Vita di classe: cosa è cambiato?

Negli anni settanta la società era nettamente divisa in classi sociali. In linea di massima, a partire dal ceto medio fino ai livelli più elevati si aveva un’aspettativa di vita più lunga, meno malattie (sia di natura mentale che fisica), un’istruzione superiore, un reddito annuo maggiore, un livello di “felicità” più alto, meno divorzi e una vita sessuale più varia e ricca di fantasia (strano ma vero) rispetto ai ceti più bassi. Ma c’è di più. C’era un’ulteriore differenziazione nei comportamenti illegali. Coloro che appartenevano ai ceti più alti commettevano reati di natura finanziaria: evasione, truffa, frode, reati contro il patrimonio, appropriazione indebita di fondi e altre operazioni finanziare. I ceti più bassi commettevano di più reati che implicavano l’uso della violenza: furti e rapine al primo posto. Non vanno dimenticate le “discriminazioni giudiziarie di classe”: chi apparteneva a una bassa estrazione sociale faceva fatica a (o non poteva affatto) difendersi in un’aula di tribunale, mentre le classi più alte, che erano molto più in grado di assicurarsi un’assistenza legale più competente, non trovavano difficoltà.
Appartenere ai ceti più elevati significava quindi avere un futuro più roseo: maggiore istruzione, che consentiva loro di trovare un posto di lavoro ben retribuito, assistenza sanitaria di qualità, di conseguenza una vita più sana e più lunga. Ai ceti bassi invece era riservato un futuro tutt’altro che promettente, men che meno sano.

Secondo voi oggi è cambiato qualcosa? Se sì cosa? Sono state abbattute le disuguaglianze e le discriminazioni tanto promesse e sventolate in oltre quarant’anni di campagne elettorali? L’istruzione è ancora valida per garantirsi un futuro? (Questa potevo risparmiarmela)

In ultimo, una considerazione semantica sull’uso del termine “violenza” inerente ai comportamenti illegali:
trovo più violenti reati come l’evasione, la truffa, la frode fiscale, i reati contro il patrimonio, l’appropriazione indebita di fondi e altre operazioni finanziare rispetto a quelli commessi da chi viene “costretto” a commettere illegalità da un sistema sociale profondamente e volutamente discriminatorio. È certo che reati di natura finanziaria aumentano le disuguaglianze poiché privano la macchina sociale delle risorse necessarie per abbatterle, ovvero privano i cittadini meno abbienti dei diritti fondamentali che dovrebbero essere loro garantiti. Una vita dignitosa non è un comfort riservato ai più abbienti, ma un diritto che deve essere garantito a tutti, indiscriminatamente.

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