Tempi moderni

Si ha l’accezione che la società sia incapace di organizzarsi e interagire, come invece avviene nelle comunità locali, che debba quindi essere consigliata necessariamente da qualcuno, e che naturalmente abbia bisogno di esser guidata da un ristretto e privilegiato numero di persone, semplicemente perché la storia antropologica sociale ci racconta questo. Secondo la logica evolutiva, di fatto, esseri umani e animali vivono le loro esistenze basandole su società strutturate gerarchicamente con la funzione di definire ruoli, stabilire regole di convivenza, organizzare le classi sociali e, in particolare nell’uomo, servirsi di simboli intersoggettivi (religiosi, sociali, culturali, etnici) in grado di indicare una direzione, un ideale condiviso da un gruppo. Tutto vero, ovviamente. Ogni epoca è stata caratterizzata da società strutturate gerarchicamente. Generalmente a definire le classi sociali sono le succitate persone privilegiate. Esse, grazie alle conoscenze acquisite proprio per la loro posizione privilegiata (non hanno problemi economici a mandar i loro figli nelle scuole più prestigiose e hanno più facilità nel trovare lavoro nell’ambito dei loro ceti), hanno deciso e decidono il corso della storia dell’uomo, organizzandolo, educandolo, e impartendogli ordini. Sempre la storia ci insegna che solo quando l’oppressione raggiunge metodi insostenibili, nelle società si verificano situazioni in cui gli individui prendono coscienza di sé. In termini marxisti (più moderni) questa consapevolezza viene definita “coscienza di classe”. Le classi sociali più basse prendono coscienza della loro condizione, le ingerenze non vengono più sopportate e si ribellano. È un meccanismo, anche questo, connaturato nell’essere umano. Nelle società moderne questo comportamento fa grande fatica a presentarsi. La debolezza e la superficialità con cui ci poniamo verso la concezione dell’esistenza rallenta, e spesso sopprime sul nascere, segnali di rivolta servendosi di metodi che non erano a disposizione in passato, come la psicologia e il conglomerato dell’informazione. Indebolire psicologicamente il nemico vuol dire aver già vinto metà della battaglia.
Mi chiedo se davvero è possibile far funzionare una società senza differenziazioni sociali.
Ci viene raccontato che la globalizzazione avrebbe dovuto portare uniformizzazione dei consumi e dei modelli culturali, ma nei fatti ci ha condotto verso il consumismo più sfrenato, potendo avere a disposizione qualunque genere di cosa proveniente da qualunque parte del mondo. Questo ha provocato l’aumento della produzione, quindi maggior consumo di risorse e l’aumento dell’inquinamento dovuto in gran parte al trasporto delle merci. Su questo fronte l’essere umano ha fallito, scegliendo un modello di società che amplifica enormemente le differenze fra le varie etnie, per non parlare del grave disequilibrio tra i vari ceti. Chi apparteneva il cosiddetto ceto medio adesso si ritrova di svariati gradini sotto, mentre chi già era ai livelli inferiori ha la sensazione di non esistere più. Non è difficile notare che le popolazioni a fatica riescono a far sentire i loro disagi e la loro rabbia. Quando i mass-media smettono di interessarsi di un problema, possiamo stare sicuri che quel problema scomparirà anche dai nostri pensieri. Da quando è iniziata questa crisi economica abbiamo sentito parlare esperti, luminari, scienziati, premi Nobel, santoni, sensitivi, economisti di ogni genere, cultura e religione, preti, papi, presentatori, show man, politici, maghi, netturbini, calzolai e schiaccianoci! Sono anni che l’informazione ci dà appuntamento al giorno dopo. Sono anni che ci viene detto “questo si può fare”, “domani ci sediamo a un tavolo”, “abbiamo presentato una proposta”, ma soprattutto sono anni che sentiamo dire che “la colpa è tutta sua”. Solo che non si è ancora capito chi è “costui”, e perché tutti dicono la stessa cosa.
La repressione della rabbia, del disagio, della drammaticità in cui versano gran parte delle società mondiali viene fatta con metodo e sistematicità, con un’organizzazione meticolosa di cui non ci rendiamo conto. Sappiamo di star male, lo diciamo, ne parliamo con i nostri amici, con i nostri conoscenti, col passante, col panaio, con la commessa del supermercato, col barista, col fruttivendolo, col tabaccaio, con l’impiegata delle poste, con le persone in coda alle poste! Ne parliamo continuamente, poi torniamo a casa, accendiamo la tivù per sapere cosa è accaduto durante il giorno, guardiamo un tg o aspettiamo il giornale del mattino, ma tutti dicono la stessa cosa, tutti i giorni, incessantemente, inesorabilmente, inquietantemente. Giornalisti che criticano alcuni politici, alcuni politici che criticano giornalisti, politici che criticano la legge ma non la cambiano, domande senza risposta, visioni personali dei fatti, opinioni imbarazzanti, analisi scientifiche di qualunque frase venga pronunciata da chiunque si trovi sotto il fuoco di un microfono o di una telecamera; esperti del comportamento e del linguaggio che si affannano per dire la loro, che sovraffollano il già gremito palco delle analisi ideologiche.
Sarebbe ora di fare un po’ di silenzio, oppure di dare veramente parola a chi se lo merita. Il merito è un altro argomento su cui riflettere più approfonditamente, perché non concerne solo nell’ambito delle virtù e delle capacità individuali. Il concetto di merito non è disciplinato da norme giuridiche; sostanzialmente esprime un’attività del tutto discrezionale, compie valutazioni ed apprezzamenti circa l’opportunità, l’utilità, la convenienza e la giustizia di una certa scelta. Il merito non è l'”X-Factor”. Quanta giustizia c’è nel voler rendere la società indecifrabile? E quanta nel lasciare che questo accada?

Nella storia, si sono avute circa cinquemila società diverse, classificate in base a vari criteri fra i quali: il tipo di religione, le forme dell’economia, il linguaggio, l’istituzione dominate. Questa è la peggiore in termini di libertà psicologica.

Ci sono però segnali positivi.

In tempi recenti si è visto che non è necessario il contatto fisico o la vicinanza geografica per creare un’identità comunitaria, se ci sono comunicazioni efficienti e comuni obiettivi. Si sono, ad esempio, create delle comunità virtuali tramite internet. C’è chi afferma che le suddette comunità virtuali sono frutto di scelte ben precise degli utenti, i quali possono quindi, volendo, entrare e uscirne a loro piacimento, e andare a far parte di altre comunità senza particolari problemi e in tempi ristretti, perdendo così parte del concetto stesso di comunità e facendo in modo che le regole applicabili allo studio delle comunità “materiali” (comunità locali su tutte) non siano universalmente applicabili alle nuove comunità virtuali. Non ci sono ancora studi universalmente riconosciuti riguardo la funzionalità o meno di un modello di società come questo, sappiamo solo che il merito a cui ho fatto riferimento sopra, se lo stanno riprendendo con intelligenza e scrupolo tutti quelli che lo meritano veramente (è il caso di dirlo) e che la storia ha sempre soppresso: gli ultimi. Staremo a guardare. Ma nel frattempo vorrei la smettessero tutti di servirsi dei mezzi di informazione come strumento narciso andando a professare h24 di avere la coscienza pulita. Vorrei si facesse un po’ di silenzio, e che si mettessero a lavorare chi veramente vuole migliorare questa società, e non chi vuole distruggerla proseguendo un modello dichiaratamente fallimentare. Il problema è riuscire a prendere coscienza, e comprendere a chi dare questo merito.

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