Il suicidio

Oggi, con la crisi che stiamo vivendo, i suicidi purtroppo sono all’ordine del giorno, e le cronache sono piene di storie di imprenditori, adolescenti, persone comuni che si tolgono la vita. Una società apatica come la nostra, che pone sempre in primo piano gli interessi economici, difficilmente riuscirà a farci riflettere sulle reali cause che spingono un individuo a commettere quel gesto, che ci viene raccontato metodologicamente come incomprensibile, attestando così la sua intima genesi. La semplicità e la superficialità con le quali viene correlato alla crisi economica attuale non basta a chiarirne l’origine, non basta a mettere a fuoco ciò che coviamo quando ci sentiamo abbandonati a noi stessi dallo Stato, dalla società; tutt’altro. I modelli di vita che ogni giorno ci vengono sbattuti in faccia, la mancanza di lavoro, i debiti, i salari al minimo storico, i legami che si consumano con la stessa velocità con cui cambiamo paio di scarpe; le cause sono tante, ma non è mai una da sola, singolarmente, a destabilizzare l’equilibrio interiore di un individuo; solo mettendole tutte insieme ci è possibile disegnare il profilo di una società, di una collettività che si sta disgregando sempre più velocemente. Possiamo provare così a comprendere come questo modello sociale stia portando allo stremo psicologico un’intera collettività.
In Tv, nei media in generale, si vanno a ricercare le cause nella vita intima dell’individuo, scavando nelle sue quotidianità, nel suo conto in banca, nei rapporti familiari, con gli amici, e quant’altro possa servire a tenere incollato un pubblico sempre più esortato a spiare la vita intima del prossimo, e sempre meno coinvolto e stimolato a ricercare le cause nell’insieme dei fattori. I media offrono uno spettacolo, di questo vivono, e più si offre uno spettacolo incentrato sulla sfera intima, più ci sentiamo attratti e stimolati a fare il confronto con la nostra. Così, ci troviamo a soffrire per un altro suicidio, ma con la quasi convinzione che la colpa appartiene all’esclusiva debolezza individuale, intima.
In questo spazio cercherò, attraverso Emilie Durkheim, di indicare al lettore un percorso che non termina certo con questo articolo, che non vuole in alcun modo essere conclusivo, tantomeno giudizioso, ma che vuole riflettere su alcuni aspetti e fatti che non possono e non devono essere dimenticati o messi in disparte, se si vogliono affrontare argomenti di tale rilevanza, che riguardano ognuno di noi, indistintamente.

