quelli più alla mano, anche se non sono necessariamente quelli con maggiori responsabilità per la caduta, l’umiliazione e la miseria.

(Continua…)-(Qui puoi trovare la 1ª Parte, qui la 2ª, qui la 3ª) (Leggi l’Ultima Parte)

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