Mass media e politica: viaggio senza meta

La politica e i media percorrono la stessa autostrada, con due mezzi di trasporto diversi ma accomunati da stesse direzioni e destinazione: il consenso del pubblico. In aggiunta entrambi sono completamente fuori dalla realtà delle strade secondarie, dei centri urbani, dei quartieri,  delle periferie, dei paesini sperduti nelle campagne e di quelli nascosti fra i monti. Il pericolo di rivolte civili non è imminente: è già in atto. Se non verrà ristabilito presto un ordine, che si può ottenere solo ascoltando e risolvendo alla radice i problemi che affliggono i cittadini, sprofonderemo inevitabilmente in una crisi di ordine pubblico generale impossibile da categorizzare e arginare affrontandola rappezzando qua e là, denigrandola o nascondendola il più possibile dalla vista. Tutti sanno che succederà: è in bella vista, davanti a chiunque voglia vederla; tuttalpiù sembra che nessuno ne voglia prenderne atto coscientemente e tutti sembrano decisi a proseguire lungo la propria strada. La rappresentazione che i media ci introiettano della realtà ha sulla nostra coscienza la stessa efficacia che ha quella proferita da una soap opera qualunque. È una realtà che sempre meno coincide con quella effettiva, che è sottoesposta, nascosta e appunto principalmente mal rappresentata, nonché male interpretata dal comparto mediatico, la cui funzione non è certo quella di trovare soluzioni o stimolare coscienze bensì di esporre in bella vista prodotti precedentemente selezionati ed efficacemente disposti sugli scaffali per stimolarne la vendita brandendo l’efficace formula “a voi la scelta”; tanto efficace quanto effimera.

Tutti noi, fuori e dentro le regole, pensiamo al solo raggiungimento dei nostri obiettivi, e ce ne sbattiamo se il vantaggio che ne traiamo danneggi in qualche misura la comunità. Siamo completamente assoggettati a un appagamento temporaneo ed effimero che rispecchia perfettamente lo spirito della società consumistica moderna, e desideriamo in esso trovarvi ancor più stimolo per desiderare quanto di più si avvicini a quello stesso desiderio. Mark C. Taylor e Esa Saarinen: “Il desiderio non mira alla sua soddisfazione, ma desidera se stesso”. Questa è la condizione alla quale tutti noi dobbiamo sottostare, volenti o nolenti, e questo è lo spazio di libertà a nostra disposizione.
Il consenso – lo stesso che una slot machine strappa a un giocatore -conquistato attraverso rassicurazioni estetiche, guidato da mattino a sera attraverso la macchina mediatica, è la droga con la quale la società dei consumatori si “sballa” di più. Bastano una facciata imbiancata (non hanno importanza colore e cornice, bensì la capacità di far credere agli altri quanto la nostra sia meglio delle altre con tecniche sempre più affinate ed efficaci nonché sempre più individualmente alienanti), un buon aspetto e slogan efficaci per conquistare il consenso degli altri. Ci basta che i dirigenti di un partito siano anagraficamente giovani o in prevalenza di sesso femminile per credere a un cambiamento (verbale ma non nei fatti) promesso in perfetto stile consumistico. Basta distinguere tutto e tutti in categorie: vecchi-giovani, poveri-ricchi, ottimisti-pessimisti, utile-inutile, buoni-cattivi, sinceri-bugiardi, e in base alla necessità del momento collocarvisi in quella più in voga. Non contano tanto da quale determinata categoria traggono ispirazione i nostri giudizi e si concretizzano le nostre scelte, bensì l’efficacia con la quale questa riesce a farci identificare nella realtà che ogni giorno i media ci espongono sugli scaffali; anche se sono tanto vicini ad essa quanto lo è una fiction televisiva. È un sistema che ormai si alimenta da solo, che ci “regala” metodicamente l’illusione della scelta, la stessa che ha chiunque entri in un centro commerciale: crediamo di poter scegliere, ma in realtà le nostre scelte sono limitate a ciò che con cura maniacale il mercato ha collocato sugli scaffali in uno spazio limitato, studiato scientificamente per stimolare il consumo di cui si esso stesso si alimenta. Ovviamente il consumatore deve essere già preparato ad accogliere in sé quello spazio limitato, ed è qui che la pubblicità svolge un ruolo fondamentale affinché venga preparato il più possibile a sentirsi a proprio agio appena all’interno di quello spazio, e con desideri e bisogni già ben organizzati. Basti pensare alla collocazione in basso di giocattoli e dolciumi vari sugli scaffali, anziché in alto ad autorizzare nonché a rafforzare la scelta definitiva degli adulti. Non esistono alternative, e a noi (evidentemente) basta solo illuderci del contrario. Alla fine siamo noi stessi a desiderare e alimentare tutto questo, e guai a togliercelo, poiché ciò ci apparirebbe come una privazione della libertà di scelta.
Ma non abbiamo scelta, ed è questo che non riusciamo a comprendere.
Se hai la s/fortuna di risultare appartenente a una categoria in voga nel momento, vieni automaticamente considerato “adatto” alle circostanze. Non contano le tue effettive capacità, ma quanto è efficace il tuo stile comunicativo in determinati momenti e luoghi, indipendentemente dai risultati che otterrai: basta essere capaci di soddisfare le esigenze estetiche che la società stessa desidera. È questo “venir considerati dagli altri” il terreno sul quale si combatte la guerra del consenso.
Basta dire con efficacia, in un contesto mediatico favorevole e compiacente, di essere anagraficamente portatori di doti e capacità adatte a combattere i mali sociali per far sì che una massa si convinca di ciò, anziché dimostrare in silenzio, con i fatti e non con le sole parole, i risultati degli obiettivi annunciati in precedenza. Non contano più i risultati, ma la capacità di illudere gli altri di averne ottenuti.
Siamo stati educati ad essere chiamati a giudicare una promessa, anziché il risultato eventualmente ottenuto in seguito, poiché da bravi consumatori abbiamo solo bisogno di appagamenti momentanei, istantanei, non rimandabili, e soprattutto non durevoli. Quello che conta è l’efficacia comunicativa “nel momento” in cui comunichiamo.
Aggraziarsi il consenso dei consumatori è l’unico modo efficace per percorrere indisturbati quell’autostrada e raggiungere la destinazione prefissata. Ma per quanto e in che misura è ancora possibile nascondere l’evidenza? Regalare al popolo l’illusione che una busta vuota sia piena, o fargli immaginare un futuro fertile di acquisti, non è la soluzione ai mali tipici della società dei consumatori nella quale ormai sopravviviamo alla giornata. L’avidità, la cupidigia, questo bisogno sfrenato e sregolato di possedere morbosamente chiunque e qualsiasi cosa sta consumando noi stessi.
In realtà, i media e la politica non hanno ben chiaro che tipo di direzione vogliono far prendere alla società, o meglio, sono perfettamente consapevoli della direzione in cui vogliono andare loro, e solo loro.

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