Il primo in tutta la storia dell’umanità ad occuparsi del suicidio con una prospettiva sociologica documentandosi minuziosamente fu Emile Durkheim a fine ‘800.
Durkheim fu colui che non solo diede alla sociologia un’impronta decisiva, ma fu una figura di grande rilievo nella vita intellettuale e persino politica del suo tempo. Fu parte attiva nelle principali crisi politiche ed intellettuali della Francia della Terza Repubblica: un periodo molto travagliato per le politiche, che all’epoca avevano la connotazione di sinistra e destra e che rappresentavano rispettivamente la fede negli ideali della Rivoluzione (repubblicani, progressisti, anticlericali) e la resistenza ad essa dei conservatori. Durkheim si identificava tra le fila dei rivoluzionari. Il conflitto giunse al suo epilogo durante il celebre affare Dreyfus che divise la Francia in due fazioni opposte. Durkheim, che era ebreo, discendente di una lunga progenie di rabbini alsaziani, avvertì ancor più di altri questo conflitto, e quando la battaglia (che sancì la separazione tra la chiesa e lo stato nel 1905) vide trionfante la sinistra, divenne un personaggio importante negli ambienti politici oltre che in quelli accademici. Era convinto che la sociologia potesse dare un grande contributo all’educazione morale dei bambini in sostituzione della tradizionale istruzione religiosa. Così, grazie a lui la sociologia divenne in Francia una sorta di catechismo profano.
Il periodo in cui visse fu generalmente caratterizzato da disordini e squilibri, e le sue conoscenze pratiche e politiche furono rivolte ad affrontarli. Cercava l’ordine, e spese tutta la vita ponendo sempre di fronte a sé questa domanda: «come è possibile l’ordine sociale?». Nel cercare risposte Durkheim compie la sua prima opera: “La divisione del lavoro sociale”, in cui vi sostiene che “ogni umana società richiede solidarietà”, cioè che gli uomini abbiano la sensazione di appartenere a un qualcosa di comune. Senza entrare troppo nel merito, da un punto di vista storico egli distingueva (per delineare lo sviluppo della società moderna) in due parti il senso di solidarietà: meccanica (tipica delle società antiche) e organica (caratteristica delle società moderne). Facendo riferimento all’ultima, Durkheim considerava questo tipo di solidarietà molto più complessa della prima, in cui i legami consistevano in una complicata trama di relazioni contrattuali. Una società basata sulla solidarietà meccanica si fonda sulla fede e sul sentimento di amicizia, mentre quella organica sulla legge e la ragione. Fu Durkheim (attraverso un lungo percorso di studi e analisi riportati nel suo volumetto “Le regole del metodo sociologico”) che tentò di dimostrare che la società aveva una realtà sua propria, che non poteva essere ridotta a fatti psicologici, che la società era “una realtà sui generis”, ovvero che la società resiste ai nostri pensieri e alle nostre speranze, poiché ha un’oggettività che si può paragonare, fatte le debite proporzioni, all’oggettività della natura. Di li a poco riuscì ad evidenziare che la società, nel suo insieme combinava una “coscienza collettiva”, e si dedicò a studiare le cause sociali del suicidio. Nella sua opera “Il suicidio” fu particolarmente convincente nel dimostrare (avvalendosi di un gran numero di dati statistici) che le cause di quel gesto erano di natura sociale. Fino al quel momento infatti il suicidio appariva come uno degli atti più esclusivamente individuali di cui gli uomini sono capaci. Pertanto, dimostrò che quell’evento, fra i più individuali, si rivelò invece essere determinato da fattori collettivi. Ad esempio dimostrò che vi erano più casi di suicidio nelle città che nelle campagne, più tra i Protestanti che tra i Cattolici, più tra le donne divorziate e vedove che tra quelle sposate. In ciascun caso Durkheim sosteneva che la differenza andava spiegata tenendo conto della diversa influenza dei legami sociali o della “solidarietà sociale”. In sostanza, egli sosteneva che le cause andavano ricercate nel disordine o nella mancanza di norme, ovvero nella condizione (di individui o gruppi) nella quale vi è assenza di solidarietà sociale o di legami sociali. Nei suoi studi Durkheim riuscì a dimostrare con estrema evidenza che tale solidarietà è assolutamente necessaria per la vita e che esserne privati costituisce una condizione quasi insostenibile per un essere umano. In ultima analisi, dimostrò che in mancanza dei valori fondamentali a tenere unità una società, l’essere umano si rivelava essere drammaticamente fragile, e intimamente solo, poiché circondato da una società evidentemente sempre più in preda all’apatia.

Oggi più che mai i suicidi non possono essere considerati come fatti isolati, intimi, dovuti all’esclusiva debolezza individuale, e solo affrontando il problema alla radice ci è possibile comprenderne le cause. Una società consumistica come la nostra, dove tutti siamo esortati a consumare per mantenere il nostro status sociale, non può che essere destinata al fallimento. Tutto ciò che consumiamo è consumato, e per quanto si tenti di riciclarlo, una parte verrà comunque scartata. E l’abitudine a consumare qualunque cosa è entrata a far parte del nostro modo di relazionarci; i rapporti interpersonali poggiano su basi friabili, consumate anch’esse dall’ego generato dal desiderio di possedere tutto e tutti senza conservare niente. Proseguendo in questa direzione il futuro non è incerto: è chiaro, facilmente individuabile, inevitabile, e non può che essere uno solo. Il corso degli eventi sta già consumando la popolazione, e i suicidi sono un termometro più che valido per stabilire la temperatura di una società sempre più febbrile, malata. Possiamo cambiare, ma non possiamo nella stessa misura in cui non prendiamo coscienza della reale gravità della situazione sociale. E le speranze, più avanti andiamo, sembrano restringersi sempre di più. Quel che è certo, è che non possiamo più delegare, non possiamo più permetterci lasciare che le cose cambino da sole: dobbiamo darci una mano, cercare di essere più solidali, e comprendere che abitiamo tutti lo stesso mondo. Insieme.

3 pensieri riguardo “Il suicidio”

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